Entro il 23 novembre, così ha stabilito il Consiglio di Stato, devono svolgersi le elezioni regionali in Calabria, Campania, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto, ma in ogni regione si svolgeranno in una data diversa.
Questo è il risultato di una lunga trattativa fra i due poli delle Larghe Intese, un accordo per permettere a ogni fazione dei vertici della Repubblica Pontificia di gestire gli eventuali contraccolpi dei risultati elettorali. E i contraccolpi ci saranno eccome.
In primo luogo, le elezioni sono una pericolosa necessità per le Larghe Intese. Sono una necessità perché servono a dare la parvenza di legittimità a un sistema politico che non ne ha più, ma sono pericolose perché a ogni tornata elettorale, in un modo o nell’altro, le masse popolari manifestano il loro malcontento (voto di protesta o astensione) e lo scollamento dal sistema politico, dai suoi partiti e dalle sue liturgie.
In secondo luogo, i contendenti di questa tornata elettorale non sono solo le due coalizioni principali, i partiti della maggioranza di governo contro i partiti dell’opposizione. La guerra per bande infuria anche nei due poli delle Larghe Intese: da una parte, Lega e Forza Italia contro Fratelli d’Italia, Fratelli d’Italia contro la Lega, ecc.; dall’altra, Pd contro M5s, Italia viva contro Avs e M5s, ecc.
Indipendentemente dai risultati, sul piano della politica nazionale i contraccolpi saranno, dunque, inevitabili.
Toscana
In Toscana le elezioni si svolgeranno il 12 e il 13 ottobre. La partita principale le Larghe Intese se la giocano sulla conferma del presidente uscente, Eugenio Giani, del Pd.
Una partita dura, giacché Giani è uno degli emblemi di come il Pd promuova e attui lo stesso programma del governo Meloni sotto le bandiere arcobaleno anziché sotto il tricolore e con il cuore al Ventennio che fu.
Per giocare la partita contro il candidato di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia – Tomasi – il Pd ha fatto della Toscana l’ennesimo “laboratorio del campo largo”, presentandosi in alleanza con il M5s e Avs per “sconfiggere le destre”.
È un accordo elettorale che fa già acqua da tutte le parti, a partire dal fatto che il M5s vi si è prestato – non senza polemiche da quanto rimane della sua base – in cambio della sottoscrizione da parte di Giani di un programma in 23 punti che include i “cavalli di battaglia” del Movimento. È inutile dire che quell’accordo è già carta straccia, dato che i cavalli di battaglia del M5s sono fumo negli occhi per Giani e il programma di Giani è fumo negli occhi per il M5s…
Solo apparentemente più sfumata è la posizione di Avs, che in Toscana conta su un certo attivismo degli eletti e su alcuni sindaci che si sono distinti proprio per le posizioni opposte a quelle del Pd e di Giani.
Gli scricchiolii del campo largo, tuttavia, non sono la principale preoccupazione del Pd.
Il convitato di pietra della campagna elettorale del campo largo sono le masse popolari e in particolare quegli organismi che negli ultimi anni hanno promosso lotte e mobilitazioni.
Dagli operai della ex Gkn, che stanno ancora aspettando che la Regione dia seguito al piano di reindustrializzazione dal basso cui pure aveva formalmente aderito, ai comitati per la sanità; dai comitati contro le speculazioni e la devastazione ambientale a quelli contro la militarizzazione dei territori.
A proposito del fatto che il Pd è promotore dello stesso programma del governo Meloni, infatti, la Toscana è oggetto di enormi manovre belliche: ampliamento della base Usa di Camp Darby, costruzione del nuovo centro di comando Nato a Firenze, la costruzione di una nuova base militare nella campagna pisana, il traffico di armi nel porto di Livorno. Tutti ambiti in cui si è sviluppata la mobilitazione popolare.
C’è poi la questione della nomina, tutta politica, di Marco Carrai a presidente della Fondazione Meyer: un sostenitore attivo del genocidio in Palestina (è anche console onorario di Israele) che presiede la Fondazione dell’ospedale “dei bambini” e per la cui rimozione è in corso un’articolata mobilitazione che coinvolge anche sindaci toscani in quota Avs.
Il fermento e l’attivismo delle masse popolari non è stato sufficiente per spingere gli organismi e i partiti anti Larghe Intese a costituire una lista che fosse espressione del fronte che pure nei fatti esiste già.
