Vivere in Sardegna, con una decina di basi militari e quasi 400 kmq di territorio continuamente utilizzato per esercitazioni belliche da parte di eserciti di mezzo mondo, Israele compreso, significa fare un po’ l’abitudine ai rumori e alle immagini della guerra, ma il mix tra l’esercitazione interforze Joint Stars 2025 e una serie di iniziative presentate come “benefiche”, ma immediatamente riconducibili al war washing, ci ha fatto saltare dalla sedia.
Contributo di Arnaldo Scarpa, Rete Warfree – Lìberu dae sa gherra
Una mega esercitazione militare, con base logistica anche a Cagliari, a fianco alle navi da crociera, è stata mascherata ed edulcorata mediante una serie di manifestazioni sportive, teatrali e musicali con abbinata una raccolta fondi per il reparto pediatria del principale ospedale della regione e la possibilità, per duecento bambini, di ricevere una visita medica preventiva sulla nave Trieste, l’ultimo acquisto della Marina Militare Italiana. È la più grande e dotata imbarcazione da guerra delle forze armate italiane, costata ai contribuenti un miliardo e 200 milioni di euro.
Avremmo avuto davvero poco da dire se il finanziamento all’ospedale fosse stato fatto a spese del bilancio militare, anzi saremmo stati contenti che almeno una piccola parte della spesa pubblica fosse stata reimpiegata in ciò che davvero è utile. Ma sentire che, in tempi come quelli attuali in cui potersi curare non è più un diritto, ma un privilegio riservato a chi ha i soldi per accedere alle strutture private, una grande operazione pubblicitaria per le forze armate, di sdoganamento del riarmo europeo, si svolgesse a spese dei sardi, questo proprio non potevamo mandarlo giù.
Tra pastasciutte militari sul molo, concerti, teatro e sport sono stati incassati e devoluti, pare, 110 mila euro, passati dalle tasche dei “gonzi cittadini sardi”, trattati a “panem et circenses”, alle disponibilità dell’ospedale.
C’è voluto tutto questo teatrino perché un ente pubblico con bilanci stratosferici riuscisse a trovare i fondi per l’acquisto di due postazioni di rianimazione pediatrica.
Ovviamente il discorso beneficenza proprio non sta in piedi. Non si può dare per elemosina ciò che è dovuto per diritto.
La mobilitazione seguita alla diffusione del nostro comunicato stampa, in cui si chiedeva a Comune e Regione di ritirare il patrocinio all’iniziativa, è stata immediata e molto ampia.
In tre giorni, abbiamo incassato le adesioni di oltre novanta organizzazioni della società civile, compresi diversi partiti politici delle aree comunista, autonomista e indipendentista, associazioni ambientaliste, sanitarie e, naturalmente, pacifiste.
Con queste organizzazioni ci siamo già incontrati per programmare un’iniziativa comune per la pace, con respiro almeno regionale, a Cagliari, nel prossimo mese di giugno.
La Rete Warfree – Lìberu dae sa gherra è nata quattro anni fa, proprio per mettere insieme quanti vogliono dare una risposta costruttiva ai problemi strutturali della Sardegna, attraverso la promozione dell’economia civile, libera dalla guerra e sostenibile dal punto di vista etico-ambientale. Perciò ci fa molto piacere aver avviato una collaborazione con tanti soggetti collettivi che possono dare ognuno il proprio apporto specifico per trasformare la Sardegna da isola dei giochi di guerra a isola di pace.
Il 10 maggio, a Cagliari, si è svolta una manifestazione contro l’esercitazione militare Joint Stars, la più importante esercitazione della Difesa in diverse località della Sardegna meridionale e contro il grottesco tentativo di presentarla alla popolazione come un evento benefico e solidaristico.
Con il patrocinio della Regione (a guida M5s con Alessandra Todde) e Comune (il sindaco è Massimo Zedda del Campo progressista) è andata in scena una pantomima con l’obiettivo dichiarato di raccogliere fondi per l’ospedale pediatrico Brotzu.
L’ipocrisia è plateale e la rete Warfree – Lìberu dae sa gherra ha promosso un appello affinché Regione e Comune togliessero il patrocinio con il quale stavano sostenendo l’esercitazione militare e la manovra bellica (altro che beneficenza!). Hanno risposto oltre novanta organismi che, di fronte all’indifferenza delle istituzioni locali, hanno poi partecipato alla manifestazione.
Abbiamo approfondito la questione con Gaia Zotta, che interviene in Sardegna per costruire una Sezione del P.Carc e che era presente alla mobilitazione.
Anzitutto, parlaci di come è andata la giornata del 10 maggio.
È stata una giornata ricca di iniziative, partite già la notte precedente con una “veglia funebre”, sotto il Consiglio regionale, contro il genocidio di bambini a Gaza e che poi al mattino è diventata un corteo diretto al Molo Ichnusa.
Al porto è stato pacificamente “assediato” il gazebo dove avvenivano le prenotazioni per le visite a bordo della nave Trieste. E c’è chi ha partecipato alle contestazioni anche via mare, con le bandiere della Sardegna che sventolavano dai gommoni.
Al pomeriggio si è svolto il corteo, indetto dal Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, con circa duemila persone. La composizione è stata espressione di tutto il movimento popolare e questo è emerso con evidenza dai comizi conclusivi dei comitati, movimenti e associazioni che hanno partecipato.
