In occasione dello sciopero generale del 28 novembre e della manifestazione nazionale del 29 novembre tutto il paese è stato attraversato da mobilitazioni e iniziative che hanno messo al centro la necessità di farla finita con il governo Meloni e con ogni altro governo di finta alternativa. Noi siamo stati in molte di queste piazze raccogliendo interviste, impressioni e aspirazioni di chi ha partecipato.
Il 28 novembre la piazza principale è stata quella di Genova, con alla testa i portuali del Calp ed esponenti come Francesca Albanese, Greta Thumberg e Moni Ovadia, oltre a rappresentanti politici e sindacali che a livello internazionale di battono contro le politiche di guerra dei paesi Ue e in sostegno alla Palestina. Una manifestazione che ha mostrato come dalla Francia, dalla Germania e da altri paesi si guarda all’esempio dell’Italia. Un corteo molto partecipato e che ha messo al centro anche lo sbocco politico di queste mobilitazioni.
“Non possiamo fermarci perché nella loro lotta [quella della Palestina] c’è anche la nostra lotta. Quella di tutti quelli che oggi non riescono a godere dei diritti che la Costituzione Italiana gli garantisce: alla salute, all’educazione, ma lasciatemelo dire, anche a dei rappresentanti politici che rappresentino il popolo e non gli interessi economico-finanziari delle multinazionali che li finanziano […]Siamo tutti assieme uniti per il rispetto della Costituzione, sono moti centinaia di migliaia per scriverla per darcela. Non è stato un regalo, ma un sacrificio, dobbiamo ricordarcelo. E secondo me insieme ce la facciamo” – Francesca Albanese nell’intervento di Genova
Oltre a Genova, le manifestazioni hanno attraversato il paese da Milano a Palermo. A Ravenna, ad esempio, abbiamo promosso l’unità tra forze sindacali e diversi organismi per bloccare il porto, verso l’interruzione dei rapporti commerciali con Israele. È stato poi il Si Cobas a promuovere in varie città presidi e picchetti davanti a fabbriche di guerra, come la Marsch di Milano e le sedi Leonardo. Mentre a Torino il corteo si è diretto verso gli uffici del giornale La Stampa per sanzionarne la complicità con i sionisti e la propaganda di guerra. A Napoli abbiamo partecipato a entrambe le piazze indette una dal Si Cobas e una da USB con un volantino di critica alla scelta di mobilitarsi in forma separata e la necessità di alimentare convergenza, azione comune e da fronte.
Il 29 novembre è stata invece quella di Roma la piazza principale, con diverse decine di migliaia di persone che si sono riversate per le strade della capitale. La principale ma non l’unica, con il corteo nazionale di Milano e diverse manifestazioni per la Palestina in molte altre città. Alla testa del corteo ancora una volta gli esponenti presenti a Genova e che più stanno mettendo faccia, energie e competenze per il sostegno alle mobilitazioni. Una piazza quella romana che nonostante la chiamata non unitaria ha mostrato nella realtà un blocco di opposizione politica e sociale contro il governo Meloni, la cui cacciata è stato il principale e trasversale contenuto del corteo.
I numeri della due giorni sono stati sicuramente minori di quelli del 22 settembre e del 3 e 4 ottobre, perché minore è stata la spinta unitaria messa in campo. Ma con un tratto distintivo: la maggiore strutturazione e organizzazione di chi era in piazza. Cioè di chi dopo settembre-ottobre ha dato seguito a quella spinta radicando organizzazione, creando comitati e coordinamenti. Con la fiducia delle passate mobilitazioni e convinti che sia possibile determinare un cambiamento costruendo un movimento unito e deciso.

Presenza di peso delle giornate è stata quella degli studenti, con collettivi studenteschi e coordinamenti. Molti dei quali nati sull’onda delle mobilitazioni di settembre e poi consolidatisi. Accanto a loro i lavoratori della scuola, per lo più docenti e ricercatori universitari, che allo stesso modo si sono organizzati negli ultimi mesi. Presenti anche in maniera organizzata i Sanitari per Gaza, in alcune città in maniera coordinata con i docenti, come avvenuto a Bologna.
Quello che è sceso in piazza è stato lo zoccolo duro di un blocco di opposizione politica e sociale al governo Meloni, ma anche a un ipotetico governo alternativo delle finte opposizioni. La parte del paese che si interroga su come cacciare questo governo e costruire l’alternativa all’alternanza delle Larghe intese. Un governo della Costituzione e partigiano della pace e della Palestina. E che si sta organizzando per farlo, che sta cercando le strade per farlo a partire dai luoghi di lavoro, dalle scuole. Proseguendo anche attraverso il prossimo sciopero generale del 12 dicembre.
5 passi per concatenare i due scioperi – 28 novembre e 12 dicembre. Due scioperi generali, un solo obiettivo: cacciare il governo Meloni!






