Quando vige un ordine sociale ingiusto, il disordine è il primo passo per instaurare un ordine sociale giusto.
Non esistono eccezioni, né scorciatoie. La situazione per cui la società passa dall’ordine ingiusto all’ordine giusto senza disordine non è mai esistita e mai esisterà.
Le imponenti manifestazioni di settembre e ottobre contro la complicità del governo Meloni con il genocidio in corso in Palestina hanno creato molto disordine. Anche se non è stato sufficiente per rovesciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo partigiano del popolo palestinese, quel disordine è stato un campanello d’allarme per tutta la classe dominante.
Quelle mobilitazioni sono state una spallata al legalitarismo ereditato dal movimento popolare del nostro paese conseguentemente all’influenza dei revisionisti moderni alla guida del movimento comunista italiano e della sinistra borghese che li ha sostituiti dopo il loro declino. Manifestazioni di legalitarismo ci sono state anche nelle mobilitazioni di settembre e di ottobre, in forme più o meno dispiegate.
Sono state manifestazioni di legalitarismo le argomentazioni di chi, da sinistra, alimentava la criminalizzazione che il governo Meloni ha provato a fare delle mobilitazioni: la divisione fra manifestanti buoni e manifestanti cattivi, la condanna “degli scontri” e delle iniziative di lotta “che creano disagi”, ecc.
Tuttavia, il fenomeno è stato poco significativo perché il movimento popolare ha continuato a perseguire obiettivi e forme di lotta radicali, fin dalla parola d’ordine “blocchiamo tutto” e chi, da sinistra, ha accennato a riaccendere la solfa della divisione fra buoni e cattivi è stato isolato.
Sono state manifestazioni di legalitarismo, più gravi delle precedenti, le scene in cui una parte di chi era in piazza ha provato a sostituirsi alle forze dell’ordine per isolare “i violenti” con cordoni di contenimento o per difendere gli obiettivi – tutti legittimi – delle iniziative di lotta. Sono entrati in scena i famosi “pompieri delle mobilitazioni”.
La loro funzione è stata molto limitata, a partire dal fatto che loro stessi erano pochi e rappresentativi di altrettanto esigui settori di manifestanti. Con la loro sconsiderata condotta hanno tuttavia contribuito ad alimentare i tentativi di criminalizzazione che venivano dal governo.
Dalla condotta dei pompieri delle mobilitazioni si può ricavare un criterio più generale: quelle componenti del movimento popolare che si prestano ad alimentare la criminalizzazione delle proteste e a giustificare la repressione, si pongono – consapevolmente o meno – nel campo nemico. In altre parole, spesso è chi grida agli infiltrati il vero infiltrato.
C’è tuttavia una terza forma di legalitarismo ed è la più importante. La riassumiamo qui con la definizione “obbedienza e autocensura”.
Ci sono casi in cui i promotori delle mobilitazioni e delle manifestazioni sono stati contattati – ufficialmente o ufficiosamente – per ricevere le disposizioni con cui le questure vietavano cortei, imponevano percorsi diversi da quelli decisi dal movimento, cambiavano orari, ecc.
In alcuni di questi casi la questura è stata bellamente ignorata, vedi la manifestazione del 7 ottobre a Bologna. E ognuno di questi casi è un esempio positivo perché ogni violazione di divieti e disposizioni è un ingrediente della mobilitazione, una forma di ribellione che rientra a pieno titolo nel disordine di cui sopra. Ma ci sono stati casi in cui le disposizioni e i divieti sono stati rispettati. E l’aspetto particolarmente arretrato è che le pressioni, gli arbitri, le minacce (velate o meno) che li hanno accompagnati talvolta non sono stati neppure denunciati pubblicamente.
Non occorre essere avventuristi e violare i divieti per il capriccio di violarli, occorre fare di quei divieti, a partire dalla denuncia pubblica, un problema politico più generale; occorre fare di quei divieti un elemento del disordine suddetto.
Le vetrine della stazione di Milano, quelle dell’ingresso del porto di Napoli, la segnaletica della tangenziale di Bologna, i cassonetti danneggiati a Roma sono piccole manifestazioni di disordine ingigantite e strumentalizzate per giustificare la repressione. Il problema è chi le ingigantisce e le strumentalizza, non chi crea disordine.
La violazione dei divieti e delle disposizioni poliziesche è una pratica che invece rimane, diventa esperienza del movimento popolare – cioè aspetto di formazione politica – e va preparata, promossa e sviluppata.
Del resto, lottiamo per instaurare un ordine sociale giusto. Per conquistarlo, il disordine è una strada da percorrere.






