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Cacciare il governo della guerra, del riarmo e della repressione

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 6, 2025
in Resistenza n. 7-8/2025
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A fine giugno, al vertice Nato a L’Aja, Giorgia Meloni ha firmato per l’aumento delle spese militari al 5% del Pil entro i prossimi dieci anni. Si dibatte ancora per stabilire con esattezza a quante decine di miliardi all’anno corrisponda il 5% del Pil italiano, tuttavia non c’è alcun dubbio sul fatto che prima di essere “una misura di prevenzione” contro i “nemici dell’Italia e dell’Occidente”, si tratta di una dichiarazione di guerra contro tutti i lavoratori e le masse popolari.
Una dichiarazione di guerra che si tradurrà velocemente, già dalla prossima legge di bilancio, nell’accelerazione dello smantellamento dei servizi pubblici, nei tagli alle pensioni, nello smantellamento della sanità e dell’istruzione pubbliche, ecc.

Giorgia Meloni ha firmato senza esitazioni e con slancio, ma avrebbe fatto lo stesso anche il capo di un governo Pd/M5s che fosse stato al suo posto. Avrebbe mostrato forse qualche esitazione, come ha fatto Sanchez, il primo ministro spagnolo, ma poi avrebbe comunque firmato, ricorrendo alle solite giustificazioni di rito: “non è possibile rompere il vincolo che ci lega agli alleati”; “la firma è vincolante per qualunque governo; se non avessi firmato io adesso, avrebbe firmato qualcun altro domani”.

Il sistema politico delle Larghe Intese? Un polo ruba e l’altro regge il sacco. Intercambiabili, ognuno concorre dalla propria posizione, governo o opposizione, al medesimo risultato. Tutti remano nella stessa direzione. Un eventuale governo guidato dal Pd farebbe esattamente le stesse cose che sta facendo il governo Meloni. Tutti i governi delle Larghe Intese, quale che sia il colore con cui si vestono e travestono, servono lo stesso padrone.

Giorgia Meloni ha firmato l’accordo per saccheggiare il paese e spolpare più a fondo le masse popolari proprio a ridosso del picco, uno dei picchi, della mobilitazione popolare contro la guerra, l’economia di guerra e il riarmo nel nostro paese.
Da marzo a giugno il movimento si è esteso e sviluppato e il 21 giugno si è espresso nella grande giornata di mobilitazione di Roma, con due cortei nazionali.
Seppure le organizzazioni promotrici delle due manifestazioni abbiano fatto il possibile per evitare la convergenza dei cortei, mandando un chiaro segnale di debolezza ai trafficanti di armi che stanno al governo, la fotografia della giornata ha restituito invece un segnale opposto.

Il 21 giugno abbiamo partecipato con uno spezzone al corteo promosso dalla Rete Stop Rearm Europe e con una piccola delegazione al corteo promosso da Potere al Popolo. Ci siamo in un certo senso divisi, come tanti altri organismi, organizzazioni e movimenti, che hanno voluto essere in entrambe le piazze e hanno rigettato le manovre che hanno impedito la convergenza delle due manifestazioni.

Fra il corteo promosso dalla Rete Stop Rearm Europe e quello promosso da Potere al Popolo (e l’area politica della Rete dei Comunisti) sono scese in piazza oltre 100 mila persone.
E se il corteo dalla Rete Stop Rearm Europe era di gran lunga più partecipato, quello promosso da Potere al Popolo ha avuto l’assoluto pregio di portare in piazza e dare voce a un pezzo importante della classe operaia organizzata, quella afferente all’Usb, che è stata la componente maggioritaria di quella manifestazione. In entrambi i cortei era comunque ben evidente la tendenza unitaria, la voglia di unirsi, di manifestare insieme.
Giorgia Meloni ha risposto a stretto giro alle oltre 100 mila persone scese in piazza il 21 giugno: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, ha detto in parlamento. E ha ratificato l’accordo a L’Aja.
Ecco manifestata tutta l’inutilità della polemica sulle “piattaforme politiche radicali” che ha minato la possibilità di un corteo unitario il 21 giugno. Giorgia Meloni e il suo governo ci si puliscono le scarpe con le piattaforme radicali (e anche con quelle moderate, beninteso).

