Alcune settimane fa una lavoratrice, membro del P.CARC, ci hai inviato un contributo in cui raccontava la sua esperienza nel promuovere la mobilitazione dei suoi colleghi di lavoro. Soprattutto si interrogava su come portare la solidarietà alla Palestina e la lotta contro la Terza guerra mondiale sul suo posto di lavoro, per coinvolgere anche i colleghi. Chiudeva il contributo ponendosi l’obiettivo di provare ad aggregarli attorno alla realizzazione di uno striscione in solidarietà alla Palestina.
Abbiamo quindi chiesto alla compagna aggiornamenti sullo sviluppo del lavoro che ha avviato. Ne è venuto fuori un contributo prezioso – molto concreto – per ogni lavoratore e lavoratrice che voglia iniziare ad attivare, mobilitare e organizzare i propri colleghi, a creare sul posto di lavoro collettivi di lavoratori.
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I primi tentativi e i dubbi dei miei colleghi
Come avevo scritto, ho provato a proporre di realizzare uno striscione e fare una foto in solidarietà alla Global Sumud Flotilla in partenza, ma la mia proposta è caduta nel vuoto fra i colleghi. Il fatto però di aver iniziato a parlare sempre di più della Palestina e di promuovere solidarietà nel posto di lavoro, anche senza riuscire subito a creare uno schieramento, è stato utile a piantare dei semi.
Sia il 19 che il 22 settembre non ero in turno, ho quindi partecipato alle manifestazioni ma non ho scioperato. Avevo però parlato con una collega che mi ha chiamato per sapere come aderire allo sciopero, non sapendo se dovesse avvisare o meno e come dovesse comportarsi. Le ho ovviamente spiegato che poteva aderire allo sciopero semplicemente non presentandosi a lavoro e che non era tenuta ad avvisare. Ho colto l’occasione di questa telefonata per chiederle chi fra i nostri colleghi avesse aderito allo sciopero del 19, indetto dalla CGIL.
Quando sono rientrata a lavoro, ho utilizzato la pausa pranzo con un paio di colleghi per chiedere se avessero aderito agli scioperi del 19 e del 22 settembre. Non avevano scioperato, ma è stato importante prendersi questo momento di confronto perché hanno sollevato tutta una serie di dubbi sull’effettiva utilità dello sciopero. “A cosa serve bloccare tutto in Italia, se il genocidio avviene in Israele? Non è che smettono di bombardare e affamare le persone perché in un altro paese scioperiamo”. In quel frangente ho risposto che è vero che non possiamo decidere quello che farà il governo israeliano [NR anche se i recenti avvenimenti mostrano che non è così!], però possiamo sicuramente incidere sulle decisioni che prende il governo italiano. L’Italia con i soldi delle nostre tasse, quelli che sudiamo stando 40 ore in azienda, impostando le nostre vite su tre turni etc, sta finanziando il genocidio, manda armamenti a Israele e non ha fatto nessun pacchetto di sanzioni a Israele. Quindi scioperi e mobilitazioni sono utili per imporre al governo italiano di interrompere la complicità del nostro paese con il genocidio.
Entrambi i colleghi mi hanno detto che se avessero saputo prima tutte queste cose, avrebbero aderito allo sciopero. In effetti l’unica locandina presente in azienda era quella dello sciopero del 19 proclamato dalla CGIL, sulla quale c’era solo scritto “sciopero per Gaza”.
Questa conversazione è stata illuminante. Ho capito che anche se le persone seguono le notizie, si informano, comunque se non sono attivisti rimangono esclusi da tutta una serie di ragionamenti, perché alla fine quello che arriva alla stragrande maggioranza dei lavoratori è la propaganda dei media occidentali, che tutto fanno fuorché alimentare un ragionamento critico. Sulla spinta del dibattito politico scatenato in tutto il paese dall’impresa della Global Sumud Flotilla e da quanto stava realizzando “l’equipaggio di terra” ho preso forza per espormi di più con i colleghi, fare domande, alimentare discussione e capire. Avendo partecipato al corteo del 22 a Milano, ho potuto anche entrare nel merito di tutta la propaganda sugli scontri in stazione Centrale. Insomma, dal 22 in avanti mi sono esposta e uscita allo scoperto, per poter valorizzare al meglio dentro il posto di lavoro tutto il fermento politico che sta attraversando il paese.
..mi sono decisa a muovermi in prima persona
Sulla spinta delle discussione intercorse con i colleghi, mi sono decisa a muovermi in prima persona per promuovere lo sciopero generale del 3 ottobre. Ho scritto un volantino che esortava a scioperare, che spiegava perché scioperare e a cosa serviva lo sciopero, senza grandi discorsi, ma rispondendo con poche semplici parole alle obiezioni che erano emerse rispetto ai due scioperi di settembre.
