[Reggio Emilia] “Mamma li yankees”: contro il sacco della città, organizzarsi e coordinarsi dal basso!

Negli ultimi anni, a Reggio Emilia, la maggior parte delle acquisizioni di aziende capitaliste italiane locali portano la firma di marchi, multinazionali e fondi statunitensi: Arag, Nelsen, Brevini, Veroni, Fantuzzi-Reggiane, Dow, Sall e altre ne sono la dimostrazione, cosa che rende il nostro territorio, in crescendo, riserva di caccia prediletta per i gruppi imperialisti USA.
Un processo reso possibile dal sistema di potere locale alla cui testa c’è il Partito Democratico che si fa garante di questo sacco e smantellamento produttivo nostrano, rivendicandolo quale qualità del mercato del lavoro locale (mentre aggrava le condizioni di vita e di lavoro di centinaia di famiglie proletarie con la chiusura del servizio di asilo nido per i nati dopo il 31 maggio 2023). Per non parlare poi della vera e propria truffa targata Silk-FAW…

Tutto ciò non è un caso isolato, bensì è parte di un andamento diffuso a livello nazionale e internazionale nei principali settori manifatturieri, dalla siderurgia al settore della produzione degli elettrodomestici. Infatti, tramite multinazionali manifatturiere, fondi di investimento USA (e non solo) comprano aziende industriali allo scopo principale di condurre operazioni finanziarie e speculative e/o delocalizzare nei paesi dell’Europa orientale, in Asia e in Africa.
Infatti, questi soggetti arrivano, depredano e se ne vanno: Magneti Marelli, TIM ed ex BredaMenarinibus (oggi IIA – Industria Italiana Autobus) si aggiungono alla lunga lista, cosa che chiarisce tanto quanto la sovranità nazionale passi, inevitabilmente, dalla difesa del tessuto produttivo in ogni territorio che la natura di guerra di queste stesse operazioni.

In linea con questo contesto, la Kohler Co. – leader mondiale nella produzione di motori e gruppi elettrogeni – ha recentemente annunciato la cessione, per tre miliardi di dollari, del pacchetto di controllo della settore “Energy” al fondo statunitense Platinum Equity, società d’investimenti mondiale con circa 47 miliardi di dollari di attività gestite. In questo, rientra anche lo stabilimento ex Lombardini di Pieve Modolena (RE) che, senza contare l’indotto, vede impiegati circa 800 lavoratori.
La sola entrata in scena di un fondo d’investimenti è di per sé una rumorosa “campana” d’allarme, stante la natura predatoria di questi soggetti finanziari che hanno interesse in tutto fuorché nella continuità produttiva. Infatti, non sono né la produzione né il prodotto finito il loro obiettivo, bensì la fetta di mercato e il profitto immediato che possono ricavare dall’operazione. Conferma questa che abbiamo già avuto più e più volte modo di appurare, non da ultimo con la battaglia della ex GKN Driveline di Campi Bisenzio (FI) e la sua acquisizione da parte del fondo speculativo britannico Melrose Industries Plc (a cui è poi subentrato lo sciacallo F. Borgomeo).
Se a ciò aggiungiamo anche la “transizione ecologica” (che per i padroni è sinonimo di nuovi campi di profitto e speculazioni, mentre per i lavoratori fa rima con smantellamento produttivo, devastazione ambientale e perdita di posti di lavoro), l’acquisizione passata di Caterpillar da parte di Platinum Equity (e sappiamo cosa questo processo ha significato per lo stabilimento di Jesi (AN)…) e l’investimento per un nuovo sito produttivo in India simile al nostro reggiano, si comprende bene quanto sia necessario partire da ciò che insegna la battaglia alla ex GKN. Una via è stata quindi aperta: si tratta ora di percorrerla.

