Il 27 settembre abbiamo partecipato all’assemblea nazionale di Stop Rearm Europe che si è svolta a Roma, nella sede nazionale dell’Arci. Un centinaio le persone presenti e diverse decine in collegamento, in rappresentanza di moltissime realtà organizzate.
L’assemblea ha affrontato cinque temi: “Europa – warfare vs. welfare”; “La costruzione del nemico, la sicurezza comune, la diplomazia dei popoli”; “Europa vs Mediterraneo: con la Palestina nel cuore”; “Militarizzazione e resistenze”; “Militarizzazione vs economia di pace, giustizia sociale e climatica”.
Non faremo qui una sintesi dell’assemblea, che invece sarà diffusa dai suoi promotori, ci soffermiamo invece su due aspetti positivi da valorizzare e su due nodi da sciogliere per dare seguito alla costruzione di un ampio, radicale movimento per fermare la Terza guerra mondiale che sia animato innanzitutto dalla volontà di vincere. Ci soffermiamo anche su un intervento che si è distinto per lucidità di analisi e prospettive luminose.
La convergenza, la necessaria lotta contro il settarismo e lo spirito di concorrenza
Gli interventi che hanno fatto appello a rompere con la logica concorrenziale e settaria sono stati numerosi e da più parti è emerso quanto essa abbia inficiato sia la riuscita della mobilitazione del 21 giugno scorso a Roma, quando sia Stop Rearm Italia che PaP-Usb hanno convocato cortei nazionali distinti l’uno dall’altro, sia nella riuscita delle successive iniziative.
La logica concorrenziale e settaria alimenta sfiducia verso la possibilità di costruire un ampio movimento popolare e facilita le manovre dei nostri nemici. In particolare, è stato positivo l’intervento di Raffaella Bolini, vicepresidentessa nazionale dell’Arci che, a introduzione delle sessioni di dibattito, ha ribadito che “bisogna dare il buon esempio su quattro punti: 1. basta competizioni sterili tra organizzazioni del movimento popolare contro la guerra, 2. convergere, convergere, convergere, 3. socializzare l’esperienza e la conoscenza, 4. rafforzare le alleanze del movimento pacifista nei vari paesi europei”.
È emersa quindi con chiarezza la necessità di trovare punti di incontro comuni con i numerosi promotori delle mobilitazioni degli scorsi mesi (sindacalismo di base, associazioni palestinesi, ecc.) per convergere il più possibile su tutti gli appuntamenti nazionali autunnali, in particolare sul 4 ottobre a Roma.
Esistono già le competenze necessarie a dirigere il paese in modo diverso da come lo dirigono le Larghe Intese
Con numeri, statistiche e rapporti alla mano alcuni esperti hanno dimostrato in dettaglio il modo in cui l’imposizione dell’economia di guerra (dal piano di riarmo europeo ai tagli ai servizi sociali, carovita, ecc.) e la promessa di “nuovi” posti di lavoro attraverso la conversione alla produzione bellica sia pura propaganda di regime.
Qualcuno dirà “lo sapevamo!”, ma discutere e dibattere di economia, di pianificazione industriale e altro dimostra che oggi nel nostro paese ci sono numerose figure “tecniche” (economisti, giuristi, analisti) capaci di pensare all’economia e alla gestione del paese in un senso diverso da quello imposto dai guerrafondai, sia quelli al governo che quelli all’opposizione. Sono competenze utili che possono e devono essere messe al servizio dei lavoratori e delle masse popolari per pianificare un nuovo modello di gestione economica del paese da affidare a un governo deciso ad attuarlo.
Le cose non succedono per caso. Dal 22 settembre dobbiamo trarre indicazioni pratiche coerenti con la realtà
Tantissimi interventi hanno posto elementi di bilancio del 22 settembre sottolineando che è stata una giornata di lotta inedita, mai vista negli ultimi anni, “da cui non si torna indietro” e che bisogna indagare le ragioni che hanno portato circa un milione di persone in tutto il paese a bloccare piazze, strade, porti, stazioni ferroviarie.
Siamo d’accordo, e abbiamo una risposta al quesito assembleare. Se quella giornata è stata possibile è perché all’interno della mobilitazione a sostegno della Global Sumud Flotilla (Gsf) è intervenuta la classe operaia, il Calp di Genova, che ha tracciato una linea chiara, priva di ambiguità, chiamando a un obiettivo immediato, comprensibile a tutti e unificante: blocchiamo tutto, per impedire che tocchino anche solo un membro della Gsf. Hanno indicato la linea che tutti i lavoratori del paese dovevano seguire, sostenuti dallo sciopero generale indetto da Usb, Cub, Sgb e Adl.
