Siamo nel mezzo di sommovimenti epocali. La loro portata è persino causa di inquietudine perché il vecchio mondo sta morendo, ma la difficoltà a vedere il nuovo che nasce è ancora molto diffusa fra le masse popolari, anche nella parte più avanzata, quella che promuove le mobilitazioni contro gli effetti della crisi.
In Italia, poi, questi sommovimenti epocali li viviamo apparentemente solo di riflesso, ma ovviamente la capacità di vedere dipende per intero dal modo in cui si guarda e da ciò che si cerca.
A fine agosto il Comitato Autonomo Lavoratori Portuali (Calp) di Genova aveva fatto appello per la raccolta di generi alimentari da imbarcare sulla Global Sumund Flotilla per rompere l’assedio di Gaza. Si poneva l’obiettivo di raccogliere 40 tonnellate di aiuti, ma in quattro giorni ne ha raccolte 260. Se i numeri servono a qualcosa, in questo caso sono utili a dimostrare il grado di coinvolgimento e capillarità raggiunto dal movimento di solidarietà con il popolo palestinese. Un elemento concreto che si esprime anche attraverso la miriade di manifestazioni, presidi, sit-in, cortei che si susseguono di settimana in settimana e continuano ad aumentare. Ma non solo.
Il mese di settembre è letteralmente costellato di iniziative – vedi articolo a pag. 4 – che, pur partendo da temi specifici, pongono tutte la questione del cambiamento politico necessario.
Che in Italia si muova poco o niente, dunque, è tutt’altro che vero. Eppure il governo dei nostalgici del Ventennio, della guerra, dei trafficanti di armi, della sottomissione dell’Italia alla Nato, ai sionisti e alla Ue è ancora al suo posto. Anche questa, tuttavia, è solo una mezza verità.
Il governo Meloni è ancora al suo posto – questo è un fatto – ma non è mai stato tanto debole e precario.
Non passa giorno senza che, sollecitata del marasma sul piano internazionale, la “maggioranza sovranista” non perda l’occasione di dimostrare che non è maggioranza e non è affatto sovranista. Non rappresenta le masse popolari, anzi le proteste e le manifestazioni di malcontento si moltiplicano; è attraversata da continue contraddizioni che ne minano la coesione; offre continue dimostrazioni di servilismo verso la Nato, i sionisti e la Ue.
Non passa giorno che non si presentino in modo plateale le contraddizioni fra il governo Meloni e i suoi padroni ai vertici della Repubblica Pontificia italiana. Lo scontro con la magistratura è solo uno dei campi di battaglia aperti.
Per quanto riguarda la classe dominante, dunque, il governo Meloni rimane al suo posto principalmente perché i vertici della Repubblica Pontificia italiana non hanno ancora trovato una soluzione di ricambio adeguata. E non è detto che la trovino, soprattutto se persiste e si allarga la mobilitazione popolare contro la guerra, il riarmo, il genocidio dei sionisti in Palestina e il sostegno a Nato-Usa.
La crisi politica del governo Meloni è dunque una manifestazione particolare della crisi politica dell’intero sistema delle Larghe Intese, cioè del fatto che i vertici della Repubblica Pontificia non riescono a dare un indirizzo politico unitario al paese.
Seppure più o meno infastidita dalle iniziative e dalle misure del governo Meloni, una parte dei vertici della Repubblica Pontificia, quella più reazionaria, è soddisfatta della sua opera e guarda con sospetto e preoccupazione alle crepe che si aprono nella maggioranza.
Ne è esempio la (sguaiata) marchetta al governo di Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano, che a metà agosto ha rilasciato alla stampa la seguente dichiarazione: “Per fortuna c’è la presidente del consiglio Meloni e il resto della destra che ci difende. Altrimenti torneremmo al 1938. Se al governo ci fossero Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni, a noi ebrei sparerebbero in strada. Il Pd è pieno di antisemiti”.
