Cari compagni,
voglio condividere l’esperienza che ho fatto sulla mobilitazione in solidarietà al popolo palestinese nella mia città, Porretta Terme, un paese di 4 mila abitanti sull’Appenino bolognese.
Tutto è cominciato con la marcia “Save Gaza” da Marzabotto a Monte Sole organizzata dal Comitato per i caduti e dal Comune di Marzabotto, a guida Pd, lo scorso giugno.
Ero cosciente dell’ipocrisia dei promotori di questa manifestazione e del fatto che il Pd si fosse trovato costretto a promuovere qualcosa dopo anni di mobilitazioni ininterrotte del movimento in solidarietà alla Palestina.
Non ho partecipato alla marcia e, mossa dall’intento di rompere il silenzio per dire effettivamente come stavano le cose, ho deciso da sola di organizzare a Porretta, il 5 luglio, una mostra/presidio con dei cartelloni da esibire in una delle piazzette centrali del paese.
Volevo denunciare che il Pd, mentre organizza marce umanitarie per Gaza, fa finta che in Italia non ci siano porti da cui partono le armi, che le fabbriche dell’Emilia Romagna non producano armi e componenti destinati a Israele, che il genocidio del popolo palestinese non sia per qualcuno il lucroso commercio che è.
Ho pubblicizzato il presidio tra i miei conoscenti e con mia sorpresa quel giorno sono passate più di quaranta persone. Fra di esse c’erano alcuni attivisti che conoscevo attraverso ambiti di movimento, ma c’erano anche persone che erano state alla manifestazione di Marzabotto – pure loro critiche sulla natura di quella marcia – così come persone che non si erano mai attivate fino a quel momento, ma avevano colto l’occasione della mia iniziativa per fare qualcosa.
Molti passanti, semplicemente, si fermavano a leggere i cartelloni, facevano domande e commenti.
Il successo di questa prima iniziativa ha destato interesse e diverse persone hanno iniziato a chiedersi, e a chiedermi, come avremmo continuato la mobilitazione.
Una signora mi ha chiesto se ero disponibile a condividere il materiale che avevo portato in piazza per allestire un banchetto simile alla festa del suo paese.
Abbiamo contattato la Pro loco, che organizza la festa, per chiedere di mettere un banchetto in solidarietà alla Palestina, ma ci ha risposto che non era possibile perché la Pro loco per statuto è “apolitica”.
Allora abbiamo organizzato un pranzo davanti all’abitazione di questa signora, esponendo le bandiere della Palestina e allestendo lì la mostra. E questo ha destato curiosità e molta solidarietà e si è creato un piccolo gruppo che, senza darsi un’identità precisa, ha deciso di iniziare a promuovere iniziative, seppure in modo informale.
Dal 24 al 27 luglio c’era il “Porretta Soul Festival” [un evento abbastanza conosciuto e di richiamo che si svolge ogni anno, ndr] e per l’occasione l’Amministrazione comunale aveva riempito la città di bandiere americane.
Accettare passivamente una simile provocazione non era possibile! Gli imperialisti Usa sono complici del genocidio del popolo palestinese!
Abbiamo lanciato l’appello a inviare mail all’Amministrazione comunale affinché rimuovessero le bandiere. Ci siamo presentati alle serate con maglie e bandiere della Palestina durante tutto il festival.
Dopo la prima sera, nella piazza centrale del paese è comparsa una bandiera palestinese accanto a quella italiana e nessuno ha osato rimuoverla per tutta la durata del festival.
Abbiamo anche contestato verbalmente gli organizzatori ribadendo che la cultura non va usata per giustificare la complicità con le barbarie: la musica soul è nata come grido di resistenza, espressione di dolore e speranza e non come strumento per gli oppressori.
Proprio per riaffermare questi valori durante la “pastasciutta antifascista” organizzata il 25 luglio da Anpi, alla presenza delle autorità del paese e dei rappresentanti sindacali in pompa magna, ci siamo presentati con striscioni e bandiere riscontrando, però, una cordialità solo di facciata, visto che non ci è stato permesso di intervenire al microfono… come se le nostre voci fossero di troppo.
Per tutto il periodo del festival la polizia e gli amministratori hanno cominciato ad attenzionarci e per la prima volta al Porretta Soul Festival è comparso un cellulare dei carabinieri che ha stazionato in paese per tutte le quattro giornate.
È grazie alla mobilitazione durante il festival che abbiamo iniziato a prendere contatti con altri organismi della zona, già strutturati e attivi. Ad esempio, il gruppo dei “Cittadini contro la guerra Alto Reno” ci ha contattato per fare un coordinamento. E il 7 agosto alla prima riunione del “Coordinamento dell’Appennino bolognese” eravamo in cinquanta.
Abbiamo definito alcuni passi concreti: farci promotori della circolazione delle bandiere da appendere fuori dalle finestre, fare dei volantinaggi congiunti ai mercati e nelle zone di passaggio, elaborare una mozione unitaria da mandare ai Comuni dell’Appennino perché dichiarino l’intenzione di interrompere i rapporti con Israele, oltre che una proposta di gemellaggio con i Comuni in Palestina.
Non tutti la pensano allo stesso modo in questo coordinamento. Noi abbiamo sostenuto l’idea che ognuno deve sentirsi libero di agire con le modalità che ritiene opportune e abbiamo posto la questione che fosse utile discutere della legittimità di azioni fuori dalla legalità e della solidarietà che deve essere collettiva, se si vuole essere un coordinamento, visto anche il nuovo decreto sicurezza.
Abbiamo portato l’esempio del blocco dei binari della stazione di Bologna [[il 28 maggio 2024 centinaia di manifestanti pro-Palestina hanno
occupato i binari della stazione centrale di Bologna per protestare contro la strage di Rafah, bloccando la circolazione ferroviaria per circa un’ora: per quell’azione trentadue attivisti sono a rischio processo], facendo notare che sulle nostre ferrovie viaggiano armi con la complicità del governo locale e nazionale.
Penso che questa esperienza sia significativa perché dimostra che è possibile rompere il silenzio anche muovendosi inizialmente da soli, come ho fatto io. Io stessa non mi aspettavo una risposta così forte e i risultati, pur circoscritti, mi hanno dato fiducia. In un territorio che prima mi sembrava desolato, sono emerse persone che, anche se non sono perfettamente in linea con il mio pensiero, sentono il bisogno e hanno voglia di darsi da fare. Il fatto che io abbia rotto gli indugi ha aiutato anche loro a rompere con la paura di fare e di essere isolati.
GC






