Questo libro raccoglie vari scritti di I.V. Babusckin, operaio, bolscevico della prima ora, ucciso dai soldati zaristi nel 1906:
– le Memorie del periodo 1893-1900, scritte su richiesta di Lenin – con cui Babusckin collaborava nell’Iskra – per far conoscere l’attività svolta nella costruzione del partito;
– le Corrispondenze scritte per l’Iskra nel 1901.
– l’opuscolo In difesa degli operai di Ivanovo-Voznesensk, del 1901, in cui Babusckin confuta un articolo della rivista liberale Russkoe Bogatstvo che bolla gli operai di Ivanovo-Voznesensk – grande centro industriale tessile della Russia europea centrale soprannominato la “Manchester russa” – come irrecuperabilmente dediti all’alcool, indifferenti alla cultura, restii a qualsiasi tipo di solidarietà, privi di qualsiasi aspirazione.
Chiude la raccolta il necrologio di Lenin per I.V. Babusckin, che è del 1910: solo a distanza di quattro anni, infatti, i membri del partito e i familiari vengono a sapere della sua morte.
Nelle memorie, nelle corrispondenze e nell’opuscolo si intrecciano e si fondono il percorso di trasformazione individuale di Babusckin; il cammino di emancipazione degli operai – e insieme a loro dei contadini dell’Impero russo – culminato nell’instaurazione del primo paese socialista della storia; la nascita e i primi passi dell’opera di quello che diventerà il partito bolscevico, che è stato il lievito della trasformazione di milioni di individui e dell’emancipazione delle classi oppresse a cui appartenevano.
Le Memorie tratteggiano la storia del giovane Babusckin da quando, quindicenne, entra a lavorare in una grande fabbrica di Pietroburgo. I racconti degli operai più anziani (a proposito del ruolo che possono svolgere oggi i “vecchi operai” legati al movimento comunista), la lettura di un volantino clandestino passatogli da un giovane operaio “antigovernativo”, la ricerca di buoni libri, la partecipazione ai gruppi di studio con esponenti dell’intellighenzia, le scuole domenicali organizzate dai primi nuclei socialdemocratici sono le tappe attraverso cui Babusckin, da semplice operaio, sfruttato, oppresso e ignorante, diventa prima un elemento antigovernativo e poi un socialista. Scopre le cause della vita grama sua e degli altri operai come lui; comprende che non è vero che “le cose vanno come vanno, così deve essere e così sarà”, come pensava – scrive Babusckin – “finché non ho iniziato la mia vita vera. Prima vegetavo, la vita mi era indifferente, mi interessava solo guadagnare la mia misera paga; avevo in testa un debole pregiudizio religioso e la vaga idea di diventare ricco e vivere bene”. Capisce che quel destino – che sembra ineluttabile – si può cambiare e cosa occorre fare per riuscirci. In questo modo la rabbia cieca che gli cova dentro diventa coscienza di classe, lo stringere i denti e andare avanti diventa determinazione a dedicare la vita alla causa dell’emancipazione della sua classe, alla causa del comunismo. In questo modo smette di “vegetare”, disinteressandosi delle “questioni della vita”, e trova e dà un senso, uno scopo a essa.
Mi soffermo sulla questione del “senso della vita”, perché oggi è diventato un problema che riguarda milioni di membri delle classi oppresse – in particolare i giovani – dei paesi imperialisti. Nella società borghese, se il bisogno di procurarsi il denaro necessario per comperare le condizioni (beni e servizi) socialmente necessarie per vivere lo costringono ad agire, allora l’individuo ha un fine, la sua vita e la sua attività hanno uno scopo. Se questo bisogno è soddisfatto senza esaurire il tempo e l’energia del lavoratore, se questo avviene per una larga parte della popolazione, si apre un capitolo nuovo. Ogni individuo deve dare uno scopo alla sua vita e alla sua attività: esisto e decido di dedicare il mio “tempo libero”, la mia vita a questo o a quello. Nel secolo scorso l’avanzata del movimento comunista ha ridotto su larga scala per le masse popolari dei paesi imperialisti il tempo di lavoro. La borghesia ha reagito moltiplicando e diversificando le attività del tempo libero, gli oggetti messi a disposizione delle masse popolari dei paesi imperialisti, le droghe e gli psicofarmaci in circolazione, facendo diventare le relazioni familiari – e in particolare la cura dei figli – il centro della vita individuale, fino a saturare gli spazi che i lavoratori le hanno strappato. Al punto che oggi spesso nei paesi imperialisti lavoratori impegnati nel lavoro in produzione quaranta o meno ore alla settimana – comunque circa la metà di quanto lo fossero i loro nonni – si trovano a non riuscire a disporre di tempo per l’attività politica. Impegni familiari, relazioni sociali, attività, hobby, viaggi, moda, animali domestici, droghe saturano il tempo lasciato libero dal lavoro in produzione. Questo ritarda il momento della scelta di quello a cui dedicare la propria vita. Da qui, nei paesi imperialisti, una massa di individui insicuri, instabili psicologicamente, privi di uno scopo per cui vivere, che non sanno perché vivono. Da qui la diffusione del “mal di vivere”, della depressione, dell’uso di antidepressivi e di droghe, del suicidio e di comportamenti autodistruttivi.