L’argomento che ci preme trattare, tuttavia, è un altro. Indipendentemente dalle iniziative dei vertici della Repubblica Pontificia, se il governo Meloni è ancora al suo posto il motivo è che gli organismi operai e popolari, le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese non si sono ancora chiaramente ed efficacemente posti l’obiettivo di cacciarlo e sostituirlo con un governo di emergenza popolare.
Analizziamo la questione.
1. L’obiettivo di costituire e imporre un governo di emergenza popolare è determinante ai fini della mobilitazione per cacciare il governo Meloni e, più in generale, per la lotta contro il sistema politico delle Larghe Intese.
Questo perché la prospettiva che al posto del governo Meloni sia installato un altro governo delle Larghe Intese che formalmente ha “un colore” diverso, ma persegue lo stesso programma con il pilota automatico è un ostacolo allo sviluppo della mobilitazione delle masse popolari, non una spinta.
Le masse popolari NON vogliono un altro governo del (o con) il Pd e lo stanno dimostrando, da anni, in ogni modo.
Poiché il “vuoto di potere” in politica non esiste, per alimentare e sviluppare la mobilitazione popolare è necessario indicare la natura, le caratteristiche, il programma e – fin dove è possibile – i componenti del governo di emergenza popolare che, alternativo e antagonista alle Larghe Intese, deve sostituire il governo Meloni.
2. Gli organismi operai e popolari e le organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese ragionano e si comportano come se fossimo in una situazione di ordinaria amministrazione. In una situazione grave, ma affrontabile con gli strumenti, gli usi, le consuetudini dell’ordinaria amministrazione.
C’è una frattura fra la gravità della situazione che viene percepita (Terza guerra mondiale e aspetti annessi) e gli strumenti pensati per farvi fronte: si ragiona e si agisce con gli occhi rivolti al passato.
È una “classica” contraddizione fra teoria e pratica.
Se la situazione è straordinariamente grave, allora per farvi fronte servono misure di emergenza. E per installare il governo che le attua servono procedure e prassi straordinarie.
In un contesto in cui la classe dominante prevede la partecipazione delle masse popolari alla vita politica soltanto attraverso i riti del teatrino della politica borghese, la prassi straordinaria consiste nel fatto che gli organismi di base iniziano a combinare la protesta contro il governo con l’elaborazione di soluzioni che sono coerenti con gli interessi delle masse popolari. Il passo ulteriore è la mobilitazione per iniziare a perseguire quelle soluzioni con gli strumenti che ogni organismo ha già a disposizione, adottando le forme di lotta più idonee e facendo fronte agli inevitabili attacchi repressivi secondo il principio che è legittimo tutto quello che è conforme agli interessi delle masse popolari, anche se è illegale.
Questo tipo di mobilitazione modifica il ruolo degli organismi operai e popolari, dei movimenti, delle reti sociali e delle organizzazioni politiche e sindacali anti Larghe Intese: non più solo organismi rivendicativi, ma organismi che contendono al governo, alle autorità e alle istituzioni delle Larghe Intese la direzione dei territori e del paese.
Lo sviluppo di questo tipo di mobilitazione è il contesto della rottura politica di cui c’è bisogno.
3. A proposito della rottura politica di cui c’è bisogno, citiamo stralci dell’articolo “Dare alla mobilitazione popolare una prospettiva di governo del paese” pubblicato sul n. 80 de La Voce del (n)Pci.
“Per i sinceri oppositori del governo Meloni, delle Larghe Intese, della guerra e persino per buona parte dei partiti e delle organizzazioni dell’attuale movimento comunista è difficile pensare che è possibile una rottura nel regime politico del nostro paese. (…) Che si formerà un sistema politico che romperà con quello ora vigente e che risale alla fine della Resistenza antifascista, quando nel nostro paese venne instaurata l’attuale Repubblica Pontificia. Per sessanta e passa anni siamo stati abituati alla continuità politica, quindi abbiamo perso esperienza e concezione della rottura. (…)
Sembra quindi inverosimile che la crisi attuale comporti e provocherà una discontinuità formale nel regime politico del nostro paese e degli altri paesi imperialisti. È quasi scontato che fino al 2027 ci sarà il governo Meloni, a meno che esso si dimetta e che il Presidente della Repubblica sciolga le Camere e indica nuove elezioni, a cui si presenteranno più o meno i partiti che sono in campo già oggi e che spetterà ad alcuni di essi formare il governo successivo.