Se a scendere in piazza fossero state 300 mila persone, anziché oltre 100 mila, Giorgia Meloni avrebbe firmato lo stesso l’aumento delle spese militari. Perché lei e il suo governo obbediscono agli imperialisti Usa, alla Nato, ai sionisti e alla Ue, alla faccia del sovranismo e del patriottismo, e se ne fregano bellamente degli “interessi del paese” e di quelli delle masse popolari.

Possiamo trarre una prima conclusione. Quale che sia la piattaforma alla base del movimento popolare contro la Terza guerra mondiale, l’economia di guerra e il riarmo, questo movimento deve porsi l’obiettivo di scalzare dal potere le Larghe Intese e deve puntare a governare!
Deve puntare a installare un governo partigiano degli interessi collettivi e della pace, perché nessun altro tipo di governo metterà fine alla sottomissione dell’Italia alla Nato, ai sionisti e alla Ue.
Ecco, per inciso, un altro motivo dell’inutilità della polemica sulle “piattaforme politiche radicali”. Nessuna piattaforma, moderata o radicale che sia, sarà realizzabile se chi la promuove non si preoccupa di darsi i mezzi e gli strumenti per realizzarla, se non si preoccupa, cioè, di cacciare il governo Meloni, impedire l’installazione di un qualunque altro governo di guerrafondai e costituire un governo di emergenza popolare.
La vera questione da cui dipende lo sviluppo del movimento popolare contro la Terza guerra mondiale riguarda dunque la convinzione con cui chi lo promuove persegue l’obiettivo del governo del paese. E qui casca l’asino!

Il Pd, i suoi cespugli e addentellati e tutto il campo largo da alcuni mesi si sono messi a promuovere la mobilitazione delle masse popolari contro la guerra, il genocidio sionista e il governo Meloni. Sono costretti a farlo: si sono dovuti aggregare a una mobilitazione che era nata senza di loro, che si stava allargando e sviluppando senza di loro e che li stava travolgendo.
Per non essere travolti (e dare una risposta anche alla loro base che scalpita), i partiti del campo largo hanno iniziato a promuovere le manifestazioni di piazza. Vedi quella del 5 aprile del M5s, quella del 7 giugno chiamata anche dal Pd e quella del 21 giugno di Stop Rearm Europe. Cortei partecipati da almeno 100 mila persone alla volta…
Solo chi ha completamente perso il contatto con la realtà può affermare che il ruolo del campo largo nella promozione delle manifestazioni è un aspetto negativo per lo sviluppo del movimento contro la Terza guerra mondiale.
Nonostante sia del tutto evidente il tentativo di incanalare la mobilitazione delle masse popolari sul terreno elettorale per strumentalizzare la diffusa preoccupazione per la guerra, la mobilitazione promossa dai partiti del campo largo è utile e preziosa ai fini della costruzione di un movimento di massa, popolare e unitario. A partire dal fatto che questi partiti godono ancora della fiducia di una parte consistente di masse popolari che non si mobilita (e non si mobiliterebbe) se a chiamarle in piazza fosse qualcun altro.
E poi, diciamolo con franchezza: chi indica gli evidenti tentativi di strumentalizzazione elettorale come argomenti validi per boicottare le manifestazioni promosse dai partiti del campo largo, non opera forse a sua volta con la stessa logica? Non è per visibilità e concorrenza elettorale (se non con il Pd, sicuramente con il M5s e Avs) che, ad esempio, l’area di Potere al Popolo cerca una sua visibilità attorno a “parole d’ordine e piattaforme radicali”?
Ecco una terza manifestazione del fatto che le polemiche sulle piattaforme radicali sono uno sciocco paravento. Un paravento che nasconde le illusioni elettoraliste (anche quelle di chi critica gli elettoralisti) oppure la mancanza di una linea per dare uno sbocco politico al movimento contro la Terza guerra mondiale.