Per prima cosa è giusto chiedersi quanto valgono le promesse dei padroni. Ebbene, meno di zero!
Non bisogna attestarsi alle rassicurazioni dell’Amministratore Delegato di turno ma organizzarsi fin da subito senza aspettare che siano i padroni ad attaccare, né che si muovano liberamente insieme al corredo di spallucce degli amministratori locali. Concretamente, il fulcro della lotta degli operai ex GKN è stato ed è il Collettivo di Fabbrica, un’organizzazione costruita su iniziativa degli operai, replicabile in ogni azienda e posto di lavoro. È quanto di più simile ai Consigli di Fabbrica degli anni ‘70-’80: il Collettivo di Fabbrica si occupa della fabbrica, ma anche del territorio in cui gli operai vivono, scegliendo autonomamente quali battaglie condurre, con quali solidarizzare, anticipando gli attacchi padronali.
Non importa se all’inizio si è in pochi, l’importante è non aspettare di essere sotto attacco per organizzarsi. Alla chiusura dello stabilimento, è l’essersi ritrovati con un Collettivo di Fabbrica ad aver fatto la differenza tra la morte immediata o meno e la grande lotta tutt’ora in corso, dal luglio 2021, contro i licenziamenti e per la gestione popolare (e cioè che corrisponde ai reali bisogni delle masse popolari che vivono il territorio, fin dalla fase della prima emergenza) dell’alluvione che ha recentemente colpito l’area sono risultati che hanno valenza universale.
In quest’ottica, partecipare e far partecipare alla tappa bolognese dell’Insorgiamo tour del 14 dicembre al Vag61 è un’occasione utile per la riscossa operaia e popolare e per il coordinamento nella nostra regione, rilanciando compiutamente quanto avviato qui da noi con la grande manifestazione del 22 ottobre 2022 quando le bandiere della lotta ex GKN e del movimento ambientalista regionale si sono unite. Inoltre, per approfondire l’esperienza degli operai ex GKN e rilanciare verso il 31.12, vi invitiamo a leggere il nostro comunicato nazionale Il P.CARC aderisce e rilancia l’appello lanciato dal Collettivo di Fabbrica degli operai ex Gkn!.

Per queste ragioni, è fondamentale essere, tutte e tutti, al fianco qui e ora della battaglia degli operai in appalto Grissin Bon che lascia a casa 18 lavoratori grazie al meccanismo dei subappalti anche come ritorsione per essersi iscritti al sindacato (ADL Cobas); delle lavoratrici e dei lavoratori della LIDL che da mesi lottano, guidate in particolare da una RSU CGIL, contro un infame tentativo di allungare l’orario di apertura dei supermercati, aumentando così carichi di lavoro e sfruttamento; dei dipendenti del magazzino Coop Alleanza 3.0 che, contro il trasferimento di circa cento dipendenti a beneficio di ulteriori esternalizzazioni del servizio, hanno scioperato e hanno fatto un picchetto ai cancelli impedendo il carico e scarico delle merci.
Tutto questo avviene in un contesto di lotta particolarmente effervescente e da estendere ulteriormente: dalle mobilitazioni sindacali di CGIL e UIL (che il 17 novembre ha visto in corteo dieci mila lavoratori da tutta la provincia), alle piazze contro il genocidio sionista in Palestina, alle manifestazioni contro la violenza di genere fino alla campagna elettorale per le Amministrative del 2024 in crescendo.
Quello che serve ora è dare un indirizzo unitario alle mille mobilitazioni dal basso e solo il governo del territorio e del paese può assumere questo valore. Ecco la centralità della questione del governo perché è questo sistema che sfrutta, ammazza, delocalizza e smantella in ogni campo e settore, unendoli oggettivamente: se mi allungano l’orario di apertura del supermercato, come curo la famiglia? Se non mi prendono i figli al nido, come faccio con i turni? Se mi cambiano l’appalto e il salario si abbassa, come pago le bollette di IREN che ingrassa gli amici degli amici e fa gli accordi con la sionista Mekorot?