In realtà, la rottura della continuità del regime politico non è solo realistica e possibile, ma è inevitabile. Per quanto riguarda il nostro paese, la questione è se avverrà per iniziativa dei vertici della Repubblica Pontificia oppure per iniziativa delle forze anti Larghe Intese e dei comunisti. A ben guardare, infatti, da quando nel 2008 la crisi è entrata nella sua fase acuta e terminale, in Italia – ma non solo – ci sono state mezze rotture di entrambi i tipi.
Pensiamo al governo Monti nel 2011: frutto di un colpo di mano della Corte Pontificia avvenuto con la collaborazione di Napolitano e in stretta combinazione con le istituzioni europee, si è installato senza convalida elettorale ed esautorando le istituzioni rappresentative della Repubblica Pontificia. Pensiamo ai governi della breccia: stante l’avanzare della crisi del sistema politico, il M5s di Grillo si è affermato alle elezioni come forza anti Larghe Intese ed è riuscito ad andare al governo, ma ha poi calato le braghe, a conferma del fatto che quello che fa la differenza non è la vittoria alle elezioni, ma l’esistenza di un certo numero di organizzazioni operaie e popolari, il loro coordinamento e il loro orientamento a costituire un proprio governo d’emergenza.
La questione è che i sinceri oppositori del governo Meloni, delle Larghe Intese, della guerra e anche buona parte dei partiti e delle organizzazioni dell’attuale movimento comunista (…) non osano ancora immaginare rotture della continuità del regime politico per iniziativa delle masse popolari organizzate: in realtà, non c’è altro modo per uscire dalla crisi in cui siamo immersi e che è già sfociata nella Terza guerra mondiale.
Nessun governo “normale” può prendere e attuare le misure che servono per farla finita con la guerra, l’economia di guerra e la Nato, perché ledono interessi importanti e contrapposti di grandi gruppi borghesi, del clero e di altri gruppi della classe dominante”.
4. Rimane da trattare la questione dello scetticismo e della sfiducia. Soprattutto per quanto riguarda il fatto che, apparentemente, “non esistono le forze per attuare la rottura politica che serve” o che “la rottura è necessaria, ma non è possibile”.
A questo proposito due riflessioni:
a) per chi sottomette la propria iniziativa alla compatibilità con ciò che è permesso e ciò che è legale, nulla di ciò che è necessario è anche possibile. Per fare la frittata bisogna rompere le uova, per rompere il sistema politico delle Larghe Intese bisogna infrangere le prassi e le leggi delle Larghe Intese;
b) già Marx aveva tratto dall’esperienza del movimento operaio e popolare della prima metà del 1800 che la forza della classe operaia e delle masse popolari è il numero e la loro arma principale è l’organizzazione.
Più che interrogarsi sul fatto che esistano o meno le forze per imporre una rottura nel sistema politico, bisogna alimentare l’organizzazione delle forze che esistono, a partire da chi già si mobilita, affinché diventi punto di riferimento per le ampie masse popolari.
Siamo nel mezzo di sommovimenti epocali. La loro portata richiede che il movimento comunista faccia un salto, che i comunisti per primi si mettano a progettare e costruire il nuovo che deve nascere.
Ecco, per svolgere il ruolo che ci compete, noi comunisti, per primi, dobbiamo ragionare di più sul fatto che la rottura politica di cui c’è bisogno – imporre un governo di emergenza popolare – è possibile, oltre che necessaria.
Noi comunisti, per primi, dobbiamo superare la contraddizione fra teoria e pratica e darci i mezzi della nostra politica.