Per presentarsi alle elezioni, anche in Toscana stanno raccogliendo le firme quattro liste “alternative” (anche fra di loro): Toscana Rossa (una coalizione formata da Prc, Potere al Popolo e Possibile), il Partito Comunista Italiano che si presenta da solo, una lista “del dissenso” (Forza del Popolo) e Democrazia Sovrana e Popolare.
Il P.Carc è attivo nella campagna elettorale da alcuni mesi. In primo luogo con gli sforzi per favorire la convergenza delle liste anti Larghe Intese di sinistra e progressiste. Non principalmente con l’idea di andare a contendere il risultato elettorale ai partiti delle Larghe Intese, ma per portare gli schieramenti elettorali a coincidere con gli schieramenti di classe e creare quindi un terreno più favorevole alla mobilitazione che punta a mettere al centro della campagna elettorale le rivendicazioni, i programmi e gli obiettivi degli organismi operai e popolari.
Non siamo riusciti a far convergere le liste progressiste e di sinistra che si oppongono alle Larghe Intese.
L’intervento principale della fase pre-elettorale, pur in condizioni meno favorevoli, si è sviluppato sul ragionamento e sul confronto con gli organismi operai e popolari. Un lavoro che attraverso vari passaggi ha portato alla stesura di un programma articolato in 12 impegni non negoziabili. Programma che gli organismi operai e popolari propongono ai candidati perché lo facciano proprio e che “il movimento si impegna a sostenere con iniziative di lotta e di disobbedienza civile prima durante e dopo le elezioni regionali”.
L’intervento principale nella campagna elettorale vera e propria verte su due aspetti:
1. rafforzare il movimento degli organismi operai e popolari e il loro coordinamento;
2. alimentare la costruzione del fronte anti Larghe Intese principalmente attraverso i candidati della lista Toscana Rossa, affinché la loro campagna elettorale coincida con l’assunzione del ruolo di centro autorevole della mobilitazione popolare che
a. diffonde, organizza e promuove l’orientamento e la mobilitazione contro la guerra, l’economia di guerra, per la sanità, ecc.;
b. lancia e conduce campagne in cui valorizza tutte le forze e i singoli disponibili (chiamando a partecipare anche le altre forze anti Larghe Intese, alimentando contraddizioni in quelle del “campo progressista” come Avs e M5s) e, parallelamente, valorizza e sviluppa le iniziative positive fatte da altri – insomma unire quello che l’elettoralismo e lo spirito di concorrenza dividono;
c. organizza e promuove ogni forma di lotta e protesta adottando il principio “è legittimo anche se illegale”.
Le elezioni regionali possono essere l’ambito per fare passi avanti nel rafforzamento del movimento popolare e nel coordinamento degli organismi che già lo promuovono e, in definitiva, è questo il criterio di verifica con cui valutarne l’esito, al di là di quale sarà il “campione delle Larghe Intese” che avrà raccolto più voti.
Concludiamo con un inciso. Per certi versi i 23 punti che il M5s ha fatto sottoscrivere a Giani per far “ingoiare” alla sua base l’alleanza elettorale sono sovrapponibili ai 12 impegni non negoziabili promossi dagli organismi operai e popolari. Con una differenza sostanziale.
Gli impegni presi dai caporioni delle Larghe Intese valgono giusto il tempo della manovra elettorale. Gli obiettivi che gli organismi operai e popolari si pongono coscientemente costituiscono invece, in embrione, il programma politico della Regione Toscana che sarà.
L’unica possibilità per realizzare i 23 punti sottoscritti da Giani è che il M5s si leghi mani e piedi alla mobilitazione popolare, anziché elemosinare le briciole dal banchetto in cui le Larghe Intese spolpano le masse popolari. Avremo tempo e modo di verificare se lo farà.
Questo vale per il M5s, ma in definitiva vale anche per tutti coloro che vogliono concretamente costruire un’alternativa al sistema politico delle Larghe Intese nelle regioni e al governo del paese.
Marche
Il 28 e 29 settembre si terranno le elezioni regionali nelle Marche. I candidati sono sei: due in rappresentanza dei poli delle Larghe Intese (Matteo Ricci per il polo Pd e Francesco Acquaroli – il Presidente uscente – per FdI-Lega-Fi) mentre gli altri quattro sono esponenti di liste anti Larghe Intese.
