Negli ultimi quindici giorni il sangue delle donne ha macchiato il paese. Più precisamente il sangue delle donne delle masse popolari.
Il 26 maggio Martina Carbonaro, una ragazza di 14 anni, è stata uccisa ad Afragola (NA) dall’ex fidanzato diciottenne che non si rassegnava alla separazione. Ieri, giovedì 29 maggio, è morta per accoltellamento Fernanda Dinuzzo, maestra 61enne uccisa dal marito. Il 19 maggio è morta in un incidente stradale, durante una gita con le sue classi, l’insegnante Domenica Russo.
Il giorno prima, il 18 maggio è stata Anna Chiti, giovane studentessa di 17 anni al suo primo giorno di lavoro su un catamarano a Venezia a trovare la morte. Anche Domenica e Anna sono state uccise. Uccise mentre svolgevano il loro lavoro: un lavoro non incluso nei rispettivi contratti e mansioni, non pagato, non sicuro.
Martina, Fernanda, Domenica e Anna sono tutte vittime di una guerra, una guerra condotta dalla classe dominante per mantenere il suo dominio con armi che pesano come bombe sui corpi delle donne delle masse popolari.
Le violenze, i femminicidi, le discriminazioni sul lavoro, la precarietà, lo sfruttamento delle donne (basta vedere i dati della Cgil!) non sono né un fatto naturale né tantomeno culturale. È invece una precisa scelta politica, di chi alimenta abbrutimento, degrado intellettuale e morale, divisioni e guerra tra le masse popolari: uomini contro donne, lavoratori contro disoccupati, italiani contro immigrati. Gli stessi che se ne giovano per continuare ad opprimerli.
Ma non è un destino scritto nella pietra, anzi è un destino che proprio le donne possono spezzare rompendo ogni remora, dubbio e paura! Diventando più determinate, più combattive e unite per trovare la strada in grado di rompere questa cappa di oppressione e morte!
La strada è quella dell’organizzazione e della lotta. Lotta per cacciare i nostri oppressori, per cacciare chi alimenta distruzione e morte mentre trascina il paese nella terza guerra mondiale e lo rende complice del genocidio in Palestina. Lotta per farsi promotrici e portatrici di una nuova classe dirigente, partigiana delle oppresse e degli oppressi!

La rabbia delle donne, la voglia di riscossa e le loro iniziative crescono nelle aziende, nelle scuole, nei quartieri, nelle piazze. È quella che si sta esprimendo nella solidarietà e mobilitazione per Martina Carbonaro, la stessa che ha infuocato scuole e piazze per Giulia Cecchettin.
È quella rabbia che ha mosso le lavoratrici della MI2 Servizi iscritte al Si Cobas a lottare per veder riconosciute le ore del loro lavoro e a ottenere la loro prima vittoria il 23 maggio. La stessa che negli anni ha portato alla lotta le “leonesse” di Italpizza di Modena, le lavoratrici della Yoox e di altre categorie iscritte al Si Cobas a lottare per un lavoro dignitoso.
Esattamente quella rabbia che ha spinto alla mobilitazione le cinquanta lavoratrici della Perla di Bologna contro la chiusura dell’azienda e che le ha portate alla vittoria. Quella stessa che si combina alla voglia di costruire il nuovo e che porta studentesse e compagne a schierarsi in solidarietà alla Palestina, che le porta alla testa dei cortei, delle iniziative in difesa dell’ambiente, che crea forme di coordinamento e di promozione della mobilitazione come quella del Coordinamento donne lavoratici alla riscossa di Milano.
È la rabbia e la voglia di riscossa che può e deve convergere e prendere la testa del movimento di Resistenza necessario oggi nel paese. Come già hanno fatto le lavoratrici che hanno dato un contributo fondamentale al movimento di Resistenza che ha posto fine al fascismo.
Le operaie del tessile biellesi e le mondine dell’Emilia Romagna – sostenute dai Comitati di difesa della donna – sono state ad esempio tra le prime ad organizzare scioperi sotto il fascismo e ad aderire e estendere lo sciopero generale che nel 1944 ha dato inizio al crollo del regime e che è stato parte importante della lotta di liberazione nazionale.
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Chi oggi tra le donne e le lavoratrici si mobilita ha un ruolo importante, fondamentale, nel portare altre donne ad organizzarsi e a mobilitarsi. Perché spezza una pratica che le vuole da secoli ai margini della società, che le vuole arrese e arrendevoli, incapaci di diventare dirigenti della lotta di classe, incapaci di portare altre e altri a intraprenderla vittoriosamente. Ogni passo fatto in questa direzione è terreno di conquista e costruzione del nuovo!
Passi su cui muoversi quindi con decisione anche avvalendosi dei prossimi appuntamenti della lotta di classe.
Per il 21 giugno Donne de borgata ha fatto un appello a lavoratrici e donne delle masse popolari per assumere un ruolo da protagoniste nella manifestazione indetta a Roma contro la guerra. Aderire alla chiamata, portare colleghe e compagne a partecipare organizzandosi in gruppi e assumere un ruolo anche nel costruire l’unità delle due piazze previste per il 21 giugno, aderendo all’appello del Coordinamento nazionale no Nato è un modo per alimentare il movimento di resistenza e liberazione necessario.
Portare le proprie colleghe a partecipare al Referendum, votando si i prossimi 8 e 9 giugno, è anche un passo da cui sviluppare un collettivo che sul lavoro vigili sull’attuazione della sicurezza, una rete solidale per la tutela del lavoro e dei diritti di ogni lavoratrice, contro sfruttamento e licenziamenti.
Sta alle donne rompere le proprie catene, perché nessuno lo farà per loro!
Avanti compagne, determinate alla riscossa!

![[Massa Carrara] Solidarietà alle compagne e ai compagni colpite/i dalla repressione! Rispondiamo in maniera unitaria con la solidarietà e con la lotta!](https://i0.wp.com/www.carc.it/wp-content/uploads/2026/04/ee6c383b9191dab30a31d94e0fcb54c7.jpg?fit=774%2C516&ssl=1)




