Nell’ambito dell’inchiesta “Domino” sui presunti finanziamenti ad Hamas, il 27 dicembre scorso la Procura genovese – su mandato di Tel Aviv – ha tradotto in carcere sette palestinesi, tra cui il presidente dell’Associazione palestinesi in Italia M. Hannoun. L’operazione giudiziaria ha lambito anche la Val di Susa con una perquisizione abitativa ai danni della giornalista, nonché docente universitaria e storica, Angela Lano della redazione di InfoPal. A poche ore dalla scarcerazione di tre degli indagati, e quindi all’incrinarsi dell’impianto accusatorio fondato su dossier israeliani, l’abbiamo intervistata.
L’intervista si inserisce in un crescente clima di repressione al movimento di solidarietà con la resistenza palestinese dove la stampa di regime ha un ruolo di primo piano con la consueta tattica della macchina del fango. Infatti, l’attacco ad Angela Lano è grave in quanto, mentre ci si spertica sulla necessità di tutelare la libertà d’informazione (basti pensare ai piagnistei in seguito alla legittima irruzione a La Stampa a Torino il 28 novembre 2025), viene colpito chi il mestiere di giornalista lo fa, da sempre, con onestà e correttezza.
Un attacco mediatico articolato, come dimostra l’attività di sionisti e loro complici nel gruppo Telegram “Israele senza filtri”. Qui, all’indomani di “Domino”, con post e messaggi invitano a “fare pressione mediatica” per “preparare il terreno alla repressione” e a “nuovi arresti anche di soggetti italiani”. La perquisizione ad Angela Lano ha tutti i crismi per esserne una traduzione.
L’attacco alla libertà d’espressione e di dissenso è variegata. Quattro militanti di Potere al Popolo (PaP), tra cui Giorgio Cremaschi e Bianca Tedone del Coordinamento nazionale di PaP, sono stati accusati di diffamazione per il presidio dello 10 luglio 2025 sotto la sede della redazione de “Il Giornale” e “Libero”. Testate queste che nel mentre continuano, con il sostegno di Fratelli d’Italia, la campagna mediatica contro la Carovana del (nuovo)PCI di cui il P.CARC è parte integrante. La “beffa” è che personaggetti alla Francesco Filini di Fratelli d’Italia (membro della Commissione di vigilanza Rai), che abbiamo deciso di querelare insieme alla sua socia Sara Kelany, sono liberi di infestare TV e giornali ogni giorno.
Ai bavagli, alla macchina del fango e alla repressione giudiziaria rispondiamo compatti e soprattutto praticando, quale miglior forma di difesa, i diritti che stanno cercando di toglierci. Per questo e per altro, ci vediamo tutte e tutti il 31 gennaio a Torino per il corteo nazionale “Askatasuna vuol dire libertà! Torino è partigiana. Contro il governo, la guerra e l’attacco agli spazi sociali”.
***
1. Angela, puoi presentarti brevemente e introdurci all’attacco repressivo che hai subito?
Sono una giornalista professionista che ha alle spalle una lunga carriera accademica in studi arabi e sulla Palestina. Ho scritto per diverse testate, tra cui La Repubblica, fino a quando, venti anni fa, organizzazioni legate comunità palestinesi musulmane mi hanno proposto di curare un’agenzia stampa che trattasse di Asia Occidentale e in particolare di Palestina. Da qui, con regolare registrazione presso il Tribunale di Genova, è nata la redazione di InfoPal.
Una realtà redazionale questa che nel corso degli anni ha accolto decine di studenti in stage provenienti da molte Università italiane e da dipartimenti di arabistica, di scienze politiche e simili. InfoPal ha quindi avuto un ruolo formativo verso i giovani, contrastando tanto l’islamofobia e gli attacchi alle comunità musulmane quanto la manipolazione mediatica dell’informazione.
