Dall’ottobre del 2024 il nostro compagno di Cecina, Gianluca Marinai, è inquisito con l’accusa di aver scritto “W la resistenza palestinese” su un muro. Scritta successivamente cancellata da “ignoti”.
Lo scorso 8 luglio il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Livorno aveva richiesto al Pm di proseguire le indagini per identificare chi aveva cancellato la scritta (!), modificando la decisione di archiviare il caso “per la particolare tenuità del fatto”.
Al netto delle formule e delle procedure, a un anno dalla contestazione del fatto il nostro compagno è stato condannato con un decreto penale a una multa di 150 euro. Il che si traduce nel fatto che, con la sospensione condizionale della pena, il reato sarà considerato estinto se nell’arco dei prossimi 5 anni il compagno non sarà condannato per reati simili.
Qualcuno potrebbe pensare che è andata bene perché il procedimento si è concluso senza che il compagno debba subire le conseguenze della condanna, né pecuniarie né detentive. Ma di fronte al genocidio del popolo palestinese, limitarsi a ragionare in termini tecnico-giuridici o di opportunità, è fuori luogo.
Già quando è stata aperta l’inchiesta era chiara la motivazione politica da cui scaturiva: a essere perseguita non era la scritta, ma il contenuto. La sospensione della pena, pertanto, non è un risultato accettabile: la condizionale è un modo per ricattare il compagno, per inibirlo rispetto alla partecipazione alla lotta di classe. Ed è un messaggio trasversale a tutto il movimento in solidarietà al popolo palestinese.
Proprio per contenuto della scritta e per il suo valore politico – “W la resistenza palestinese” esprime il sentimento di milioni di uomini e donne delle masse popolari che da mesi scendono in piazza in tutto il mondo – ora più che mai è necessario rivendicarla!
Per questo motivo il compagno, sostenuto dal Partito, ha deciso di impugnare il decreto penale. Un altro iter giudiziario, sì, ma la resistenza va fatta anche nelle aule di tribunale.
Accettare la sospensione condizionale della pena sarebbe più semplice, tanto più che la condanna non ha conseguenze pratiche di rilievo, ma equivarrebbe ad assumersi una colpa.
Invece ogni manifestazione di sostegno e solidarietà alla resistenza palestinese è una responsabilità politica.
Non ci assumiamo nessuna colpa, ci assumiamo la responsabilità della solidarietà e sfidiamo le istituzioni ad assumersi quella della complicità nel genocidio del popolo palestinese.






