Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre, dopo ore di discussione, i ventisette paesi della Ue hanno trovato un accordo per un prestito da 90 miliardi di euro al governo Zelensky, che altrimenti rischiava, da marzo del prossimo anno, di rimanere senza il becco di un quattrino. L’accordo, celebrato come un grande successo e manifestazione di concordia tra i paesi europei, è in realtà una mossa disperata. Getta in pasto a Kiev una somma di denaro ingente, ma comunque insufficiente, nella speranza di non vederla tutta trasformata in cessi e bidet d’oro, mentre di fatto sul campo la guerra è già persa, con l’Ucraina svuotata di risorse umane e materiali e la Russia che da mesi avanza lungo tutta la linea del fronte.
Di più: questo accordo è un sintomo della crisi terminale della Ue.
Anzitutto, perché la necessità di stanziare in tempi strettissimi decine di miliardi per continuare la guerra per procura contro la Federazione Russa nasce dal fatto che gli Usa hanno tagliato ogni finanziamento diretto a Kiev. Da mesi si limitano a “vendere armi alla Nato”, come dice Trump, cioè a venderle all’Europa, che le paga profumatamente e le gira a Kiev.
Quindi, dopo aver subito il colpo di Stato in Ucraina promosso dagli Usa al grido di “Fuck Ue”; dopo aver ingoiato il sabotaggio del gasdotto Nord Stream e il disaccoppiamento dall’economia della Federazione Russa, che riforniva il continente di energia a basso costo; dopo aver accettato di rifornirsi a caro prezzo di gas naturale liquefatto proveniente dagli Usa; dopo essersi sottomessa all’accordo sui dazi imposto da Trump; dopo aver subito e ingoiato tutte queste iniziative e manovre, ora la Ue si trova anche a pagare da sola il prezzo della guerra per procura con la Federazione Russa, mentre Trump ha da tempo concluso un accordo con Kiev sulla gestione delle risorse del paese, escludendola dalla spartizione della torta ucraina.
Il tutto mentre, una mazzata dopo l’altra, l’Europa entrava in una grave crisi economica e il suo paese più importante, la Germania, addirittura in recessione.
La Ue però fatica a rispondere efficacemente alla guerra economica lanciata da Washington, perché è legata mani e piedi ai gruppi imperialisti Usa: basti pensare agli strettissimi legami che i principali esponenti delle istituzioni Ue hanno negli Usa o al fatto che buona parte dei capitali europei sono investiti a Wall Street e tanti capitalisti europei sono più interessati all’andamento dei listini oltre oceano che a quelli dell’economia europea.
Insomma, il ruolo della Ue come strumento per i gruppi imperialisti europei – in primo luogo franco-tedeschi – per prendersi il proprio spazio nello sfruttamento del mondo scricchiola e non poco.
In secondo luogo, perché la Ue è sempre più minata al suo interno dalla guerra di tutti contro tutti tra gli Stati e i gruppi di potere che la compongono. L’accordo concluso per il prestito all’Ucraina può sembrare una dimostrazione di unità, ma, in realtà, è l’esatto contrario.
Il progetto originale, patrocinato dal presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, era in realtà quello di appropriarsi dei 210 miliardi di euro di proprietà della Banca centrale russa, depositati presso il fondo Euroclear, con sede in Belgio, e usarli come garanzia per un prestito all’Ucraina.
Proprio in quest’ottica, il 12 dicembre era stato annunciato il congelamento di questi fondi a tempo indeterminato, misura contro la quale Mosca è subito ricorsa per vie legali. Andare avanti su questo piano, muovendosi al di fuori di ogni cornice legale, avrebbe esposto la Ue e i paesi europei a ulteriori controversie legali con Mosca e, soprattutto, al rischio di perdere credibilità finanziaria. Era quindi chiara la difficoltà ad approvare una misura del genere e per questo la Commissione Europea, forzando le regole, aveva imposto di trattare il caso come una situazione di emergenza, che richiedeva per l’approvazione solo una maggioranza qualificata e non l’unanimità. Il ricorso a procedure come queste, che tentano di scavalcare votazioni e procedure consuete, sono un sintomo delle difficoltà in cui si dibatte la Ue.
Ma nonostante tutte queste manovre e pressioni, al momento del voto non è stato possibile trovare la maggioranza qualificata necessaria e si è dovuto rapidamente pensare a una soluzione di ripiego. Per inciso, nella stessa notte saltava anche l’accordo Mercosur di libero scambio con l’America del Sud, voluto fortemente dalla Germania e contrastato soprattutto da Francia e Italia.
In piena notte si è quindi trovato, all’ultimo momento, un consenso su questo prestito comune da 90 miliardi, ingoiato dalla Commissione e soprattutto dalla Germania, che è sempre stata fermamente contraria, e da cui si sono tirate fuori Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca.
Prestito comunque del tutto insufficiente rispetto alle necessità dell’Ucraina, come prontamente dichiarato dal Ministro delle Finanze ucraino Serhiy Marchenko. E questo ci porta al terzo e più importante dei punti che qualificano la crisi terminale della Ue.
Il motivo per cui non è stato possibile prestare più soldi, come in generale il motivo che condanna la Ue alla sconfitta in questa guerra per procura, è che le masse popolari dei paesi europei sono per la maggior parte contro il riarmo e contro la guerra. Ogni misura che alimenta la guerra suscita indignazione e mobilitazione tra di esse. Molti dei governi europei, se fossero andati nei rispettivi parlamenti a chiedere fondi più consistenti per l’Ucraina, probabilmente non sarebbero sopravvissuti alla votazione e alla situazione che si sarebbe creata nel paese.
Insomma, nel contesto della Terza guerra mondiale in corso, la Ue può sopravvivere solo come strumento di guerra, ma per sua costituzione non riesce a rispondere efficacemente alla guerra economica lanciata dagli Usa e non riesce a condurre efficacemente la guerra per procura contro la Russia: l’unica guerra che può condurre senza riserve è quella per bande tra gruppi di potere al suo interno, che infatti si fa sempre più aspra.
Come diceva Lenin, per qualificare una situazione rivoluzionaria “non basta ordinariamente che gli strati inferiori non vogliano più continuare a vivere come prima, ma occorre anche che gli strati superiori non possano più vivere come per il passato”. La crisi terminale della Ue ci porta proprio verso la situazione descritta da Lenin: al movimento comunista approfittarne per avanzare nella costruzione della rivoluzione socialista e portarla alla vittoria.