L’ho portato a lavoro, ne ho lasciate varie copie con discrezione nella sala mensa e vicino agli spogliatoi.
In questo frangente ho parlato con un collega che il 19 aveva aderito allo sciopero di 4 ore, e che aveva spronato gli altri colleghi a scioperare, mi ha detto di aver ricevuto risposte come “è più utile raccogliere dei soldi”, cosa che lo ha molto demoralizzato. Al che gli ho detto “Ora è il momento di scioperare, ma possiamo anche raccogliere i soldi, da domani”, per fargli vedere che tutto si può valorizzare. Gli ho fatto vedere il volantino e mi ha spronata ad appenderlo sulla bacheca sindacale della CGIL, così ho fatto e il volantino non è stato staccato, anzi è rimasto di fianco alla locandina dello sciopero (sempre molto generica “Sciopero per Flotilla per Gaza”) tutto il giorno!
Questa operazione ha costretto anche un delegato della CISL a uscire allo scoperto. L’ho beccato infatti che cercava di spiegare ad alcuni colleghi perché lo sciopero non avrebbe cambiato nulla. Certo, stava remando contro, ma il dato è che un semplice volantino dentro il posto di lavoro ha alimentato una discussione politica fra i lavoratori, che è andata avanti e sta proseguendo oltre lo sciopero.
In generale questo mio espormi mi ha permesso di parlare molto con i colleghi. Uno di questi ad esempio, dopo che abbiamo parlato a lungo del senso dello sciopero e anche degli “scontri” di Milano, ha iniziato a chiedermi informazioni sulla Palestina, a voler approfondire e conoscere la storia. Alla fine ha aderito allo sciopero del 3 ottobre.
Il 3 ottobre ho aderito allo sciopero e questo ha suscitato attenzione da parte dei miei colleghi, che ad esempio mi chiamavano per chiedermi dove fossi, so che a lavoro si aspettavano di vedermi al telegiornale, nei giorni successivi al vari colleghi hanno iniziato a chiedermi aggiornamenti sulla Flotilla, a chiedermi cosa ne pensassi della tregua, a farmi domande sulla Palestina. Insomma, la pausa pranzo e le pause caffè sono diventate occasione per parlare di politica.
Ovviamente, in azienda ci sono sia lavoratori di sinistra che lavoratori di destra (uno di questi addirittura dice di andare a Predappio!), io sto instaurando un rapporto e una discussione con tutti, mettendo al centro il fatto che indipendentemente da cosa hanno in testa, da quello che votano, sono lavoratori. Tant’è che i colleghi di destra mi stanno presentando tutti i colleghi “compagni”.
Così ho anche scoperto – da un collega che ne faceva parte – che fino a qualche anno prima la Cgil aveva un comitato di lavoratori all’interno del mio posto di lavoro; facevano le riunioni, andavano nei vari reparti con i questionari sulle macchine per capire quali erano i problemi, dalle criticità vissute dai lavoratori (operatività, turnazioni, mobbing etc) alla sicurezza, la manutenzione e via dicendo. Il comitato si è sciolto per assenza di ricambio, una volta andato in pensione chi lo trainava e per il mobbing che quelli che sono rimasti hanno ricevuto. Parlando con un altro collega iscritto alla CGIL, mi ha detto che servirebbe un sindacato più presente, che avendo 7 ore di assemblea all’anno andrebbero convocate assemblee sindacali ogni due mesi, per ragionare e discutere fra colleghi.
Come proseguire?
Ad oggi questa è la situazione. Come proseguire? Con la tregua e l’accordo per il cessate il fuoco ha senso realizzare una cassa di resistenza per Gaza, scegliendo un progetto da sostenere e verso cui mandare i soldi. La raccolta economica è un primo passo per attivare quei lavoratori che lo sciopero non lo fanno, ma che vogliono comunque sentirsi utili. Tanto più che qualcuno lo ha anche detto “è più utile raccogliere soldi”. Ovviamente, non sono d’accordo che sia più utile raccogliere soldi, ma penso che possa essere utile in questo contesto, per valorizzare il dibattito politico di queste settimane e orientarlo su un’azione concreta.
Poi, vorrei organizzare con un collega, presidente di una Proloco molto attiva sul territorio, la presentazione del libro “Dal fiume al mare” (raccolta di poesie e racconti dalla Palestina) a cui invitare i nostri colleghi.
Altre cose saranno approfittare della pausa pranzo per avere del tempo per parlare con i colleghi, oltre che le pause caffé (che però sono sempre troppo brevi e sempre sotto la sorveglianza dei capi turno). Voglio fare entrare anche delle copie di Resistenza, da far avere ai colleghi più interessati a sviluppare un dibattito politico sull’alternativa. Sfruttare anche uscite insieme per bersi una birra, fuori dall’orario di lavoro.