Alla manifestazione del 21 giugno è seguito a stretto giro il bombardamento sull’Iran da parte degli Usa, intervenuti a sostenere lo Stato illegittimo d’Israele nella sua aggressione di pochi giorni prima.
È evidente che non è possibile aspettare di “rivedersi a settembre per preparare l’autunno caldo” rinnovando la sterile polemica su chi promuove la piattaforma più radicale.
Bisogna usare i mesi estivi per allargare, radicalizzare e sviluppare il movimento dei lavoratori e delle masse popolari, sedimentare organizzazione e coordinamento affinché raggiunga quella massa critica necessaria a cacciare il governo Meloni.
Nel momento in cui scriviamo non sono previste grandi manifestazioni nazionali, ma non è detto che non ce ne saranno. Quello che certamente è già in moto è un ciclo di iniziative disseminate in tutti i territori: presidi, flash mob, assemblee, cortei, ecc. perché il genocidio a Gaza continua senza sosta, le tregue vengono rapidamente violate e il riarmo e la guerra sono l’unica via che i gruppi imperialisti hanno per affrontare la crisi generale del sistema capitalista.
È importante partecipare a quante più iniziative possibile – indipendentemente da chi le promuove – per portare ovunque la spinta all’unità e, con essa, la parola d’ordine di cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo partigiano della pace e della Palestina libera.

Non cadiamo nell’errore di chiedere a chi ha iniziato ora a scendere in piazza “ma dove eravate fino a ieri, quando le accuse strumentali di antisionismo e antisemitismo servivano a reprimere il sostegno che davamo al popolo palestinese?”.
Noi chiamiamo tutti coloro che hanno a cuore la causa del popolo palestinese e la sua Resistenza a contribuire affinché gli occhi di TUTTI siano puntati su Gaza e sulla Palestina e affinché quelle che oggi sono dichiarazioni di solidarietà (da parte di esponenti politici e sindacali e amministratori locali) si traducano in atti concreti.
I presidenti della Regione Puglia, Campania ed Emilia Romagna (in quota Pd) devono incontrare subito gli organismi che promuovono la mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese nei territori di loro competenza e devono dare traduzione pratica alle loro dichiarazioni.
Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, deve respingere il licenziamento della maschera che al Teatro della Scala ha gridato “Palestina Libera”; deve incontrare gli organismi che promuovono la mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese e interrompere a tutti i livelli le relazioni fra il Comune e lo Stato d’Israele.
La presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde (M5s) deve fare autocritica pubblica per aver permesso, il 10 maggio, con il patrocinio della Regione, lo svolgimento di una grottesca speculazione: ha spacciato un’enorme esercitazione militare per una iniziativa benefica, contribuendo all’ulteriore militarizzazione della Sardegna a favore della Nato e dell’esercito sionista.
Il presidente della Regione Toscana, Giani (Pd), deve revocare immediatamente la nomina di Marco Carrai alla presidenza della Fondazione Meyer di Firenze. Il Meyer è “l’ospedale dei bambini” e non può avere un presidente per cui i bambini palestinesi possono essere bersaglio dei cecchini e dei bombardieri dell’esercito sionista o carne da macello per i coloni.
Questi sono solo alcuni esempi, concreti, obiettivi che possono essere perseguiti subito e che possono facilmente essere condivisi nelle tante iniziative già previste per le prossime settimane. Bisogna chiamare tutti a fare la propria parte. E con tutti intendiamo anche la “sinistra” che esiste ancora nella base del Pd, di Avs, del M5s, dei circoli Arci, Acli, Anpi. Facciamo tutti pressione sugli amministratori locali affinché le istituzioni di questo paese siano costrette a far valere i sentimenti migliori che le masse popolari coltivano, nonostante (e contro) il governo degli ex missini Meloni e La Russa.

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