Al contempo, come giornalista, ho avuto modo di lavorare in diversi paesi del Levante e dell’Asia occidentale, dal Libano, passando per la Siria fino ovviamente alla Palestina e alla Striscia di Gaza. Qui ricordo, durante il governo Hamas (eletto nel gennaio 2006 e votato quale alternativa all’Autorità nazionale palestinese e al-Fatah) di aver anche portato una delegazione di parlamentari latinoamericani in visita. Il punto è che finché i popoli eleggono chi sta bene al sistema mondiale dominante si chiama democrazia; quando chi viene eletto non è “allineato non va bene. È esattamente ciò che è successo nella Striscia di Gaza, poi chiusa e isolata da Israele dopo l’elezione di Hamas. Quindi, per il mio lavoro di giornalista, nel passato ho incontrato diversi esponenti di Hamas in molti paesi per intervistarli e dai vari viaggi sono sempre tornata con fotografie e cimeli, tra cui una bandiera di Hamas. Durante la perquisizione a casa mia (27.12.2025) questa bandiera è stata rinvenuta in un vecchio scatolone ed è subito diventata “oggetto del reato”.
In sintesi, InfoPal, anche perché abbiamo riportato delle dichiarazioni governative di Hamas, viene accusata di essere “il megafono, il portavoce” di Hamas, dichiarata organizzazione terroristica, e di aver preso fondi dall’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (Abspp). Ovvio che l’Abspp ha fornito un appoggio economico. D’altronde, la proposta di creare InfoPal arriva proprio da queste comunità! Poi, assurdo è che ogni transazione finanziaria di Abspp è – e lo dicono anche le carte dell’accusa – correttamente tracciata. Le famose foto sui giornali, a corredo dell’inchiesta genovese, delle pile di soldi esposte a mo’ di mazzette altro non sono che la raccolta economica verso la Palestina che prima del 2023, anno in cui le Autorità hanno chiuso i loro conti bancari, avvenivano tranquillamente tramite bonifico. In qualche modo questi soldi, tutti destinati in beneficenza a Gaza, dovevano pur mandarli…
Inoltre, forse non avevano ben chiaro il mio percorso accademico e professionale, non magari pensavano fossi una terrorista islamista. Gli agenti che mi hanno perquisito casa sono rimasti shoccati dalla presenza di testi sull’islam, in ebraico e simili. Mi hanno persino sequestrato testi di canzoni in arabo perché… scritti in arabo! Chissà quali messaggi eversivi potevano nascondere quelle parole. Mi hanno portato via computer, cellulari, cassette, chiavette USB e materiale informatico anche dell’università brasiliana in cui insegno. Persino dei contanti in casa, che altro non erano se non risparmi familiari, si sono presi!
Insomma, un vero e proprio attacco strumentale e politico. Pertanto, mi sento a tutti gli effetti una perseguitata politica, rea di aver fatto il mio lavoro di giornalista.
2. Il movimento di solidarietà con la lotta di liberazione palestinese e contro il genocidio sionista ha raggiunto un’estesa dimensione in Italia negli ultimi due anni, in particolare l’autunno scorso in concomitanza con la Global Sumud Flotilla. Che considerazioni hai in materia?
Prima del 7 ottobre 2023, la questione palestinese si era un po’ assopita, eccetto nei circuiti più militanti. Con il progetto degli Accordi di Abramo voluti da Trump, ovvero una serie di trattati di normalizzazione delle relazioni diplomatiche e commerciali firmati nel 2020 tra Israele e alcuni paesi arabi, l’obiettivo era assestare un duro colpo alla Palestina. Ma con il 7 ottobre, un’operazione organizzata dalla dirigenza militare lasciando all’oscuro quella politica di Hamas in Qatar e insieme all’intero Fronte della Resistenza palestinese (composto da Hamas insieme ad un’altra ventina di organizzazioni), c’è stato un ribaltamento della situazione. Obiettivi dichiarati, tra gli altri, erano quelli di fare prigionieri tra le file dei soldati israeliani per garantirsi uno scambio di prigionieri palestinesi e di bloccare proprio gli Accordi di Abramo. A ciò Israele ha risposto con il genocidio che ben conosciamo. Il punto è che in Palestina e in particolare a Gaza, al di là dei professionisti che sono diventati un obiettivo militare privilegiato, chiunque grazie ai social è diventato un giornalista. Quest’uso diffuso e capillare dei social è stato un vero e proprio salto di qualità. Il genocidio e il colonialismo sionisti sono quindi perpetrati da Israele in diretta streaming, cosa intollerabile in quanto ha mostrato al mondo il suo vero volto. Da qui il suo vendicarsi sulla popolazione palestinese e sui solidali in Italia. Ricordo di aver chiesto a dei rappresentanti palestinesi in Turchia “Ma ne è valsa la pena?”. La risposta di uno di loro, un po’ stizzita, è stata “Ma ci sono stati 80 anni di genocidio… Noi non ce la facevamo più. Sì Gaza è distrutta ma almeno abbiamo portato l’attenzione su quello che sta accadendo”.
