Roma. Il 21 settembre si è svolta allo Spin Time l’assemblea nazionale della Rete A pieno regime, uno degli aggregati nazionali nati per contrastare il decreto sicurezza del governo Meloni.
Erano presenti circa cento persone che hanno animato un’articolata discussione in cui si sono combinati essenzialmente aspetti di analisi generale (situazione internazionale e ricadute sulla mobilitazione popolare in Italia), aspetti di analisi politica interna e questioni politiche legate allo sviluppo del movimento popolare.
Riteniamo utile riportare, pur brevemente, elementi che riguardano gli ultimi due aspetti.
Anzitutto, diversi interventi hanno posto l’accento sul fatto che l’approvazione del dl sicurezza non è stata una manifestazione di forza del governo Meloni, ma una manifestazione di debolezza. È quanto emerge anche dalle modalità di approvazione: la procedura di emergenza imposta dall’alto ha messo bene in evidenza le contraddizioni, le crepe, i mal di pancia che covavano (e covano) nella maggioranza di governo e fra il governo e altri centri di potere della Repubblica Pontificia italiana, come la magistratura.
Questa debolezza si è sviluppata al punto che, nella fase attuale, è altrettanto evidente la difficoltà del governo ad attuare il dl sicurezza.
Le mobilitazioni che da metà settembre si susseguono senza sosta in ogni angolo del paese, gli scioperi, i blocchi, le occupazioni delle piazze sono esattamente la fotografia dell’impotenza del governo a dargli seguito a fronte della portata, estensione e radicalità delle mobilitazioni.
E giusto sulle esigenze di sviluppo di questa onda anomala di mobilitazione si è sviluppato un altro filone di discussione. Una questione ripresa in vari interventi è stata la necessità di imparare a “declinare” la lotta di classe nelle varie esigenze concrete dei diversi settori popolari che si stanno mobilitando. A questo proposito sono emersi spunti interessanti. Ne riportiamo uno in particolare, quello dato da Dario Salvetti della ex Gkn: “il movimento contro il genocidio deve avere tre caratteristiche: urgenza, efficacia e permanenza. Il carattere della permanenza è necessario perché per cambiare i rapporti di forza serve tempo. Il carattere dell’efficacia sarà invece dato da quanto il movimento vedrà come protagonisti i soggetti sociali e non solo i soggetti organizzati, le avanguardie: passare dal lottare “per la Palestina” a lottare “con la Palestina”. Si tratta di costruire i rapporti di forza necessari a rompere l’assedio di Gaza, dunque, ma anche a incidere qui e, in effetti, per rompere l’assedio di Gaza è qui che noi dobbiamo incidere”.
Durante la discussione è stata riaffermata la volontà della Rete di operare su più fronti e ambiti per alimentare la lotta contro il governo Meloni.
La nostra compagna che è intervenuta ha portato un contributo su due aspetti.
Il primo possiamo definirlo di orientamento generale: un organismo come la Rete A pieno regime ha l’occasione, la possibilità e il compito di promuovere un orientamento avanzato rispetto al fatto che la legalità borghese è un’arma in mano alla classe dominante e che per rompere la cappa di criminalizzazione bisogna insistere, formare, sul principio che è legittimo tutto quello che è conforme agli interessi delle masse popolari, anche se è illegale.
Il secondo ha affrontato invece una questione contingente, all’ordine del giorno: è certamente positivo assumere la questione della cacciata del governo Meloni come obiettivo della mobilitazione della Rete, ma è necessario avviare una discussione approfondita su quale deve essere il governo che prende il suo posto. Perché ogni proposito di alimentare una “incredibile opposizione” al governo Meloni rimane velleità nella misura in cui incombe lo spettro della sua sostituzione con un governo del polo Pd delle Larghe Intese.






