Abbiamo intervista Gianplacido Ottiaviano, delegato Fiom alla Bonfiglioli Riduttori di Bologna, per fare un punto sulla trattativa del rinnovo del Ccnl e per raccogliere le sue riflessioni sulla giornata di sciopero del 20 giugno.
A che punto della trattativa è arrivato lo sciopero del 20 giugno? Sembra che le organizzazioni sindacali, soprattutto la Fiom, abbiano voluto mandare un segnale chiaro…
Si, l’idea era esattamente quella di mandare un segnale forte a fronte dell’apparente indisponibilità della controparte a riaprire la trattativa. Il Comitato direttivo della Fiom e il Segretario De Palma su questo erano stati molto chiari: se non riparte la trattativa i metalmeccanici bloccheranno il paese.
E la forzatura, chiamiamola così, andava fatta, anche a fronte del fatto che il contratto per le cooperative metalmeccaniche è stato recentemente chiuso, firmato, ma con risultati insoddisfacenti, soprattutto sul piano economico: 200 euro di aumento in quattro anni. È chiaro che non va bene. Noi, già restando bassi, partiamo dalla richiesta di 280 euro in tre anni. È su questo che la trattativa deve essere riaperta. E sul mantenimento della clausola di salvaguardia.
Cos’è la clausola di salvaguardia?
È un accordo contrattuale che permette di recuperare, almeno in parte, quanto viene perso di potere d’acquisto nel corso del tempo, una specie di scala mobile, ma ridotta. I padroni la vogliono eliminare, io credo invece che sia fondamentale difenderla e, anzi, estenderla a tutte le categorie di lavoratori dipendenti.
Se è impossibile riprendere la scala mobile per legge, almeno sul piano contrattuale la clausola di salvaguardia deve essere mantenuta ed estesa. Su questo è scontro aperto.
Come è stato preparato lo sciopero del 20 giugno? Ci sono state assemblee preparatorie o altre forme di coinvolgimento dei lavoratori?
Sì, ci sono state assemblee, ma nemmeno troppe, nel senso che il lavoro di preparazione sulla parola d’ordine “o trattativa o blocchiamo il paese” è stato fatto durante la campagna referendaria. Quindi mi sento di dire che i lavoratori erano informati e coscienti, almeno quelli delle grandi aziende. I numeri dello sciopero lo confermano.
Parliamo del “blocco della tangenziale”. Forme di lotta ampiamente utilizzate in passato, con il dl sicurezza sono diventate illegali. Ti chiedo due considerazioni. La prima riguarda le forme di lotta. L’impressione è che le organizzazioni sindacali abbiano tenuto la mobilitazione “a basso regime” e questo forse incide anche sulla disponibilità a scioperare e a mobilitarsi. Insomma, l’impressione è che una mobilitazione poco incisiva non favorisce la partecipazione. Questa è un’impressione “da fuori” e chiediamo a te una riflessione, appunto…
Vorrei partire con una precisazione che è un po’ una risposta a quelli che dicono “i metalmeccanici hanno protestato contro il decreto sicurezza bloccando la tangenziale”. Io credo che le cose stiano diversamente.
Noi della Fiom contro il decreto sicurezza abbiamo fatto manifestazioni, cortei e continueremo a farne. Il blocco della tangenziale non è stato una risposta diretta al dl sicurezza, ma è stato più che altro un messaggio che abbiamo voluto mandare: guardate che a noi della repressione non interessa molto. I metalmeccanici sono disposti a lottare, decreto o non decreto, denunce o non denunce, nonostante la repressione.
Io so che c’è una certa “propaganda anti-Fiom”, chiamiamola così, che sostiene che la Fiom sia un sindacato legalitario, che fa accordi e cerca di spegnere la combattività… ma guardiamo i fatti!
Subito dopo il Si Cobas, la Fiom è il sindacato con più denunce per cortei e iniziative di lotta. E non da oggi, da quando è stato approvato il decreto sicurezza, ma da sempre.
Anche rispetto alla vertenza sul rinnovo di questo contratto, penso che la Fiom c’è andata giù decisa e senza tentennamenti. Dove è stato possibile con scioperi a scacchiera, articolati, che poi sono quelli che fanno male ai padroni. E su questo non ci siamo risparmiati, anzi.
Poi è vero che magari ci sono state anche difficoltà e lacune: non in tutti i territori è stato possibile tenere questa linea di condotta, non per indicazioni “dei vertici”, ma per concrete difficoltà a mobilitare gli operai in certe aziende e in certi territori. Mi sento di escludere, quindi, che per il rinnovo del Ccnl sia in corso una mobilitazione “con il freno a mano tirato”.
Seconda riflessione sulle minacce della questura. Come sono state accolte?
Mah, che intervenisse lo avevamo messo in conto. E su questo è vero che il dl sicurezza ha dato alla questura uno slancio che altrimenti non avrebbe avuto: abbiamo fatto varie volte blocchi e cortei in tangenziale e mai a nessuno è venuto in mente di minacciare denunce.
E comunque eravamo 10 mila metalmeccanici… credo che i lavoratori abbiano apprezzato molto l’iniziativa.
Una valutazione sulla trattativa per il Ccnl e le sue prospettive. Conquistare un contratto dignitoso è possibile, ma chiaramente serve un certo tipo di mobilitazione e una certa continuità. Come la vedi?
Conquistare un contratto dignitoso è possibile. La questione sta tutta nella lotta che si riesce a sviluppare in fabbrica. Gli scioperi generali e le manifestazioni sono importanti, anche perché connettono gli operai con il resto del paese, ma la questione decisiva è la produzione, la lotta in azienda, gli scioperi che “fanno male”, quelli a scacchiera, articolati… Ci sono condizioni e margini per portare a casa un buon risultato.
Concludiamo con una considerazione più generale. Il 20 giugno c’erano due scioperi, quello dei sindacati dei metalmeccanici per il rinnovo del Ccnl e quello dei sindacati di base contro la guerra, il riarmo e in solidarietà al popolo palestinese. Dal tuo posto di lavoro, con la tua esperienza di compagno e delegato, consideri possibile lo sviluppo di un movimento unitario contro la guerra che poggi sul protagonismo della classe operaia organizzata, al di là delle tessere sindacali?
La situazione che ci si prospetta davanti non è rosea. Possiamo anche conquistare un contratto dignitoso, ma se non blocchiamo l’aumento delle spese militari, quell’accordo sul 5% del Pil, le spese militari e l’economia di guerra, allora si mangiano tutte le conquiste economiche e salariali e quanto rimane dei diritti.
Cosa dobbiamo fare? Abbiamo bisogno di unità. Penso che bisogna mettersi a lavorare per scioperi generali di tutti, di tutti i sindacati e anche dei lavoratori non sindacalizzati. Lo so che la convergenza è difficile e non penso neppure che la Fiom o la Cgil non abbiamo responsabilità nelle difficoltà che si incontrano in questo… non sono perfette. Ma, insomma, dobbiamo davvero fare sforzi speciali per l’unità di classe, per la mobilitazione della classe, dei lavoratori.
La classe operaia è già attiva su tanti fronti di lotta alla guerra e di solidarietà internazionale e questo va bene, va molto bene. Poi, però, bisogna anche prendere atto della realtà e capire che non si possono affrontare efficacemente i problemi in altre parti del mondo se non si sbloccano le cose qui, in Europa. In Europa e negli Usa, ma in definitiva noi pensiamo all’Europa, che è dove viviamo. Questo è il contributo concreto che possiamo e dobbiamo dare.




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