La borghesia ha portato l’umanità in una situazione in cui la possibilità di assicurare a tutti quanto serve per vivere dignitosamente provoca esuberi, fame, obesità, inquinamento, ecc. Oggi il senso della vita di ogni individuo consiste nel far fronte a questi problemi, cioè nel partecipare alla lotta di classe, alla lotta per instaurare il socialismo. Oggi più di ieri la partecipazione consapevole e organizzata alla rivoluzione socialista è la scelta di vita che lega ogni individuo delle masse popolari che la fa propria al resto dell’umanità che lo circonda e dà alla sua esistenza il senso che il dominio della borghesia sul mondo distrugge su scala crescente. È la scelta che individualmente salva dallo sbandamento e dalla depressione quella parte dell’umanità che non è più alla disperata ricerca dei mezzi per soddisfare i suoi bisogni primari. È la scelta di vita che noi comunisti indichiamo e pratichiamo.
Nelle memorie, nelle corrispondenze e nell’opuscolo Babusckin descrive le tremende condizioni di vita e di lavoro degli operai nell’Impero zarista tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento. Non sono cose del passato. Sono le condizioni che oggi i capitalisti impongono ai lavoratori nelle aziende che delocalizzano in Asia, Africa, America Latina: stragi come quella del Rana Plaza a Dacca (Bangladesh) nel 2013 e quella di Bhopal (India centrale) nel 1984, per limitarsi a quelle più note, sono lì a testimoniarlo. Sono le condizioni a cui i padroni e le loro autorità vogliono riportare oggi i lavoratori anche in Italia e negli altri paesi imperialisti (e con una parte di essi ci sono riusciti).
La “modernità” dei padroni e delle loro autorità è il ritorno al passato dei morti sul lavoro, della precarietà, del cottimo, dello sfruttamento all’osso, dei reparti confino, dell’arbitrio padronale a cui gli operai e il resto dei lavoratori avevano messo un freno quando il movimento comunista era forte nel nostro paese e nel mondo. E tutto questo nell’epoca della conquista di Marte, dell’informatica, della robotica, della telematica, della cibernetica, delle nanotecnologie, della bioingegneria, dell’intelligenza artificiale, a conferma che il “capitalismo ultramoderno” in realtà resta un ordinamento sociale da trogloditi. Un ordinamento sociale che confina i lavoratori – cioè la massa della popolazione – nel ruolo di “variabili dipendenti” del capitale, cioè dei padroni. Un ordinamento sociale che funziona, o almeno “va in pareggio”, solo se i lavoratori stanno male. E conferma che la tecnologia e la scienza nelle mani della borghesia servono a ribadire le catene dell’oppressione, la guerra e l’esclusione dalla società. Lo sfruttamento del lavoratore salariato da parte del capitalista resta la cellula costitutiva dell’intera società, a dispetto delle mistificazioni messe in campo per nasconderlo e dei discorsi fumosi sparsi a piene mani allo scopo di confondere e fuorviare, seminare disperazione o rassegnazione dove invece serve semplicemente organizzare la lotta di classe fino a farla finita con l’ordinamento capitalista e instaurare il socialismo.
In questa lotta, grande è l’importanza degli operai comunisti. Dagli scritti di Babusckin emerge con forza che l’operaio comunista non è l’operaio che protesta, rivendica o comunque in qualche modo si ribella. L’operaio comunista è l’operaio che ha un progetto di società da costruire e che mobilita, organizza e dirige gli altri lavoratori che protestano, rivendicano o comunque in qualche modo si ribellano. Li spinge a rendere la loro azione più efficace fino a costituire una forza capace di dirigere la società; li dirige a spazzare via gli ostacoli che la borghesia e il clero frappongono a questo risultato. (…)
Dalle memorie, dalle corrispondenze e dall’opuscolo viene fuori in mille modi la relazione tra la lotta degli operai contro i padroni e la lotta degli operai per emanciparsi dai padroni (cioè per instaurare il socialismo), quindi parlano agli operai e agli altri lavoratori avanzati di oggi. Dicono che le mille lotte di cui essi sono promotori per porre fine alla distruzione di posti di lavoro, di fabbriche e di diritti, per difendere dall’eliminazione o dallo stravolgimento i contratti collettivi nazionali di lavoro e gli altri diritti sindacali e politici conquistati possono avere successo solo se si sviluppa su larga scala l’attacco per instaurare il socialismo. Che i limiti e difficoltà che incontrano in queste lotte saranno superati su vasta scala solo se ognuna di esse diventerà la componente di un generale movimento di attacco per instaurare un nuovo sistema di relazioni sociali. Che le lotte rivendicative sindacali (per strappare migliori condizioni al singolo padrone o difendersi dalla sua rapina) e politiche (per imporre al governo leggi e regole a proprio favore o contrastare leggi e misure che danneggiano gli operai) devono quindi servire alla lotta politica rivoluzionaria. Devono diventare uno strumento della lotta finalizzata a eliminare la direzione della borghesia sulla società, instaurare il potere delle masse popolari organizzate e difenderlo dai contrattacchi dei sostenitori del vecchio mondo che non rinunceranno facilmente ai privilegi che l’attuale società garantisce loro. Perché solo su questa base è possibile instaurare un sistema di relazioni sociali che sia contemporaneamente democratico, ecocompatibile, adeguato alle forze produttive materiali e intellettuali oggi esistenti, corrispondente alle esigenze delle masse popolari, ai loro sentimenti e concezioni più avanzate. (…)
Manuela Maj – Direzione Nazionale del P.Carc