Insomma è un lavoro in corso che però mi sta dando molti insegnamenti.
Ho imparato che è possibile e che dipende da me..
Il primo insegnamento è non dare per scontato mai nulla. Quando ho proposto di fare qualcosa per la Flotilla, non mi sono posta nell’ottica dei miei colleghi. Per me ne parlava tutto il paese, quindi sapevano. Ma “sapere” non è sufficiente.
Intanto sapere che è partita una flotta umanitaria, conoscerne gli obiettivi e il senso, sapere perché non stava facendo nulla di illegale (anche questo è stato oggetto di discussione), ragionare sul perché è importante dare la solidarietà. Insomma. Il punto è che spesso non si ottengono risultati perché è il punto di partenza a essere sbagliato. Non è che chi non risponde è stupido o disinteressato, semplicemente è che chi gli ha posto la domanda ha dato per scontato un contesto che scontato non è. Specialmente in un ambito in cui la discussione politica è sotto lo zero, in cui il principale sindacato (Cisl) è concertativo e serve a fare favori a destra e a manca.
Il secondo insegnamento è che intervenire tra i propri colleghi per promuovere organizzazione è un lavoro che è del tutto possibile fare. Ed è un lavoro che puoi fare anche senza esporti molto, stando attento a non sbandierare le tue posizioni, ma lavorando sui singoli colleghi, dentro e fuori. Alcune volte avere un gruppetto o individuare il delegato sindacale adatto, può tutelare ulteriormente (esempio nel mio precedente lavoro “andava avanti” il mio collega che era delegato sindacale e aveva più agibilità rispetto a me che avevo un contratto precario, avevamo realizzato dei questionari per raccogliere i problemi dei lavoratori). In ogni situazione va valutato come è meglio muoversi. Ma sicuramente è possibile muoversi.
Ho imparato che è un lavoro che non possiamo appaltare, aspettare che i lavoratori si muovano da soli. Chiunque dentro un posto di lavoro sia già organizzato in organismi politici o di movimento o chiunque semplicemente ha una comprensione della situazione e una spinta a fare qualcosa, a cambiarla, deve darsi da fare.
Il punto non è quanto i nostri colleghi siano più o meno “addormentati” o “indifferenti”, è quanto noi troviamo il modo per sviluppare confronto e iniziative. Alla fine in ogni posto di lavoro ho sempre trovato qualcuno con cui parlare e sviluppare un lavoro politico e non ho lavorato in aziende “rivoluzionarie” o con storie di lotte sindacali gloriose, anzi. Ovvio che non puoi partire da quello che vorresti trovare tu, di trovare il perfetto collega comunista. Persino con i colleghi che vanno a Predappio ad esempio ho individuato dei punti che ci uniscono (per esempio il sovranismo e il fatto che non ci sta bene vivere in un paese occupato dagli USA e in cui le nostre basi militari servono a fare i porci comodi a una potenza straniera guerrafondaia).
La classe operaia è la classe rivoluzionaria, ma non vuol dire che la troveremo lì, perfetta, avanguardie già pronte. Vuol dire che da qui, dalle condizioni in cui siamo in ogni posto di lavoro dobbiamo partire per renderla tale. Dobbiamo partire da chi abbiamo davanti, da che cosa fa, cosa ha fatto, cosa pensa, cosa lo muove. A volte anche solo la discussione su una canzone è utile a farlo! Dipende da noi e da che lenti ci mettiamo per guardare la realtà attorno a noi.
In ultimo, proprio riguardo a come ci approcciamo, a come guardiamo in nostri colleghi, dobbiamo sforzarci di non partire da quello che sappiamo noi, dobbiamo stare attenti a non dare per scontato che anche gli altri sappiano quello che sappiamo noi, che si informino sugli stessi canali, che siano arrivati a vedere collegamenti tra le cose ecc. Nella maggior parte delle aziende allo stato attuale non esiste discussione politica, non ci sono assemblee sindacali, non c’è chi promuove formazione politica e organizzazione. Oggi sta a noi farlo!
Ovvio che questo lavoro non ha poi sostanza, autorevolezza e sbocco se non è affiancato dalla nostra pratica. Se non siamo coerenti con quanto diciamo ai nostri colleghi. Sul mio posto di lavoro ad esempio il fatto che io scioperassi ha fatto la differenza in termini di autorevolezza che mi hanno riconosciuto e di disponibilità a parlare con me nei giorni successivi. Addirittura erano alcuni colleghi che i giorni prima mi dicevano che io avrei dovuto scioperare per forza, perché sono un’attivista. E avevano ragione, io per prima dovevo farlo!