Cosa implica tutto ciò? Che la via da seguire è alimentare la nascita, l’organizzazione e il coordinamento degli organismi di lavoratori all’interno di ogni azienda del paese, rafforzare il ruolo della classe operaia che il 22 settembre, a smentita di chi nei decenni scorsi ne ha decretato “la morte”, ha dimostrato invece di essere viva e vegeta e di avere la capacità (basta un piccolo gruppo di operai determinato) per far salire di tono la mobilitazione popolare e renderla capillare.
Siamo già in guerra o la Terza guerra mondiale deve ancora venire?
Molti interventi hanno sottolineato che “ogni giorno si va sempre di più verso la Terza guerra mondiale”, “ci sarà una guerra drammatica in Europa come fu la Seconda guerra mondiale” …
Noi pensiamo che la Terza guerra mondiale sia già in atto. I suoi morti, per quanto riguarda il nostro paese, non sono principalmente i soldati al fronte, ma coloro che si ammalano di uranio impoverito nei poligoni Nato, le masse popolari che rinunciano alle cure per i costi esorbitanti, i morti sul lavoro e per incuria ambientale.
A ciò si aggiunge che il nostro paese, con le oltre 120 basi Usa e Nato utilizzate senza remore a sostegno di ogni conflitto in cui la Nato è invischiata (addestramento, logistica, pianificazione), è apertamente in guerra contro il popolo palestinese, yemenita, siriano, iraniano e altri che oggi sono aggrediti dagli imperialisti Usa-Nato, Ue e sionisti. Pensare che siamo già in guerra implica ragionare da partigiani che lottano su tutti i fronti in cui la guerra si manifesta e mettersi nell’ottica di sabotarla in ogni suo ingranaggio.
Implica pensare che serve un Comitato di Liberazione Nazionale che non fa appello alle autorità (belligeranti) e ai partiti e organismi di opposizione (belligeranti anch’essi) che hanno governato in precedenza perché siano più ragionevoli e responsabili, ma fa appello alle masse popolari e alla classe operaia perché blocchino l’intero paese per sfilarlo dalla guerra mondiale, per cambiarne l’orientamento politico attraverso l’affermazione di una nuova classe dirigente. Una classe dirigente formata dalla classe operaia che si organizza nei porti per bloccare il traffico di armi, dagli insegnanti che lottano contro la militarizzazione delle scuole e delle università e da tutti quei comitati, reti e organismi che oggi sono intenzionati a fermare la Terza guerra mondiale; dai “tecnici” che mettono a disposizione di questi organismi capacità e intelligenza per dare gambe a un nuovo governo del paese.
Un governo d’emergenza popolare che la faccia finita con l’immonda presenza delle basi militari Usa e Nato sul nostro territorio, spezzando così uno degli anelli della catena attraverso cui si sviluppa la Terza guerra mondiale.
“Abbiamo un piano per governare che bisogna approfondire”
L’intervento che si è distinto per lucidità di analisi e prospettive è quello di Dario Salvetti, del Collettivo di Fabbrica Gkn. Dei cinque punti su cui si è concentrato nel suo intervento, ne riportiamo uno: “noi abbiamo un piano per governare la società e dobbiamo approfondirlo, renderlo organico e capace di affrontare ogni aspetto. È questo uno dei punti decisivi per rafforzare l’attuale movimento popolare e fargli fare il salto di qualità”.
L’intervento di Salvetti conferma che dobbiamo mettere al centro l’organizzazione degli operai e degli altri lavoratori, è questo l’aspetto determinante. Già oggi anche solo estendere i blocchi, i sabotaggi e i boicottaggi contro il genocidio in Palestina richiede l’iniziativa degli operai e degli altri lavoratori. Guardando le cose in prospettiva, per mettere fine alla spirale della guerra, del riarmo e dell’economia di guerra in cui il governo Meloni e i suoi padrini trascinano il nostro paese occorre spezzare le catene che lo legano agli imperialisti Usa-Nato, ai sionisti di Israele e alla Ue, alla loro Comunità Internazionale, alle sue istituzioni, regole, relazioni e traffici. Concretamente significa essere in grado di far funzionare il paese (produzione, distribuzione, trasporti, cioè aziende, scuole, ospedali, uffici, ferrovie, reti, supermercati) nonostante le minacce, le pressioni, il blocco, il boicottaggio e il sabotaggio della Comunità Internazionale. E questo presuppone l’iniziativa di una parte importante di operai e di altri lavoratori, che va costruita da oggi.






