Lunedì 2 febbraio, presso l’Unione Industriali Torino, andrà in scena un’ulteriore puntata del sacco produttivo cittadino. Con l’evento Stellantis Algeria meets Turin companies, gli Angnelli-Elkann chiamano a raccolta padroni e padroncini dell’indotto ex Fiat torinese e piemontese non per mettere un punto alla crisi in picchiata dell’automotive locale, bensì per sostenere i piani di delocalizzazione a Tafaroui, in Algeria. I vertici ex Fiat cioè puntano a spingere i fornitori ad investire in territorio algerino con l’obiettivo di creare un polo capace di fornire più del 35% dei componenti. Copia e incolla di quanto fatto, nel 2024, per il Marocco. Comune denominatore, il basso costo della manodopera e la mangiatoia degli incentivi statali. «Opportunità di avviare linee di produzione o di approvvigionamento locali, riducendo i costi logistici e migliorando i tempi di consegna» è il messaggio di Stellantis che, ad essere trasparenti, implica che chi apre in Nord Africa chiuderà i battenti in Italia.
Insomma, gli Agnelli-Elkann non hanno nemmeno più il pudore di mascherare le proprie intenzioni. Questo il loro vero volto e chi non vuole guardarlo dimostra tutta la propria complicità. Intendiamoci, non è una sorpresa ma è una dimostrazione del livello di crisi raggiunto dal capitalismo che fa crollare ogni maschera. Quello che prima avveniva dietro le quinte e con tentativi di indorare la pillola, oggi lo si fa alla luce del sole, rivendicandolo apertamente. La gravità della cosa sta nel fatto che mentre di Mirafiori ne stanno facendo un cimitero, gli Agnelli-Elkann chiamano “Torino” a imbarcarsi per il Nord Africa. Devastano come la peste l’ex Fiat torinese e il suo indotto, come – l’ultima di una lunga lista – la Primotecs di Avigliana che vuole lasciare a casa 158 operai, e nel frattempo dichiarano apertamente di calare le scialuppe e abbandonare la nave verso nuove più profittevoli coste.
È una dichiarazione di guerra da parte di questi becchini. Mirafiori, come gli altri stabilimenti in Italia, ha come unico piano industriale il suo smantellamento. Chi dice che l’AD Filosa non ha un piano industriale mente: ce l’ha eccome e queste mosse lo dimostrano. Lo conferma anche il pantano in cui è finita la mossa, tutta propagandistica, delle 440 nuove assunzioni di giovani interinali a Mirafiori per la Fiat 500 Ibrida. Infatti, questa si sta già infrangendo sulla realtà e già si ventila l’ipotesi di rinviare dopo febbraio l’avvio del secondo turno. Ai colloqui di lavoro sono più i rifiuti che le adesioni, con la stampa di regime che per mettere una “pezza” – allargando il “buco” – se la prende con i giovani. La campagna stampa si affida al trito e ritrito adagio che i giovani “non vogliono lavorare la notte, il sabato” e boiate simili. Mentre questi avvoltoi uccidono l’azienda, la colpa si cerca di scaricarla su chi non sottostà a questo epitaffio. Infatti, i giovani rifiutano perché, onestamente, chi glielo fa fare di inserirsi in un circuito produttivo i cui stessi padroni si impegnano platealmente a far morire. Con tali prospettive di vita e di lavoro, col piffero che si accetta un simile precariato senza futuro alcuno. Altro che rilancio di Mirafiori: i giovani non si fanno più prendere per il culo da questa classe cancerogena che va debellata.
