La manifestazione nazionale “Democrazia a lavoro. Pace, salari, diritti: un’altra manovra è possibile” del 25 ottobre a Roma, organizzata dalla Cgil e dalle associazioni della rete “La Via Maestra”, è stata un’altra tappa dell’autunno caldo.
I promotori hanno stimato che sono state 200mila le persone che hanno preso parte al corteo. Un corteo che ha rappresentato tutte le categorie di lavoratori e partecipato in particolare da ampi spezzoni di iscritti Spi (Sindacato pensionati italiani), Fillea (Federazione italiana dei lavoratori del legno e dell’edilizia), Fp (Funzione pubblica), Fiom (Federazione italiana operai metallurgici), Flc (Federazione Lavoratori della Conoscenza) e anche di singole aziende del paese. In piazza anche tante bandiere della Palestina.
La piattaforma di lancio della manifestazione ha raccolto ampia adesione perché ha messo al centro gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari del nostro paese: dirottare i finanziamenti destinati al riarmo per investire su sanità, istruzione e politiche sociali, rinnovare i Ccnl pubblici e privati, rivalutare le pensioni, mettere in atto politiche industriali per contrastare lo smantellamento e la delocalizzazione delle aziende, salute e sicurezza sul lavoro.
Una “manovra” fatta di misure in evidente contrasto con il governo Meloni e le sue politiche antisociali. Una manovra che per essere attuata ha bisogno che la Via Maestra sia imboccata e percorsa fino in fondo dandosi un obiettivo, uno sbocco politico coerente: cacciare il governo Meloni, servo degli imperialisti Usa, sionisti e Ue, e sostituirlo con un governo partigiano della pace che attua la Costituzione del 1948.

Noi del P.CARC abbiamo partecipato alla manifestazione diffondendo tra i lavoratori presenti un volantino che indicava questo obiettivo. In tanti ci hanno chiesto come fare per raggiungerlo. Una domanda preziosa che ci ha permesso di parlare con diversi lavoratori presenti in piazza innanzitutto del fatto che fra la fine di settembre e la metà di ottobre l’Italia è stata attraversata da un’imponente mobilitazione che ha dato slancio alla lotta per cacciare il governo Meloni. Di parlare del fatto che i lavoratori e le masse popolari hanno dimostrato di avere la forza di “bloccare il paese” e di imporre dal basso e con la lotta quelle misure urgenti e necessarie per cui si stanno mobilitando: vedi l’embargo di fatto imposto a Israele con i blocchi di stazioni, aeroporti, autostrade e iniziative di boicottaggio.
Un movimento quello in corso e che dobbiamo puntare a sviluppare sempre di più perché diventi il governo reale di tutto il paese. Un governo che fermi la guerra e attui la Costituzione italiana del ‘48. Un governo che sbarri la strada ai tentativi della classe dominante di tenere in piedi il governo Meloni o che per sedare la mobilitazione in corso manovri per installare un governo diverso solo nelle apparenze (un governo di tecnici o un governo a guida Pd), che attui lo stesso programma del governo Meloni, fatto di guerra, riarmo, sfruttamento, saccheggio, repressione.
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E per costruire questa reale alternativa il ruolo decisivo è proprio quello dei lavoratori e delle masse popolari del paese. Come fare? L’aspetto decisivo è creare in ogni luogo di lavoro collettivi di lavoratori in cui organizzarsi e mobilitarsi per portare avanti le principali battaglie di questa fase contro il carovita, la riconversione militare delle aziende, la militarizzazione delle scuole e delle università, lo smantellamento della sanità pubblica, ecc. Laddove questi organismi esistono già l’aspetto decisivo è invece coordinarli con il resto del movimento operaio e popolare del paese. Farli confluire nel fiume del cambiamento che straripa ovunque in queste settimane.
É evidente – a chi vuole vederlo – che laddove esistono simili organismi che si mettono alla testa di una battaglia e su questa chiamano alla mobilitazione, lavoratori e masse popolari esprimono la loro forza, la loro capacità di costruire un’alternativa e di fermare politiche di guerra e miseria. Esempi più lampanti sono il Calp di Genova per il blocco del traffico di armi e del paese intero; il collettivo di fabbrica Gkn di Firenze che ha fatto di un’azienda in chiusura un centro promotore di lotta contro lo smantellamento dell’apparato produttivo del paese e per un lavoro sostenibile; i No Tav della Val Susa che bloccano la devastazione del territorio e le grandi opere speculative; i compagni di Extinction Rebellion o Ultima generazione e così via.
Se nel paese ci fossero anche solo un centinaio di organismi simili, coordinati tra loro e orientati a costituire un governo di emergenza che sia loro espressione basterebbero per rendere ingovernabile il paese alla Meloni e ai suoi soci e costringerli a ingoiare un simile governo. Ogni iniziativa, manifestazione e sciopero deve essere un passo che va in questa direzione, deve alimentare organizzazione e coordinamento verso questo obiettivo.

Adesso quindi è importante promuovere assemblee e momenti per discutere degli esiti della manifestazione del 25 ottobre e di come proseguire sulla via della mobilitazione unitaria delle organizzazioni sindacali, politiche e sociali, a partire dalla proclamazione di uno sciopero generale, unitario e generalizzato. “Ci sono cose nuove che vengono dal basso e c’è chi non le vuole vedere e anzi demonizza chi viene in piazza” ha detto Landini nel suo intervento a piazza San Giovanni “Non escludiamo lo sciopero. Chi demonizza le piazze teme la democrazia”. Tanti dei lavoratori con cui ci siamo confrontati sono disposti a scioperare, e sono disponibili a farlo ancora insieme ai sindacati di base. L’Usb questo sciopero lo ha indetto per il 28 novembre e, per dare continuità allo sciopero del 3 ottobre e all’imponente mobilitazione di quelle settimane, bisogna spingere tutte le organizzazioni sindacali che vogliono avere un ruolo positivo in questa fase a proclamare anch’esse sciopero per quel giorno, anche la Cgil.






