Il 7 agosto scorso i lavoratori del CALP di Genova sono saliti a bordo della Barhi Yambu arrivata da Dundalk (Usa) e attraccata poco prima al terminal GMT. Al suo intero, dove avrebbe dovuto essere imbarcato il cannone Oto Melara/Leonardo (che pare debba essere montato su una nave Fincantieri nei cantieri di manutenzione di Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti), i portuali hanno trovato un carico di sistemi d’arma, esplosivi e munizioni.
Gli ufficiali hanno immediatamente allertato la Digos per imporre la cancellazione di foto e filmati scattati dai portuali, ma alcune immagini sono state pubblicate ed è stato organizzato per venerdì 8 agosto un presidio al ponte Etiopia.
Alla luce delle segnalazioni ricevute, anche la Filt-Cgil, Fit Cisl e Uiltrasporti hanno chiesto chiarimenti alla Prefettura, alla Capitaneria di Porto e all’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale in merito. Incontro che non ha convinto i portuali sulla reale destinazione del materiale bellico, nonostante i tentativi di rassicurazione da parte delle autorità. Motivo per cui la Cgil ha dichiarato il blocco dell’imbarco sulla nave Bahri Yanbu del materiale bellico interessato.
L’episodio di Genova è un esempio tangibile della volontà dei lavoratori del paese e della capacità di mobilitazione che può avere. I portuali sono contro la guerra e quando si muovono per fermarla portano con sé anche i diversi sindacati a cui fanno riferimento.
Quella di fermare la guerra è una volontà che non riguarda solo i portuali di Genova. A fine luglio era stato il GAP di Livorno a denunciare l’imbarco di un carro armato sulla Zeus Palace, una nave passeggeri diretta a Palermo., chiarendo gli obiettivi della loro iniziativa: “Non si tratta solo di sicurezza, sebbene anche quella sia messa a rischio. Si tratta di immaginario collettivo. Si tratta di abituarci a vedere strumenti di morte come parte del paesaggio quotidiano. E più ci abituiamo, più li accettiamo. E più li accettiamo, più diventano invisibili”. Diverse assemblee sono inoltre in programma o sono state già svolte in realtà come Napoli e Salerno.
Coordinare l’azione di tutti i lavoratori dei porti
Le azioni del Calp e dei portuali Cgil di Genova, quelle del Gap di Livorno e molte altre anche piccole iniziative prese negli ultimi due anni da alcuni portuali del paese mostrano una strada da percorrere. Al di là delle decisioni del governo, se il paese partecipa o meno alla Terza guerra mondiale in corso lo decidono i lavoratori. É dalle loro mani che passano le armi e i mezzi da guerra e sono loro che possono disinnescare il sostegno dell’Italia ad assassini e genocidiari. Appuntamento importante per avanzare in questa direzione sono le due giornate di assemblea internazionale dei portuali contro la guerra indette da Usb per il 26 e 27 settembre prossimo.
Darsi i mezzi della propria politica
Coordinarsi per rafforzare il movimento dei lavoratori contro la guerra e renderlo sempre più incisivo – come sta mostrando il passaggio di informazioni tra portuali di Marsiglia, Genova e Grecia – significa anche darsi i mezzi per rendere la propria azione meno controllabile dal nemico. Significa ad esempio usare strumenti che permettano di scambiarsi informazioni e costruire azioni lontano dagli occhi e dalle orecchie delle forze della repressione. Questi strumenti esistono e possono essere usati e diffusi tra tutti i lavoratori. Uno di questi è TAILS, necessario per comunicare e organizzarsi senza essere individuati e per imparare ad usare il quale si è svolto un corso sulla sicurezza informatica alla Festa nazionale della Riscossa popolare. Si tratta di strumenti che devono diventare patrimonio della lotta di classe, tenendo presente il fatto che più sono usati collettivamente, più il nemico è in difficoltà.
Per far salire di tono la mobilitazione e rafforzarla serve uno sciopero generale in cui tutte le forze sindacali e i gruppi di lavoratori portuali devono convergere. Uno sciopero generale in cui far valere tutta la volontà ed esprimere tutta la forza che hanno per fermare la guerra da un capo all’altro del Paese.
Cosa possono fare i lavoratori degli altri settori?
Che contributo posso dare gli altri lavoratori alla lotta dei portuali e più in generale al movimento di resistenza contro la guerra? Possono e devono sostenere ogni iniziativa, blocco e sciopero messo in campo dai portuali; ma possono anche iniziare ad organizzarsi ognuno nel proprio posto di lavoro per disinnescare la spirale di guerra in cui il paese è trascinato. Leggi: Mobilitarsi contro la guerra sui luoghi di lavoro. Che fare?

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