Colpi di su, colpi di giù, colpi da destra, colpi da sinistra. Il pugile suonato del governo Meloni incassa e cerca di ributtare qualche sganassone di qua e qualche manrovescio di là. Ma la sostanza non cambia. Le stelline gli girano attorno alla testa e gli occhi incrociati non aiutano a vedere da dove arriveranno i prossimi colpi.
Dopo gli scontri interni alla maggioranza, gli scandali sul garante della privacy, le botte da orbi degli scioperi, dei blocchi e delle manifestazioni oceaniche di fine settembre e inizio ottobre, l’ultima sberla in ordine di tempo è partita dal Quirinale.
La storia a tratti è grottesca se non la si inserisce nei tentativi da parte dei vertici della Repubblica pontificia di manovrare per cercare alternative al più longevo e logoro esecutivo degli ultimi decenni. Cercare una strada alternativa a una situazione precaria che rischia di ritorcerglisi contro, specie se inserita in un contesto di grandi mobilitazioni, iniziative di lotta, scioperi e attivismo delle masse popolari.
La crisi del governo Meloni non è iniziata lo scorso settembre. Il governo Meloni è nato malato, come tentativo di (esperimento per) far ingoiare alle masse popolari un governo che si presentasse come “alternativo e antagonista” al governo Draghi, ma che attuasse lo stesso programma.
Così è stato, ma in tre anni di governo sono emerse sia le contraddizioni fra i partiti che lo compongono, sia le contraddizioni fra i gruppi di potere di cui è disseminata la Repubblica Pontificia italiana. La guerra tra governo e magistratura, con lo stop alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina da parte della Corte dei conti, è solo una di queste.
Il governo Meloni, nato raccogliticcio e malato, non si è ancora disgregato solo perché i vertici della Repubblica Pontificia non hanno un’alternativa, non riescono ad accordarsi sulla formazione di un altro governo che abbia le caratteristiche e le capacità per portare avanti lo stesso programma senza suscitare la ribellione delle masse popolari.
Ne deriva che il governo Meloni sta ancora in piedi solo perché nel paese non è sorto un diffuso movimento popolare che ponga con determinazione la linea della sua cacciata.
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La storia è questa. Il consigliere di Mattarella, tal Francesco Saverio Garofani, durante una cena organizzata da un’associazione di tifosi della Roma – tra cui il giornalista Giovanni Floris, il prefetto di Roma e altra gente d’ugual rilievo sociale – ha dichiarato che bisogna fermare Meloni con una grande lista civica nazionale per evitare il bis.
Questa formidabile notizia è stata inviata al giornale La Verità – ma anche ad altri che invece l’hanno cestinata – da tal Mario Rossi dalla mail [email protected]. I deputati di Fratelli d’Italia si sono incazzati non poco e hanno lanciato discorsi incendiari in aula contro Mattarella e i suoi piani di evitare un Meloni bis. Mattarella ha smentito, Meloni ha ridimensionato, ma le giocolerie per cercare di nascondere la crisi politica della Repubblica Pontificia vanno avanti.
È un teatrino di chi tira da un lato e dall’altro una fune sempre più corta. I nomi per un governo alternativo a quello di Giorgia Meloni sono pochi. Ma Meloni non è solida, traballa, nel paese infuria la guerra per bande e regna il caos. E allora si va per tentativi, mezzucci e manovrine. Servono spiragli per sventare l’esplosione del governo e del sistema politico. Ma la miccia è accesa e scorre inesorabile verso il botto. Se questo arriverà principalmente per lo scontro interno ai gruppi di potere o principalmente su spinta della mobilitazione popolare è l’aspetto che deciderà l’esito dello scontro in atto.
Nel nostro campo, quelle delle masse popolari, delle organizzazioni sindacali e politiche che si pongono contro questo sistema, l’aspetto decisivo è invece uno solo. Non è più tempo di interrogarsi sul fatto che esistano o meno le forze per imporre una rottura nel sistema politico. Non è più tempo di crogiolarsi in percorsi autoreferenziali, settari o cercare strade alternative a quella di convergere tutti in un fronte comune che metta col culo per terra le larghe intese e i loro padroni. Bisogna alimentare l’organizzazione delle forze che esistono, a partire da chi già si mobilita, affinché diventi punto di riferimento per le ampie masse popolari.
Siamo nel mezzo di sommovimenti epocali. La loro portata richiede che il movimento comunista e il movimento popolare tutto facciano un salto e i comunisti sono quelli che per primi devono mettersi a progettare e costruire il nuovo che deve nascere. Ecco, per svolgere il ruolo che ci compete, noi comunisti, per primi, dobbiamo ragionare di più sul fatto che la rottura politica di cui c’è bisogno – costituire e imporre un governo di emergenza popolare – è possibile, oltre che necessaria. La miccia è accesa e scorre inesorabilmente verso il botto. A noi il compito di far saltare e sostituire questo sistema.






