A inizio dicembre, Altreconomia ha pubblicato un dossier dal titolo La flotta del genocidio – Sulle rotte delle armi dai porti italiani, a cura della giornalista Linda Maggiori.
Il dossier può essere acquistato direttamente sul sito di Altreconomia al prezzo di 8,99 euro.
È un lavoro di inchiesta approfondito che prende le mosse dalla legge n. 185 del 9 luglio 1990 dal titolo inequivocabile “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”.
Questa legge è stata approvata a seguito di una forte mobilitazione delle masse popolari, promossa negli anni Ottanta da realtà come Pax Christi – vedi campagna “Contro i mercanti di morte” – che chiedevano criteri etici per il commercio di armi, in linea con l’articolo 11 della Costituzione che ripudia la guerra.
Essa permette, in teoria, di conoscere dettagli di un mercato spesso poco trasparente; stabilisce che le operazioni di esportazione, importazione e transito di materiali di armamento devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia e introduce divieti di vendita verso paesi implicati in conflitti armati o responsabili di gravi violazioni dei diritti umani, con l’obiettivo di promuovere pace e sicurezza a livello internazionale.
In realtà, dal dossier di Linda Maggiori emerge come lo scopo originario di questa normativa sia di fatto ignorato nella pratica. Inoltre è in corso, già dal 2024, un tentativo di modificarla, svuotandola dei principi originari, attraverso, ad esempio, la riduzione della trasparenza sui dettagli delle operazioni e delle banche coinvolte nel traffico di armi, allo scopo di favorire l’industria militare a scapito del rispetto dei diritti umani.
Ed è proprio questo l’incipit del dossier: “Armamenti e munizioni transitano indisturbati per i porti italiani, diretti verso paesi che stanno violando pesantemente i diritti umani, come Israele. Il tutto senza trasparenza e sotto gli occhi dell’Agenzia delle Dogane, delle prefetture e dei ministeri competenti”.
L’inchiesta è stata condotta attraverso richieste di accessi agli atti alle varie istituzioni coinvolte, a partire dall’Agenzia delle Dogane e dall’Unità per le Autorizzazioni dei Materiali di Armamento (Uama, autorità nazionale italiana che opera sotto il Ministero degli Affari Esteri e che rilascia i permessi per l’esportazione, importazione e transito di materiali d’armamento e beni a duplice uso, i cosiddetti dual-use).
Nei registri che vengono tenuti da queste autorità non è tracciato alcun transito di armi e quindi non risultano autorizzazioni. Quel che però è emerso è che quando questo tipo di materiale viene movimentato è necessaria la presenza di altre autorità (oltre alla Dogana e all’Uama), come le forze di polizia che sono chiamate a scortare i container che contengono merci pericolose! Anche in questo caso, è difficile avere risposte dalle prefetture che si rifanno all’articolo 12 del Regolamento europeo 952/2013, che prevede la riservatezza dei dati doganali.
Tutto ciò non accade solo in Italia. Per portare avanti la sua inchiesta, Linda si è confrontata anche con attivisti di altri paesi ed è venuta a conoscenza di una sentenza storica da parte del tribunale di Bruxelles, che il 17 luglio 2025 “ha vietato al governo fiammingo il transito (e non solo l’export) di qualsiasi materiale militare verso Israele e ha stabilito una multa di 50.000 euro per ogni nuova spedizione di armi che parte verso Israele”: un esempio che potrà essere fatto valere anche negli altri porti europei.
Il dossier contiene poi una parte in cui vengono elencati i porti italiani coinvolti nel transito di armi verso Israele, le principali compagnie di trasporto merci implicate in questo traffico, le rotte seguite dalle navi. Il tutto supportato da tabelle piene di dati e mappe con i tracciati di navigazione.
Viene inoltre trattato il tema delle merci dual use: sono tante infatti le merci che non vengono considerate armamenti secondo la legge 185/1990, ma che possono essere, e sono utilizzate, anche in ambito militare come ad esempio il nitrato di ammonio che miscelato al gasolio diventa un potentissimo esplosivo o ancora i caterpillar utilizzati per distruggere Gaza e i villaggi della Cisgiordania.
Emerge chiaramente come l’Italia sia pienamente coinvolta nell’invio di armi a Israele, altro che “leggenda metropolitana” come sostiene Tajani!
In conclusione, questo dossier ci fa comprendere l’importanza e la centralità dei lavoratori portuali e di tutti quei lavoratori che in qualche modo sono informati preventivamente sui traffici di armi per arrivare a sviluppare concretamente campagne come “No harbour for genocide” (Nessun porto per il genocidio), che si propongono di boicottare e fermare i transiti marittimi di materiali militari, ma anche tutto il materiale dual use e le forniture energetiche verso Israele.






