Le date stabilite per i referendum promossi dalla Cgil assieme ad altre associazioni sono l’8 e il 9 giugno. Così si è concretizzata la “rivolta sociale” di Landini, al punto che lo slogan che caratterizza la campagna referendaria è: “il voto è la nostra rivolta”.
Per alcuni tanto basta per fermarsi qui. Farlo è un errore, va detto senza mezzi termini. Il merito dei quesiti, il fatto che siano stati promossi dalla Cgil con una vasta raccolta di firme (oltre 4 milioni per i quesiti inerenti al lavoro e 637 mila per quello inerente alla cittadinanza) e il contesto in cui si inserisce la campagna referendaria pongono la questione di come intervenire e utilizzare anche questa occasione per far avanzare la lotta di classe e creare le condizioni per cacciare il governo Meloni e imporre il Governo di Blocco Popolare.
I referendum stanno già subendo alcuni tentativi di sabotaggio. L’eliminazione di quello sull’autonomia differenziata, che tanto agitava il governo, è un regalo a chi punta al non raggiungimento del quorum; a questo si aggiunge la decisione di non accorparli alle prossime elezioni amministrative del 25 e 26 maggio, minando ulteriormente la possibile partecipazione. In positivo va detto che ci sarà la possibilità di votarli per quanti si trovano fuori sede per motivi di studio, lavoro e salute.
La volontà di boicottaggio non è solo di parte governativa. Anche nel Pd esiste la fronda degli ex accoliti di Renzi (Del Rio & Co.) che punta attivamente al fallimento della consultazione.
In generale, i referendum si inseriscono in un contesto che favorisce l’acuirsi di alcune contraddizioni nel campo nemico, ma non ci interessa elucubrare sulle motivazioni che hanno spinto la Cgil a promuoverli. Sì, è la stessa Cgil che non ha protestato per l’entrata in vigore del Jobs Act, che ha firmato tutto il firmabile per precarizzare il lavoro, che non va oltre i fiori e le frasi di circostanza di fronte alle stragi sul lavoro, ma è anche quella Cgil che organizza il grosso dei lavoratori avanzati (con la falce e il martello nel cuore) presenti nel nostro paese: questo ne fa, oggettivamente, un elemento non trascurabile nella lotta per cambiare il corso delle cose in Italia.
Il P.Carc interviene attivamente nei comitati referendari. La lezione dei referendum del 2011, vinti e rimasti lettera morta, ci porta a mettere al centro due questioni.
La prima è che, per essere efficace, la campagna referendaria deve essere parte della battaglia politica per cacciare il governo Meloni. La seconda è che la campagna referendaria deve diventare ambito di sviluppo del protagonismo dei lavoratori e delle masse popolari. In questo modo è possibile vincere e costruire il tessuto di organizzazione, fuori e dentro le fabbriche, che è la base politica e sociale che permetterà di applicare concretamente il risultato dei referendum. Questo sedimento organizzativo è il presupposto per andare anche oltre, è il presupposto e la condizione per cacciare Meloni e sostituirlo con il Governo di Blocco Popolare.
L’intervento è quindi duplice: 1. nei comitati aziendali per la costruzione del tessuto di organizzazioni operaie e 2. nei comitati cittadini fuori dalle aziende formati da associazioni, partiti, organismi anche per creare con questa battaglia fronti contro le Larghe Intese a livello locale.
Esistono i comitati referendari della Cgil e quelli creati dall’area di Potere al Popolo e Usb. Dobbiamo intervenire senza distinzioni negli uni e negli altri in base alle nostre forze e al contesto in cui siamo già attivi.
Come? Con banchetti e volantinaggi durante le manifestazioni, ai mercati, davanti ad aziende, scuole, ospedali (anche in occasione delle amministrative del 25 e 26 maggio); facendo e spingendo a fare striscioni e manifesti; promuovendo iniziative di lotta come blocchi stradali, irruzioni nelle sedi istituzionali, picchetti, presidi; stimolando prese di posizione con video, foto e dichiarazioni pubbliche di sindaci, assessori e consiglieri comunali; costruendo interventi coordinati tra le forze del movimento comunista e dei sindacati di base per la conduzione della campagna referendaria.
In questo modo puntiamo a fare dei referendum di giugno la componente di un movimento generale per cacciare il governo Meloni.
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Si vota per il lavoro e la cittadinanza
Il P.Carc vota e invita a votare “Sì” ai cinque referendum popolari promossi dalla Cgil e da altre associazioni.
1. Il primo chiede l’abrogazione del contratto a tutele crescenti, ovvero il Jobs Act di Renzi, che impedisce il reintegro dei lavoratori licenziati ingiustamente anche nelle aziende con più di 15 dipendenti, se assunti dopo il 7 marzo 2015.
2. Il secondo chiede di eliminare il tetto massimo di sei mensilità, attualmente in vigore, nel risarcimento spettante ai lavoratori licenziati ingiustamente da aziende con meno di 15 dipendenti.
3. Il terzo punta a modificare le attuali norme di utilizzo dei contratti a tempo determinato, ripristinando l’obbligo a esplicitare le causali per il loro utilizzo, che attualmente è praticamente illimitato.
4. Il quarto mira a estendere la responsabilità alla ditta committente in caso di infortunio di un lavoratore dipendente di una ditta in appalto.
5. Il quinto mira a ottenere il dimezzamento da dieci a cinque anni di residenza in Italia come requisito per inoltrare la richiesta di cittadinanza. Questo diminuirebbe la ricattabilità dei lavoratori stranieri a tutto vantaggio loro e dei loro colleghi autoctoni.


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