Dopo aver pubblicato su Resistenza n.1/2026 l’articolo “Contratto dei metalmeccanici. La concertazione non paga”, torniamo a parlare dell’ipotesi di accordo del contratto firmata a fine novembre.
Abbiamo chiesto ad alcuni operai metalmeccanici con cui siamo in contatto di farci sapere se fossero in corso assemblee per votare l’ipotesi di accordo, cosa stesse emergendo e cosa ne pensassero.
Pubblichiamo stralci di alcune corrispondenze pervenute. Sono corrispondenze diverse fra loro, per distribuzione geografica, storia e dimensione delle aziende in oggetto, per appartenenza sindacale degli intervistati, per l’atteggiamento che mostrano verso la firma di questo Ccnl. Complessivamente però dimostrano alcune cose.
1. Nelle aziende più organizzate il livello di dibattito, critica e combattività è tendenzialmente più elevato. Questo corrisponde di norma anche a una dimensione almeno medio-grande dell’azienda, a dimostrazione che i concentramenti più grandi e organizzati di operai sono quelli che possono avere un ruolo di traino verso il resto della classe operaia. Al contrario, vediamo come nelle aziende più piccole la partecipazione è più difficile.
2. Fare del rinnovo del Ccnl un problema di ordine pubblico era la strada, non perseguita adeguatamente, che avrebbe permesso di puntare più in alto e portare a casa un risultato migliore. Lo conferma la mossa dei diecimila metalmeccanici che a giugno hanno occupato la tangenziale a Bologna, sbloccando una trattativa altrimenti ferma.
3. Nelle fabbriche c’è amarezza a confusione. Chi non è incazzato trova il modo di ingoiare un contratto non soddisfacente con la formula “meglio questo di niente”.
Le assemblee per l’approvazione del contratto sono in corso (vanno a rilento) e, indipendentemente dall’esito quasi scontato (prevarranno i sì, anche se stanno arrivando alcuni sonori no), sono il terreno per alimentare fra i lavoratori la fiducia nella propria forza e organizzazione.
Fiducia e organizzazione sono esattamente quello che i vertici dei sindacati confederali non hanno fatto valere nella trattativa. Ma non è troppo tardi…
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Operaio Rsu Fiom Cgil, Abbiategrasso (MI)
La zona che seguo io non è tra le più combattive. L’adesione agli scioperi per il contratto non è stata alta, a parte in qualche azienda in cui siamo presenti solo noi come Fiom. Lì siamo riusciti a fare negli anni dei percorsi che hanno favorito la partecipazione agli scioperi.
Dove siamo con la Fim spesso la passività regna sovrana. Le votazioni sull’ipotesi di accordo seguono un po’ questa situazione: dove siamo con la Fim ha vinto in prevalenza il “sì”, ma sono realtà in cui tendenzialmente non hanno quasi mai scioperato, quindi c’era da aspettarselo.
Non è il contratto peggiore che abbiamo fatto, non siamo ai livelli del contratto del 2016 che noi abbiamo bocciato in maniera pesante, ma durante la vertenza il sindacato ha tenuto un atteggiamento troppo altalenante, tra scioperi spinti come se fossero l’alba della rivoluzione e fasi di inerzia, e il risultato è questo. Il contratto ha dei punti deboli, alcune cose vanno nella direzione opposta di quello che avevamo chiesto, come sulla gestione dell’orario di lavoro. Ha il vantaggio di aver tenuto un po’ sull’impianto salariale, anche se il risultato ottenuto è lontano da quanto richiesto.
Ho saputo che tanti “no” stanno arrivando. Magari non prevalgono, ma sembra evidente che c’è una critica in zone dove ci sono fabbriche che si mobilitano di più.
Operaio alla Piaggio, Pontedera (PI)
In busta paga lo stipendio è aumentato, ma l’aumento non è al passo con il costo della vita. Chi ha una famiglia se ne accorge.
Mettici anche che in tanti reparti si fanno un sacco di cassa integrazione e solidarietà. Significa avere all’incirca il 67% dello stipendio o giù di lì, insomma… fra spese, bollette affitti o mutui, alla fine di che aumenti parliamo?!