Ecco che in Italia la questione palestinese ha ripreso vigore con l’ampio movimento di solidarietà di massa. È nata una nuova coscienza. C’è stato un cambio radicale dell’“occidentale medio” e anche questo è imperdonabile. Infatti, la Palestina è un’avanguardia nella resistenza anticoloniale e antimperialista e quindi va stroncata, lì e altrove. Questa è l’origine dell’attacco repressivo in corso perché la resistenza palestinese e la solidarietà con essa è pericolosa.
Qui da noi ciò si traduce ad esempio nell’importare il modello israeliano del carcere amministrativo preventivo, nell’attacco all’immigrazione, negli arresti a giovani studenti, nello sgombero di Askatasuna a Torino. Quello che però è in corso a livello mondiale è una rivolta delle periferie e del Sud globale, una lotta decoloniale anche grazie alla Palestina. Serve quindi unirsi sempre più su una piattaforma di lotta comune.
3. Hai introdotto l’ondata repressiva in corso in tutto il paese, una rappresaglia del governo Meloni all’autunno del “Blocchiamo tutto”. Puoi, stante anche la tua professione e l’esperienza in Val di Susa con il Movimento No Tav, fare un ragionamento sull’uso della stampa di regime e dei media contro il movimento popolare e contro chi dissente?
I media egemonici utilizzano la “macchina del fango” quando devono prendere di mira persone o movimenti, o gruppi etnici, come gli arabi, i musulmani, ecc.. Il loro ruolo è fondamentale per il sistema oppressivo e guerrafondaio attuale. Infatti, sono veri e propri megafoni di questo sistema corrotto. Ma in ultima istanza siamo noi che diamo loro potere: basterebbe non accendere la TV, non comprare i giornali, non cliccare sui loro siti e usare il ragionamento critico. Inoltre, macchina del fango e azione giudiziaria spesso vanno a braccetto: nel mio caso, come tanti altri, l’attacco mediatico è partito poche ore dopo la perquisizione. Di casi alla “sbatti il mostro in prima pagina” sono pieni i giornali ogni giorno, come dimostrano gli attacchi quotidiani a Brahim Baya, fondatore di Nur – Narrazioni umane di resilienza. Ciò serve ad amplificare, influenzare e auto-alimentare il triangolo politico, giudiziario e mediatico: il caso dell’imam Mohammed Shahin a Torino è emblematico.
Voglio anche sottolineare che i media usano spesso delle strategie di comunicazione basate sulla manipolazione della semantica e dei fatti stessi. È una narrazione che non riferisce fatti reali ma fattoidi (menzogne, costruzioni fasulle), pregiudizi, fobie; vengono fatti accostamenti e riferimenti artificiali, denigratori, antropologicamente distruttivi, in totale violazione della deontologia professionale. Le loro fonti quali sono? Le veline del potere, nazionale e/o internazionale. Chi scrive ha delle linee guida da seguire: il direttore o il caporedattore dice “adesso bisogna creare quel caso” quindi il giornalista si adegua. È un lavoro che non ha niente a che fare con il giornalismo vero, ovviamente.
È un lavoro quasi militarizzato: ricevono degli ordini e tutto quello che riescono a trovare – che magari non cercano neanche perché stanno comodamente seduti davanti al computer – lo costruiscono per dare un determinato senso strumentale. Eppoi, ci sono vere e proprie testate create da certi servizi…, da certi ambienti…e per certe finalità.
4. Vuoi concludere con qualche altra considerazione?
Siamo in un momento di svolta totalitaria, quindi è essenziale continuare a manifestare, portare avanti la solidarietà, e unirci su una comune piattaforma decoloniale e antimperialista. In questo, la seconda spedizione verso le coste palestinesi della Global Sumud Flotilla è un altro momento per attirare l’attenzione delle persone.

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