Il 10 settembre, durante un comizio alla Utah Valley University, è stato ammazzato Charlie Kirk, colpito alla gola da un cecchino posizionato sul tetto di un palazzo antistante.
Il fatto ha creato enorme clamore: Kirk era una delle più importanti figure della destra trumpiana, fondatore e presidente di Turning Point Usa, organizzazione che si rivolge principalmente agli universitari attraverso dibattiti e conferenze nei campus.
Insomma, nonostante alle nostre latitudini fosse poco noto, era un personaggio molto influente nella destra americana, con un importante seguito soprattutto tra i giovani.
Si era costruito un ruolo alimentando nei suoi dibattiti un clima di forte contrapposizione con “l’ideologia woke”, portando avanti posizioni reazionarie, suprematiste, razziste e basate sul fondamentalismo religioso. Posizioni che hanno contribuito alla creazione del clima da guerra civile strisciante che imperversa nel paese, riflesso di uno scontro tra fazioni della classe dominante e di una lotta di classe che negli Usa, centro del sistema imperialista mondiale travolto dalla crisi generale del capitalismo, si fanno sempre più aspri. Gli attentati a sfondo politico che si sono verificati quest’anno si contano già nell’ordine delle decine e sono in significativo aumento rispetto allo scorso anno (vedi l’articolo “Dietro l’attentato Kirk | Gli Usa rivivono lo spettro degli anni ’60: boom dei reati d’odio, sfiducia, radicalizzazione delle idee. E i politici tornano bersaglio” pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 19/9/2925).
L’assassinio di Kirk va letto proprio alla luce e all’interno di questa guerra civile strisciante. Basta vedere come la sua morte è stata subito usata da Trump e dai vertici del Partito Repubblicano per accusare il Partito Democratico e la “sinistra” di esserne i mandanti morali, per ascrivere il movimento Antifa tra le organizzazioni terroristiche e in generale per creare un clima favorevole, da una parte, alla repressione della mobilitazione popolare e dall’altra alla guerra senza quartiere che la nuova amministrazione Usa sta conducendo contro le fazioni avverse. E questo contro ogni evidenza, dato che gli indizi finora emersi dipingono un quadro diverso, collegando l’assassino di Kirk, Tyler Robinson, al gruppo di estrema destra Groypers, vicino a Nick Fuentes, suprematista bianco e neonazista, da tempo critico con Kirk e Trump per le posizioni “troppo moderate”.
Il fatto è che dopo aver subito, sotto l’amministrazione Biden, diversi procedimenti giudiziari che puntavano a estrometterlo dalla corsa presidenziale ed essere sfuggito a sua volta a un attentato, Trump e la sua cricca sono ora passati decisamente all’attacco.
Dopo la vittoria alle elezioni, in pochi mesi hanno:
– colpito le istituzioni della pubblica amministrazione, licenziando migliaia di dipendenti e smantellando potentissime istituzioni come Usaid, strumento del “soft power” Usa nel mondo, attraverso cui venivano finanziati con decine di miliardi di dollari media compiacenti, Ong e rivoluzioni colorate;
– sostituito dirigenti di istituzioni federali ostili, come l’ex direttore dell’Fbi James Comey, che si è licenziato da solo a gennaio per non farsi cacciare e che a fine settembre è stato incriminato dal Dipartimento di Stato per falsa testimonianza e intralcio ai lavori del Congresso; come i trentasette funzionari della Cia e della Nsa epurati nel mese di agosto; come i più di cento tra generali e ammiragli licenziati nel solo mese di maggio (vedi l’articolo “Autosabotaggio – Trump sta facendo la guerra anche alla Cia” pubblicato su Linkiesta il 25/8/2025);
– lanciato un attacco senza precedenti contro alcune della principali università del paese, accusate di essere focolai dell’ideologia liberale e progressista;
– schierato l’esercito a Los Angeles, poi a Washington e infine a Portland, minacciando di farlo nei prossimi mesi in altre città governate dai democratici, prima fra tutte Chicago.
Insomma, uno scontro a tutto campo e senza esclusione di colpi per conquistare posizioni, occupare l’amministrazione pubblica e le principali istituzioni con propri uomini e smantellare le organizzazioni della parte avversa.
La parte avversa, però, non resta alla finestra. Diverse iniziative presidenziali sono state bloccate dai ricorsi promossi dai procuratori generali di Stati a guida democratica. Numerose città governate dai democratici boicottano attivamente le misure anti-immigrazione di Trump. Alla politica dei dazi è stato messo un freno dal rifiuto della Banca centrale (Fed) di abbassare i tassi di interesse e si è aperto uno scontro istituzionale che minaccia la credibilità finanziaria degli Usa: la Fed boicotta la politica economica del governo, mentre Trump cerca con ogni mezzo di rimuoverne il presidente e gli altri dirigenti a lui ostili.
L’omicidio di Kirk e quanto ne è seguito mostrano però che questa guerra civile strisciante si combatte anche all’interno della cricca di Trump. Basti pensare che in una larga fetta della base Maga si è affermata l’ipotesi che siano stati Israele e la lobby israeliana a fare assassinare Kirk. Ipotesi d’altronde non così incredibile, se Netanyahu si è comunque sentito in dovere di discolparsi pubblicamente con un video. Ma soprattutto perché basata su un contrasto reale: Kirk, che nel corso della sua attività aveva ricevuto grossi finanziamenti dalla lobby sionista, negli ultimi tempi aveva cominciato ad assumere posizioni contrarie a Israele. Aveva criticato il sostegno degli Usa all’attacco di Netanyahu all’Iran e criticato apertamente l’ingerenza dei sionisti nella politica degli Stati Uniti. In particolare sostenendo la tesi secondo cui Jeffrey Epstein – ricco finanziere che gestiva un giro di prostituzione minorile, morto “suicida” in carcere nel 2019 e diventato un simbolo del marciume della classe dirigente – fosse un agente del Mossad, che ricattava potenti personaggi della politica grazie a video compromettenti. Kirk addirittura aveva denunciato di aver ricevuto messaggi intimidatori da parte di non meglio precisati personaggi della lobby israeliana (vedi l’articolo “Dopo l’assassinio di Kirk, emergono tensioni sul rapporto con Israele anche tra gli stessi conservatori Usa” pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 19/9/2025).
Al di là della fondatezza di questa teoria, questi retroscena rendono evidente un altro fatto: questa guerra senza esclusione di colpi nella classe dominante Usa coinvolge per forza di cose anche i gruppi imperialisti Ue e sionisti.
Insomma, l’amministrazione Trump, nel bel mezzo della Terza guerra mondiale che proprio gli imperialisti Usa promuovono per cercare di mantenere il loro traballante dominio sul mondo, si trova di fatto paralizzata da un continuo scontro istituzionale e tra gruppi di potere, in un vortice di vendette e ritorsioni, in una guerra di tutti contro tutti. La guerra civile negli Usa mina la forza con cui il suo complesso militare-industriale-finanziario opprime il resto del mondo e coinvolge, in un modo o nell’altro, l’intera Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti. Crea in definitiva una situazione favorevole per l’azione dei comunisti, di cui dobbiamo imparare ad avvalerci sempre più.