Non ci dilunghiamo qui su quanto (anche nelle Marche!) sarebbe stato utile che le quattro liste anti Larghe Intese avessero approfittato della campagna elettorale per costruire un fronte ampio. Non solo e non tanto per contendere la vittoria elettorale, ma anche per intraprendere quel percorso necessario e urgente di costruzione del centro autorevole che serve per rafforzare la mobilitazione e il protagonismo delle masse popolari, le uniche capaci di “far saltare il banco” del governo Meloni e imporre un governo di emergenza popolare.
Vogliamo invece mostrare come i comunisti devono sfruttare anche la capacità di mobilitazione del polo Pd e usarla per contendergli l’influenza e la direzione delle masse popolari.
Dobbiamo approfittare della mobilitazione del polo Pd indipendentemente dai suoi obiettivi e dal fatto che le parole d’ordine che promuove siano incomplete, “ambigue” e in certi casi persino fuorvianti.
Il Pd e i suoi cespugli e addentellati sono ancora autorevoli agli occhi di una parte dei lavoratori e delle masse popolari, nonostante abbiano dato ampie dimostrazioni di sottomissione ai padroni italiani e stranieri, alla Nato, alla Ue, ai sionisti e al Vaticano. Per chi ha l’obiettivo di far crescere un movimento unitario e di massa contro la Terza guerra mondiale e le proteste contro il governo Meloni, le iniziative dei partiti del campo largo sono un’occasione, non un ostacolo.
Facciamo un esempio concreto: tra le liste che sostengono il candidato del Pd, Matteo Ricci, c’è anche “Pace, Salute, Lavoro” composta dal Prc e dal neonato gruppo “Dipende da Noi”.
L’accordo che questa lista ha trovato con Matteo Ricci è su cinque punti inerenti alla difesa della sanità pubblica, alle politiche per favorire un lavoro sicuro, utile e dignitoso, alla riduzione delle disparità fra zone ricche e zone depresse della regione, alla promozione della cultura e dell’istruzione e alle politiche giovanili.
Noi sappiamo che le promesse, le dichiarazioni d’intenti, le buone intenzioni non bastano.
Siamo convinti che le elezioni non bastano per cacciare i governi delle Larghe Intese, ma consideriamo arretrata tanto la linea di chi vuole portare le masse popolari a sottomettersi al campo largo riproponendo la via elettorale del meno peggio, quanto la linea di chi promuove il boicottaggio delle mobilitazioni chiamate dal campo largo denunciando il pericolo di strumentalizzazioni elettorali.
La campagna elettorale deve essere il campo in cui i candidati devono fare subito quello che promettono di iniziare a fare una volta eletti.
Siamo, dunque, intervenuti su un esponente del gruppo “Dipende da noi” per comunicarglila presenza, nelle Marche, di soldati dello Stato sionista d’Israele in licenza dal genocidio in corso in Palestina.
Il nostro intervento ha generato contraddizioni dentro al gruppo, ha liberato energie e il gruppo si è assunto la responsabilità di denunciare pubblicamente questo fatto con un comunicato pubblico:
“Il gruppo “Dipende da noi” ha avuto notizia, confermata da più fonti, che in alcuni paesi e città delle Marche, attualmente a guida Acquaroli, rappresentante di quella destra, chiaramente “amica” dei poteri forti e sedicente amante della pace, vengono a trovare sollievo alcuni militari israeliani, “fortemente provati” (poverini!) dalle fatiche della “guerra santa” contro i palestinesi. Noi tutti del gruppo, non possiamo restare in silenzio di fronte a questo fatto assolutamente inaccettabile e vergognoso! La pace delle nostre colline e la bellezza delle nostre città non devono essere insudiciate da portatori di odio, di guerra, di crimini verso civili innocenti per la sola smania di potere di alcuni pazzi…”.
Questo comunicato è un primo passo. Ora devono seguirne altri. Ad esempio riprendere ed estendere la denuncia della presenza di agenti sionisti sul territorio italiano e quello di rendere pubblici gli accordi tra la Regione Marche ed enti e istituzioni dello Stato sionista d’Israele, imponendo a Matteo Ricci e al Pd di cominciare a dare seguito subito alle loro promesse!
Il Pd nelle Marche governa decine di Comuni: può far passare subito nei consigli comunali in cui è maggioranza le misure necessarie a interrompere accordi con le aziende dei sionisti.
Da dove partire? Partiamo dall’interruzione degli acquisti dei farmaci Teva da parte delle farmacie comunali.






