Con il pretesto che la società è cambiata e il mondo non è più quello di duecento anni fa – questo è del tutto vero! – una schiera di studiosi e intellettuali post marxisti e neo marxisti (in ogni caso NON marxisti) ha spadroneggiato in lungo e in largo, ben remunerata e sostenuta dalla borghesia per svolgere il ruolo di quinta colonna nel movimento comunista e nel movimento operaio, dissertando per decenni sul fatto che la classe operaia non ha più un ruolo decisivo nella società e proclamandone, addirittura, l’estinzione.
La realtà, tuttavia, corre parallela alle idiozie spacciate dai borghesi.
È vero che la società è diversa da duecento anni fa. È vero che, in termini quantitativi, il principale strumento di valorizzazione del capitale oggi è la speculazione finanziaria, è vero che l’esportazione di capitali ha surclassato l’esportazione di merci. È vero anche che l’automazione ha enormemente sviluppato la produttività dal lavoro (ricordate i trattati sull’Industria 4.0? Si sono moltiplicati e trattano oggi dei “miracoli” dell’intelligenza artificiale). È tutto vero, ma…
In un contesto in cui la disoccupazione aumenta e la precarietà dilaga, in ogni posto di lavoro coinvolto nella valorizzazione del capitale, ogni singolo lavoratore combatte costantemente e quotidianamente contro il cronometro, perché il padrone pretende di allungare il più possibile il tempo trascorso nella produzione.
In ogni settore di lavoro coinvolto nella valorizzazione del capitale tutti i lavoratori si difendono dal continuo innalzamento dell’età pensionabile.
Tutti i settori di lavoro che non erano ancora coinvolti nella valorizzazione del capitale, nel corso del tempo sono stati trasformati in ambiti di valorizzazione del capitale (privatizzazioni della sanità, trasporti, telecomunicazioni, ecc.).
Ci ha pensato il governo greco a gettare la maschera e a smentire tutte le teorie post marxiste, neo marxiste, o comunque le si voglia chiamare.
A ottobre, con una legge approvata nonostante le proteste (due scioperi generali e settimane di manifestazioni) ha introdotto la giornata lavorativa di tredici ore. Per il momento è su base volontaria, ha un limite definito (fra cui un tetto di trentasette giorni all’anno) ed è presentata, manco a dirlo, come un’opportunità (incremento salariale del 40%) che ogni singolo lavoratore può cogliere o meno.
Non è affatto un caso che questa “innovazione”, che riporta le relazioni di lavoro all’Ottocento, venga dalla Grecia.
La Grecia fu il laboratorio delle delizie della Troika, con la Ue che ha spolpato il paese e ridotto in miseria la popolazione, ed è ancora un laboratorio e un osservatorio privilegiato sugli sviluppi di civiltà che la borghesia ha in serbo per l’umanità.
Grattata via la lacca e i brillantini della propaganda, grattate vie le chiacchiere velenose sul superamento del ruolo della classe operaia, grattati via tutti gli orpelli, emerge la verità. Il fulcro dell’economia capitalista rimane il furto di ricchezza prodotta dagli operai. Come?
Ogni lavoratore impiegato nella valorizzazione del capitale vende la sua forza lavoro come merce e con il proprio lavoro produce una certa quantità di ricchezza.
Ogni capitalista paga i lavoratori per la forza lavoro che essi vendono come merce (al “prezzo di mercato”) non per il totale della ricchezza che producono, ma solo per una quota di essa, quella stabilita dal “prezzo di mercato”. Della parte rimanente della ricchezza prodotta, che si chiama plusvalore, se ne appropria il capitalista (l’imprenditore, il datore), adducendo argomenti ragionevoli e di buon senso solo all’apparenza: la proprietà dei mezzi di produzione e l’indennità per il rischio d’impresa sono fra i più gettonati.
Risulta chiaramente, dunque, che l’aumento del capitale investito dal capitalista (valorizzazione) avviene tramite lo sfruttamento dei lavoratori, tramite il furto di una parte della ricchezza che gli operai hanno prodotto.
Attenzione! Con il termine sfruttamento non va inteso il fatto che il capitalista riconosce all’operaio un salario particolarmente basso. Anche se il salario fosse più alto l’operaio sarebbe ugualmente sfruttato, derubato comunque di una parte della ricchezza che lui stesso ha prodotto.
L’estrazione di plusvalore nella produzione di merci è il motivo per cui i capitalisti si oppongono strenuamente alla riduzione dell’orario di lavoro e a tutte le misure che in qualche modo schioderebbero l’operaio dalla postazione di lavoro.
Se gli argomenti che i capitalisti adducevano duecento anni fa per rivendicare questo furto potevano avere una qualche sembianza di ragionevolezza, oggi non ne hanno alcuna.
Il rischio d’impresa e la proprietà privata dei mezzi di produzione sono vecchi arnesi superati dalla storia che, in aperta contraddizione con l’oggettivo e concreto sviluppo del carattere collettivo dei mezzi di produzione, ostacolano lo sviluppo della produttività del lavoro. E con essa l’evoluzione dell’intera società.
Il governo greco ha squarciato il paravento di ipocrisia e intossicazione dietro cui la borghesia nasconde la realtà: la società è molto diversa da duecento anni fa, ma l’economia capitalista si basa ancora sul furto del plusvalore prodotto dagli operai.
Alla classe operaia il compito di mettersi alla testa della lotta per seppellire il capitalismo e instaurare il socialismo, un modo di produzione dove nessun capitalista, nessun padrone, nessun datore aumenta il proprio capitale rubando la ricchezza prodotta da altri.