Lo scontento c’è, tanti operai già nelle assemblee durante la vertenza erano arrabbiati, ci sono state alcune contestazioni contro i funzionari.
Operaio di una media azienda metalmeccanica di Massa
Da noi non si fa un’assemblea dallo scorso novembre. Nessuno ci ha spiegato ancora niente, hanno detto solo che è stato fatto il contratto. Tanti colleghi hanno detto “meno male, almeno abbiamo qualche soldo in più.” C’è, in generale, davvero poca partecipazione e, anzi, molti sono scettici, se non ostili, verso il sindacato perché “si fa vedere una volta ogni quattro mesi, poi basta”.
Operaio Rsu Fiom Cgil alla Baker Hughes, Casavatore (NA)
Le manifestazioni per gli scioperi a Napoli sono state poco partecipate. Nonostante ciò, il contratto ha portato dei passi in avanti a livello salariale grazie alla clausola di salvaguardia dell’Ipca (indice dei prezzi al consumo armonizzati, indicatore Istat utilizzato per una sorta di scala mobile per l’adeguamento dei salari se l’inflazione sale più di quanto previsto in sede di rinnovo del contratto) che i padroni volevano a tutti i costi eliminare. Grazie a questo, al momento, senza i dati dei nuovi Ipca dei prossimi anni, siamo a più di 500€ di aumenti in due contratti nazionali! I welfare passano da 200 a 250€.
Si poteva fare di più? Certo, come in tutte le trattative. Ma dopo quaranta ore di scioperi blandi, richiamare i lavoratori ad altre forme di lotta rischiava di indebolire ancora di più il movimento operaio. In azienda la maggior parte è d’accordo con questa ipotesi di contratto.
Operaio Rsu Fiom Cgil alla Leonardo, Nola (NA)
Nella mia azienda ancora dobbiamo fare l’assemblea, ma parlando con i colleghi emerge che si aspettavano altro. Però c’è da riconoscere che il punto politico di questa vertenza era che per la prima volta i padroni sono venuti al tavolo con una loro piattaforma. Le quaranta ore di sciopero sono state fatte per avere il tavolo di trattativa, perché le aziende non volevano proprio parlare; alla fine hanno ceduto e si è intavolata la contrattazione sulla nostra piattaforma.
A Napoli durante le mobilitazioni eravamo pochissimi. Quando andammo alla sede di Confindustria eravamo due o trecento persone ed era uno sciopero provinciale. Con questi numeri è difficile poi dire “noi di Napoli non siamo d’accordo”. C’è un problema di partecipazione, soprattutto nelle piccole e medie imprese.
La cosa come si è sbloccata? Grazie ai diecimila compagni che hanno occupato la tangenziale a Bologna, da lì il governo è stato costretto a scendere in campo.
Operaio iscritto Usb alla Leonardo, Nola (NA)
Come Usb siamo partiti con una campagna per il “no” all’accordo che per ora è stata bloccata perché Cgil, Cisl e Uil hanno deciso di fare le votazioni nei prossimi mesi, si vocifera a marzo o aprile, facendo raffreddare i malumori degli operai in fabbrica.
Il contratto non è stato ben accettato da nessuna parte. È una presa per il culo totale, dove il salario non sarà adeguato all’inflazione, dove il rinnovo si allunga di un altro anno, dove gli arretrati dell’anno 2024-2025 saranno persi, dove i diritti dei lavoratori sono stati ancora una volta attaccati, dove altre ore di permessi annui retribuiti saranno concesse ai padroni perché, in caso di picchi di lavoro o mancanza di lavoro, le usino per farti restare a casa oppure obbligarti a lavorare. Insomma, è un contratto di merda a 360 gradi, in cui ancora una volta a pagare è la classe operaia di questo paese.
Si deve puntare a una reale riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, si deve puntare sul salario stesso che è misero, si deve ritornare a parlare dell’età pensionabile che è avanzata e dei giovani che scappano all’estero per trovare un’occupazione dignitosa. Nel contratto metalmeccanico il lavoratore di primo livello è sotto gli 8€ all’ora. E chiunque viene assunto come interinale viene pagato sotto quella soglia. Nella discussione per il contratto non si è parlato della questione delle delocalizzazioni, della desertificazione industriale del paese.

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