Una carica della celere ha impedito che uno spezzone contestasse il concerto della banda militare… che somigliava tanto all’orchestra del Titanic.
La giornata del 10 maggio è stata una rappresentazione plastica della divisione della società: da una parte, la classe dominante, i guerrafondai e gli ipocriti sostenitori della Terza guerra mondiale e, dall’altra, le organizzazioni operaie e popolari.
Se andate a vedere il bilancio che il Ministero della difesa fa della giornata, vi renderete conto della contraddizione. Parla di “grande successo”, ma se deve cercare di limitare le contestazioni, spacciando le esercitazioni militari per iniziative benefiche, significa che è alla canna del gas.
Senza contare che le iniziative ludiche e benefiche non hanno affatto riscosso il successo sperato – fra l’altro erano tutte a numero chiuso ed era necessaria la prenotazione, per evitare che la contestazione entrasse nella kermesse – e hanno anzi alimentato l’indignazione e la ribellione.
La Regione e il Comune invece sono rimasti in silenzio. Non hanno neppure avuto il coraggio di rivendicare il “capolavoro” di aver patrocinato questo scempio…
Considerando che al momento non esiste una Sezione del P.Carc in Sardegna, come avete preparato la manifestazione?
Gli interventi mensili che facciamo ordinariamente, le “spedizioni” e il rapporto quasi quotidiano con simpatizzanti, collaboratori e compagne e compagni di molti organismi ci hanno dato gli elementi per dare un contributo politico alla mobilitazione.
Al netto delle questioni di orientamento generale, credo che la questione più importante sia stata coordinarsi con altri organismi, ad esempio con alcuni compagni di Sa Baracca, che è uno dei presidi del movimento contro la speculazione energetica e ambientale, per coinvolgere le masse popolari nella mobilitazione.
Con loro abbiamo fatto un volantinaggio proprio all’ospedale Brotzu, abbiamo parlato con le masse popolari, gli utenti, ma anche infermieri e medici. Diciamo che abbiamo cercato di coinvolgere la “gente comune”, per allargare la mobilitazione oltre al circuito di chi già si mobilita.
Questo mi sembra un po’ “il nodo da sciogliere”, nel senso che il movimento contro le basi militari, la Nato e la guerra in Sardegna ha radici forti e solide, tuttavia il suo sviluppo dipende da quanto i promotori riescono a coinvolgere le masse popolari, anche quelle che subiscono la propaganda militare ma di fatto vivono tutte le contraddizioni degli effetti disastrosi dell’economia di guerra, e alimentare il loro protagonismo.
Oltre alle cariche al corteo, alcuni giorni dopo c’è stata anche un’altra provocazione poliziesca con la perquisizione ai danni di un compagno…
Si, il 14 maggio è stato perquisito il suo domicilio, la sua auto e anche l’Officina Autogestita Kasteddu, che è lo spazio sociale che frequenta. Si tratta di una “classica” operazione che ha l’obiettivo di intimidire chi si mobilita e di dividere il movimento popolare fra “buoni e cattivi”.
L’argomento è particolarmente importante e in un certo senso riguarda anche quello che dicevo prima: la repressione è usata anche per creare una barriera fra chi è già organizzato e si mobilita e chi potenzialmente potrebbe attivarsi.
C’è da dire che il modo migliore per prevenire le provocazioni poliziesche, o comunque per creare un terreno sfavorevole e ostile a chi le promuove, è proprio “aprirsi” alle masse popolari, coinvolgere e sviluppare una relazione continuativa e capillare. Ma questo è un ragionamento più generale. Per quanto riguarda l’episodio specifico credo sia importante esprimere solidarietà al compagno perquisito: quali che siano le accuse che gli sono rivolte, noi siamo orientati dal principio che è legittimo tutto quello che è conforme agli interessi delle masse popolari, anche se è illegale.
Siamo alle conclusioni, è utile un ragionamento rispetto all’intervento sulla classe operaia…
Si è utile e, in verità, l’argomento andrebbe anche approfondito proprio per le particolari condizioni della realtà sarda, dove – prima che in altre zone – si è posta la questione dello smantellamento dell’apparato produttivo, vedi la chiusura delle miniere o lo smantellamento di Porto Canale, e del “riassorbimento” della classe operaia nell’industria bellica.
Questo pone questioni particolari. Tratto qui solo la principale e mi riservo di scrivere un contributo più articolato in futuro: c’è la tendenza, anche nel movimento antimilitarista, a considerare quel pezzo di classe operaia come “collaborazionista con il nemico”. Insomma, a trattare l’operaio che lavora alla Rwm, la fabbrica di bombe, alla stregua del padrone della Rwm o delle autorità italiane che permettono il traffico di armi e vi speculano sopra. Bisogna ribaltare il ragionamento, rompere il ricatto della precarietà e della miseria che padroni e autorità utilizzano per alimentare la guerra tra poveri.
La realtà è che ciò che oggi succede in Sardegna si sta realizzando anche in altre regioni d’Italia e in questo senso il movimento comunista, operaio e popolare sardo può dare un contributo importante per inquadrare correttamente il fenomeno e affrontarlo, a condizione che lo faccia lui per primo.






