Un “arcipelago” di organismi – tra questi OttolinaTv è probabilmente il più conosciuto – hanno animato il percorso “Tutti a casa”. Nome evocativo, collegato a un obiettivo ambizioso: “una costituente contro il sistema guerra per mandare a casa il partito unico della guerra e degli affari”.
Il percorso ha preso le mosse da un articolo-appello dello scorso febbraio con cui Giuliano Marrucci (OttolinaTv) parlava della necessità di costruire un nuovo Comitato di liberazione nazionale assieme a tutte quelle forze che non hanno collaborato o contribuito a invischiare l’Italia nel vortice della Terza guerra mondiale.
Il passo successivo è stato il ciclo di iniziative pubbliche a Roma (29 marzo), Bologna (12 aprile), Napoli (11 maggio) e Milano (24 maggio). Iniziative accomunate dal fatto di essere state soprattutto un palco da cui esponenti della società civile, intellettuali, artisti e studiosi hanno argomentato i motivi per cui bisogna “mandarli tutti a casa”.
L’incontro di Milano è stato l’unico evento di piazza, gli altri incontri si sono tenuti in teatri o sale; “Tutti a casa” è stato, però, anche lo striscione con cui i promotori del percorso hanno partecipato, con un nutrito spezzone, al corteo del 5 aprile a Roma contro la guerra e il riamo indetto dal M5s.
Finito il primo ciclo di iniziative, il prossimo appuntamento è alla festa di OttolinaTv, che si terrà a Pisa, presso il circolo Arci Putignano, dal 9 al 13 luglio.
Abbiamo seguito con interesse tutto lo sviluppo del percorso e, fra aspetti assolutamente positivi e altri più problematici, ce ne siamo fatti un’idea precisa.
È assolutamente positivo (e prezioso) che l’iniziativa abbia coinvolto e fatto emergere tanti elementi della società civile che stanno prendendo posizione, si stanno schierando e manifestano l’esigenza di una dimensione collettiva in cui assumere un ruolo politico di alternativa alle Larghe Intese.
A Milano, in Piazza San Babila, questo aspetto è emerso chiaramente dall’intervento – pregevole, avanzato, prezioso – di Moni Ovadia che, pur dicendosi preoccupato del fatto che in quella piazza non eravamo in decine di migliaia, ha però denunciato efficacemente i crimini dei sionisti e annunciato la nascita di una rete italiana di ebrei contro il sionismo.
Ciò conferma che, nonostante gli agenti sionisti infestino la politica, l’economia e l’informazione del nostro paese, esistono molte e variegate voci che si oppongono alla strumentale equiparazione fra antisionismo e antisemitismo, realtà che possono – e devono – diventare parte integrante dell’alternativa al regime delle Larghe Intese.
Dallo stesso palco, Ugo Mattei ha in qualche modo affrontato lo stesso argomento, aggiungendo un pezzo: per dare al percorso una dimensione di massa è necessario andare oltre la denuncia e iniziare a fare politica costruendo rapporti di forza favorevoli alle masse popolari e sfavorevoli al partito unico della guerra e degli affari. Ha portato come esempio concreto la battaglia per i referendum dell’8 e 9 giugno: non si tratta soltanto di organizzarsi e mobilitarsi per raggiungere il quorum e vincere i referendum, ma di rimanere organizzati e attivarsi per vigilare che l’esito referendario non venga stravolto o eluso, come è successo per il referendum sull’acqua pubblica del 2011.
Insomma, il concetto può essere riassunto con il principio iniziare a fare senza aspettare di essere pronti o di essere in tanti.
La principale problematica che abbiamo riscontrato è che su quei palchi non erano presenti esponenti di organismi operai e popolari. È probabilmente vero che mettere gli esponenti degli organismi operai e popolari sul palco non garantisce di allargare la partecipazione all’evento, ma senza la parte organizzata delle masse popolari, gli esponenti della società civile possono solo parzialmente esercitare il loro ruolo positivo, perché alla loro denuncia, alle loro elaborazioni e alle loro proposte mancano le gambe su cui marciare e – non secondario – la verifica della pratica.
E del resto, per mandare tutti a casa serve il movimento pratico, serve l’esperienza di organizzazione e di mobilitazione della parte più avanzata delle masse popolari, serve il suo protagonismo.
Fin dal primo appuntamento a Roma ci siamo interrogati su quale fosse il contributo che potevamo dare allo sviluppo del percorso. Dopo la manifestazione di Milano siamo convinti di averlo individuato.
In primo luogo, si tratta di tenere ancorato alla realtà chi guarda a questo “esperimento” come all’inizio di un percorso “risolutivo”. L’entusiasmo è legittimo, ma bisogna contrastare le due oscillazioni che ne derivano: da una parte, l’illusione che il percorso iniziato basti a se stesso e, dall’altra, la delusione e la sfiducia che si presentano ogni volta che emergono difficoltà e contraddizioni proprio perché il percorso non basta a se stesso.
È vero che l’arcipelago che ha promosso “Tutti a casa” ha saputo intercettare un’esigenza, quella dei tanti orfani della politica di sinistra, e che ha ampi margini di sviluppo, ma è altrettanto vero che l’esito del percorso non dipende solo da OttolinaTv e dagli organismi che ha aggregato, come non dipende dalle idee brillanti e brillantemente esposte da chi sale su quel palco.
In secondo luogo, possiamo contribuire affinché le porte del percorso siano aperte, senza titubanze, agli organismi operai e popolari, ai lavoratori più rappresentativi, ai portavoce dei movimenti e delle reti sociali, ai protagonisti di quella resistenza diffusa che esiste già nelle aziende, nelle scuole, nei quartieri delle grandi città e nelle periferie del paese. È vero: serve un nuovo Comitato di liberazione nazionale. Ma questo per costituirsi e operare deve legarsi strettamente e indissolubilmente agli organismi che promuovono già la resistenza, deve elevare la loro pratica fino a trasformarla in lotta per una nuova liberazione nazionale.







