Alla Beko di Siena, ex Whirlpool, da mesi prosegue senza sosta il presidio permanente dei lavoratori davanti ai cancelli dello stabilimento, dopo che l’azienda ne ha comunicato la chiusura entro la fine del 2025. I quasi trecento lavoratori nel frattempo stanno affrontando periodi di cassa integrazione a rotazione e hanno già visto succedersi numerosi tavoli istituzionali, da cui sono uscite solo proposte e promesse di reindustrializzazione, ma nessuna certezza.
Il ministro Urso, già nell’aprile 2023, insieme al deputato Michelotti, aveva promesso che sarebbe arrivato subito il piano industriale, ha sventolato l’ipotesi del Golden Power per poi ammettere che non poteva essere utilizzato. In seguito sono arrivati i falsi acquirenti del sito e l’advisor Sernet (una di quelle fantomatiche società di consulenza che parlano di rilancio, ma di fatto si occupano di chiudere le fabbriche) nominato dalla proprietà, che mentre dice di cercare nuovi acquirenti continua a incentivare i licenziamenti con lo strumento delle buone uscite.
A metà aprile 2025 finalmente viene chiuso un accordo tra le parti sindacali e la proprietà turca. Un accordo che segue lo stesso copione di quello che firmarono per la ex Gkn, che a sua volta era un copia e incolla di accordi di altre vertenze precedenti (tutte finite male): un nuovo acquirente che si impegna a reindustrializzare il sito, in questo caso Invitalia, l’advisor che continua a cercare nuovi investitori e la Regione Toscana che “vigila”.
I mesi intanto passano e anche in questa vertenza gli accordi firmati in sede istituzionale dalle parti non vengono rispettati, nell’impunità assoluta della proprietà e sotto gli occhi della Regione Toscana che continua a “vigilare”.
La mobilitazione dei lavoratori nel frattempo è continuata in modo costante con scioperi, presidi e la partecipazione alla mobilitazione per il rinnovo del Ccnl dei metalmeccanici. Gli operai hanno ricevuto la solidarietà di molte organizzazioni e singoli sul territorio e hanno allargato la rete di solidali.
La mobilitazione ha fatto poi un salto a seguito di un grave incidente sul lavoro: il 4 giugno un’operaia si è infortunata ed è finita all’ospedale. La reazione dei lavoratori è stata immediata: il 5 giugno sono state proclamate da tutte le sigle presenti nell’azienda otto ore di sciopero e gli operai, oltre a presidiare lo stabilimento, hanno anche bloccato l’ingresso e l’uscita dei mezzi di trasporto merci.
Con questa azione i lavoratori hanno denunciato la stretta correlazione tra il mancato adempimento degli accordi sul futuro dello stabilimento, e quindi dei loro posti di lavoro, con l’aumento del rischio di infortuni.
Prima di tutto perché, come in qualsiasi altra azienda condannata a morte lenta, i primi investimenti a saltare sono proprio quelli sulla manutenzione e sulla sicurezza. Oltre a questo, lavorare pochi giorni al mese con la prospettiva di un imminente licenziamento, tra l’altro in un territorio dove il settore industriale è composto da quell’unica fabbrica, non può che portare a un clima malsano e stressante che favorisce l’insorgere degli infortuni. Tutti fattori che il rispetto degli accordi avrebbe potuto eliminare.
Nel momento in cui scriviamo continua il presidio davanti alla fabbrica e la mobilitazione. Di contro i caporioni della speculazione finanziaria e becchini del tessuto industriale italiano capeggiati dal ministro Urso non hanno mosso un passo.
La lotta dei lavoratori è l’unico motivo per cui la vertenza è ancora aperta e il risultato non è ancora scritto. Essa ha tra l’altro assunto una rilevanza nazionale assestando un colpo al governo Meloni: l’azione del 5 giugno è stata infatti la prima significativa violazione del decreto sicurezza, fresco di approvazione, che ha trasformato il blocco stradale da illecito amministrativo a illecito penale, con condanne fino a due anni di reclusione. Con il blocco, gli operai hanno indicato subito la strada: le leggi antipopolari vanno violate e rese inapplicabili.