Il tutto, con la connivenza di chi amministra la città, il PD. Il sindaco Lo Russo, cane da riporto del governo Meloni nell’azione repressiva montante in città, lascia serenamente che gli Agnelli-Elkann devastino l’appartato produttivo di Torino e cintura nel mentre che a chiudere sono i servizi quali Asl, consultori, poste e polmoni come Askatasuna. Infatti, invece di investire nella difesa dell’apparato produttivo, PD e soci sostengono e promuovono sgomberi sociali, abitativi e politici. Ma non può che essere così, quindi bando alle illusioni e alle mani di bianco, come le “nuove” assunzioni per la 500 Ibrida, su una parete che è marcia a livello strutturale. Il motivo è semplice: il PD è pronto a ingozzarsi dei profitti che la speculazione del fare di Torino la capitale dell’industria bellica porta e porterà. Torino, come il resto del sistema capitalista, non può che avere una base produttiva, altrimenti l’intero edificio crolla. La trasformazione da capitale dell’automotive a capitale della produzione di guerra è quindi un’esigenza dettata da interessi di classe. Senza una base produttiva, la grande bolla speculativa di Torino città divertificio non avrebbe fondamenta. Da qui, l’essere il PD con la bava alla bocca nel volersi accreditare quale padrino della tendenza guerrafondaia della classe dominante, la borghesia imperialista.
Solo i lavoratori organizzati, dentro e fuori i propri posti di lavoro, possono invertire la rotta. Il “Blocchiamo tutto” dell’autunno scorso ha dimostrato, capillarmente e in profondità, che la forza per farlo esiste già e risiede proprio nella classe operaia che quando si muove porta con sé il resto delle masse popolari. È compito degli operai d’avanguardia e degli operai comunisti presenti nei vari stabilimenti farsi promotori di questo processo. Come scriveva il Comitato di Partito “Antonio Gramsci” del (nuovo)PCI nel suo comunicato n.11, “le organizzazioni del Movimento Comunista Cosciente e Organizzato (MCCO), i delegati combattivi e tutti coloro che vogliono farla finita con il corso disastroso delle cose devono sostenere la formazione all’interno degli stabilimenti ex FIAT di organizzazioni operaie che si attivino contro i piani di smantellamento ed in particolare favorirne il coordinamento con gli operai degli altri stabilimenti italiani ex FIAT (Cassino, Melfi, Pomigliano, Termoli, ecc.) e di altre aziende, nel radunare il sostegno alla loro iniziativa da parte di tecnici, intellettuali, amministratori e parlamentari progressisti e quanti hanno a cuore le sorti dell’industria italiana dei veicoli a motore”.
La brace cova sotto la cenere in ogni Porta dell’ex Fiat: non abbiamo bisogno di pompieri e di equilibrismi, abbiamo bisogno di far valere tutta la forza operaia senza orpelli e con un’orizzonte politico chiaro. Per questo sosteniamo il presidio chiamato dalle organizzazioni sindacali con alla testa la Fiom per il 2 febbraio in concomitanza con l’evento nella sede padronale.
Gli Angnelli-Elkann vogliono fare di Mirafiori una tomba: che quest’attacco diventi, come insegna più volte il suo stesso passato, un volano di riscossa operaia e popolare. Le lavoratrici e i lavoratori Stellantis hanno in mano il destino e il futuro degli stabilimenti in cui, turno dopo turno, lavorano da generazioni. Che in ogni Porta, reparto e linea ci si organizzi per individuare i problemi, elaborare soluzioni e imporle dal basso, trovando forza e sostegno anche fuori dai cancelli. La lotta è una sola e uniti dobbiamo condurla perché non si può certo pensare che siano i Filosa o i D’Urso di turno a poter dare un futuro a Stellantis, ex ILVA e altre migliaia di situazioni simili a cui fanno da contraltare gli omicidi sul lavoro (leggi anche il comunicato CC 06/2025 del (n)PCI Due piani per Stellantis, la produzione di veicoli e componenti e il futuro del paese). Serve quindi porsi con chiarezza l’obiettivo della cacciata del governo Meloni e la sua sostituzione con un governo di emergenza popolare perché l’apparato produttivo del paese si salva solo prendendo in mano il governo secondo i nostri precisi interessi di classe.
La città intera ribolle in ogni angolo e quartiere ed è piena di alleati. Mirafiori è Torino e l’orizzonte non può che essere cittadino. Per questo chiamiamo gli operai Stellantis a partecipare in massa e convinti al corteo nazionale Torino è partigiana del 31 gennaio contro guerra e governo Meloni.
La mano che chiude gli spazi sociali è la stessa che sostiene gli avvoltoi Agnelli-Elkann: tagliamola!

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