Nel numero scorso di Resistenza abbiamo parlato della campagna nazionale “L’ora della riscossa popolare è ora”, un ciclo di iniziative che si sono svolte da nord a sud, accomunate dall’obiettivo di alimentare il coordinamento fra organismi operai e popolari a partire dalla discussione e dal confronto sulle mobilitazioni di settembre e ottobre.
Il contesto in cui si sono svolte le iniziative, trentotto in tutto, era segnato dall’irresponsabile decisione dei vertici delle organizzazioni sindacali di procedere con la proclamazione di due scioperi generali distinti (quello dei sindacati di base il 28 novembre e quello della Cgil il 12 dicembre) e dalle preoccupazioni per “il riflusso del movimento”. Queste ultime in buona parte ingiustificate, visti i molti segnali – citiamo qui solo la mobilitazione degli operai della ex Ilva di Genova – che indicavano il calo come un elemento fisiologico più che politico.
Ognuna delle iniziative, prese singolarmente, ha fatto emergere proprio questo. Sono presenti ovunque organismi, reti, movimenti, attivisti sindacali e politici “affamati” tanto di discussione politica che di elaborazioni comuni, iniziative comuni, prospettive di sviluppo.
Tutte insieme, le iniziative hanno fatto emergere che questa fame di discussione e di sviluppo comune è presente in tutto il paese: nelle metropoli e nelle periferie, al nord e al sud. È un movimento eterogeneo, ma nazionale, che va consolidandosi.
Non entriamo qui nello specifico di ogni iniziativa, ma tracciamo una panoramica delle principali questioni politiche emerse.
Anzitutto, la spinta a superare settarismo e spirito di concorrenza che si erano già manifestati durante il picco delle mobilitazioni. Ma anche le tendenze contrarie, che si sono radicalizzate al punto che gli esponenti di alcuni organismi operai e popolari, ma soprattutto sindacali, hanno preferito non partecipare alle iniziative data la presenza di esponenti di sindacati “invisi”. Abbiamo, però, toccato con mano che queste tendenze arretrate, presenti in “tutte le sigle”, hanno minore diffusione rispetto al passato. E la mancata partecipazione di alcuni ai momenti di dibattito è stata accolta da chi invece vi ha partecipato come “un’occasione persa”, senza spirito polemico.
Nei numerosi momenti di dibattito si sono confrontati organismi diversi, con esperienze di organizzazione e metodi di lotta differenti.
Citiamo qui solo la discussione che si è svolta a Ravenna il 5 dicembre, perché è rappresentativa di circostanze che si sono certamente presentate anche in altre città.
Durante il dibattito sono emerse due posizioni apparentemente inconciliabili: è giusto sviluppare la mobilitazione nel senso di spingere (costringere) le istituzioni locali ad adottare misure coerenti con le rivendicazioni del movimento (ad esempio spingere il sindaco e la Regione a chiudere il porto alle navi cariche di armi e componenti militari per Israele) oppure è più giusto ed efficace “bloccare tutto”, mettendo le istituzioni locali di fronte al fatto compiuto?
La contraddizione fra le due posizioni è solo apparente. La questione decisiva è che ogni organismo, coerentemente alla sua natura e progettualità, contribuisca all’obiettivo comune, allo sviluppo della mobilitazione, ma soprattutto all’organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari.
Iniziative e dibattiti sono stati promossi non solo dove il P.Carc ha le sue Sezioni, ma anche dove, pur in assenza di esse, svolge un intervento ordinario: Friuli, Puglia, Sardegna.
Citiamo qui le iniziative della Sardegna perché sia quella di Cagliari che quella di Iglesias si sono concluse con la progettazione di iniziative comuni, a dimostrazione della funzione anche “organizzativa” della campagna.
È utile, infine, una riflessione di carattere generale. Abbiamo toccato con mano, in certe zone più che in altre, in cosa si traduce il restringimento degli spazi di agibilità politica, ovvero la difficoltà a trovare spazi in cui svolgere le iniziative. A questo proposito due considerazioni.
La prima, solo apparentemente ovvia, è la disponibilità degli organismi operai e popolari, delle organizzazioni sindacali e politiche che hanno messo a disposizione i loro spazi per svolgere le iniziative.
Citiamo il caso dei compagni e delle compagne dello Spazio Aut di Palermo e quello dei Giovani Palestinesi di Milano come esempi concreti di come anche la disponibilità alla condivisione degli spazi rientra nel novero delle iniziative “da fronte” che alimentano il campo delle masse popolari e spuntano le armi del nemico.
La seconda, è che la deriva autoritaria e censoria che le Larghe Intese stanno imponendo al paese alimenta contraddizioni anche fra le grandi associazioni che tradizionalmente pascolano all’ombra del Pd (come Arci e Anpi) e persino in alcune amministrazioni locali. Se in molti casi i direttivi dei circoli o le amministrazioni comunali chiudono le porte e negano spazi per le iniziative del movimento operaio e popolare, è vero che alcuni invece le aprono proprio come forma di resistenza a questa deriva.
Nelle iniziative di questa campagna abbiamo rafforzato la convinzione che è sempre giusto dare battaglia per preservare gli spazi di agibilità, anziché limitarsi a cercare alternative ai divieti, perché questo contribuisce a togliere l’acqua in cui le Larghe Intese contano di sguazzare e fa emergere il dissenso anche dove si aspettano obbedienza.
Una considerazione finaleè rivolta principalmente ai nostri compagni e compagne; la trattiamo pubblicamente perché probabilmente è utile anche ad altri.
L’importanza e l’esito di un’iniziativa politica non si misurano sulla base dell’accoglienza o partecipazione. Tutti ambiscono a che l’iniziativa che promuovono sia molto partecipata. Tuttavia, l’esito politico dell’iniziativa va misurato sulla base di quanto contribuisce alla lotta di classe, all’organizzazione e al coordinamento delle masse popolari, sulla base di quanto alimenta fra le masse popolari la spinta a passare dalla difesa al contrattacco.
Nel complesso, le iniziative della campagna “L’ora della riscossa popolare è ora” NON sono state “grandi iniziative” in termini numerici. Ma alla maggioranza di esse ha partecipato il doppio, a volte il triplo, degli abituali partecipanti alle iniziative delle nostre Sezioni. Un ottimo risultato. Ma non basiamo su questo la valutazione del nostro lavoro.
L’ora della riscossa popolare è ora. Lo abbiamo detto a settembre e a ottobre e lo confermiamo oggi. L’esito del nostro lavoro va misurato sulla base di quanto siamo riusciti a tradurre questa parola d’ordine in aspetti concreti: bilancio delle esperienze, dibattito politico, progetti di iniziative, organizzazione; sulla base di quanta fiducia nella lotta abbiamo seminato, sottraendo gli elementi avanzati allo scetticismo o, peggio ancora, alla sfiducia.