La via del Governo di Blocco Popolare è quella da perseguire con forza: assegnare 1. a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) conformi alla sua natura e alle esigenze della collettività e dell’ambiente, secondo un piano nazionale perché nessuna azienda deve essere chiusa, e 2. ad ogni individuo un lavoro utile, dignitoso e sicuro è il contenuto degli interessi, immediati e di prospettiva, delle masse popolari per la loro riscossa e contro la devastazione attuale.
Pertanto, “fare come in GKN” significa legarsi strettamente al resto della lotta di classe che attraversa il territorio così da tessere quella rete di sostegno reciproco che apre al coordinamento e alla realizzazione dei nostri interessi di classe: non solo occuparsi del proprio posto di lavoro, ma uscire da esso perché ogni singola battaglia e vertenza non è un qualcosa d’isolato, bensì è interconnessa all’intero territorio e al suo governo e gestione.
Infatti, per farla finita con lo smantellamento produttivo, con le esternalizzazioni, la chiusura e la privatizzazione dei servizi, con la repressione aziendale (come capitato ad un nostro compagno destinatario di una contestazione disciplinare per aver scioperato il 17 novembre) e l’attacco al diritto di sciopero, con il peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro è fondamentale costruire un fronte, unito e compatto, che passi dalla difesa all’attacco, oltre i settarismi e la difesa degli orticelli.
La situazione generale è talmente grave che alimentare lo spirito di concorrenza, anziché la costruzione dell’unità d’azione e del fronte comune, è una grave forma di miopia politica che favorisce il nemico.
Nessuno si salva da solo: solo organizzandosi e coordinandosi dal basso possiamo imporre e far ingoiare ciò che serve realmente alla città (costituita principalmente da chi la mattina si alza per andare a lavorare) di contro alla gestione clientelare e mafiosa di cui tutti siamo a conoscenza.

Non bastano programmi radicali, servono azioni radicali che realizzino i nostri interessi, fino a cacciare i responsabili di questa devastazione e saccheggio in cui ci hanno trascinato per propri tornaconti e profitti. Che si proceda quindi nella costruzione di una lista anti Larghe Intese unita e trasversale dove al centro della propria azione ci sono le vertenze, i lavoratori, i disoccupati, i senza casa e i giovani attraverso la realizzazione di lotte e operazioni che impongono subito, e non dopo e se eletti, le soluzioni che servono.
Per una campagna elettorale non solo di comizi e comparsate in TV, ma soprattutto di iniziative di lotta contro il carovita, lo smantellamento delle aziende, la partecipazione alla guerra USA-NATO e dei sionisti, la devastazione dell’ambiente e il riscaldamento climatico, lo sfascio e la privatizzazione della sanità e della scuola, le grandi opere inutili e dannose, gli sfratti, il maltrattamento degli immigrati, la repressione. Una campagna di mobilitazioni e proteste per rendere il paese ingestibile dal governo Meloni.
Questo si traduce nel realizzare e condurre iniziative e battaglie comuni, nel predisporre banchetti nei quartieri per capire quali sono i lavori che serve fare e organizzarsi con i residenti per farli, nel fare picchetti antisfratto, nell’irrompere nelle sedi istituzionali per smascherare i responsabili e imporre ciò che serve, nel volantinare davanti ai cancelli delle fabbriche per promuovere l’organizzazione operaia e nell’unire operatori sanitari e utenti per rimettere in piedi il sistema sanitario locale.

Un’ottima occasione per avanzare è data dalle prossime Amministrative: serve procedere nella costruzione di un movimento e di un fronte, una lista anti Larghe Intese senza farsi legare le mani da percentuali, veti incrociati o simili.
Un buon esempio della campagna elettorale che serve, oltre al Coordinamento Sanità, è la convergenza della maggior parte delle organizzazioni partitiche e politiche cittadine sulla vertenza LIDL. Infatti, al presidio / picchetto dell’11 novembre scorso abbiamo, congiuntamente, sostenuto politicamente e materialmente le lavoratrici e i lavoratori in lotta, senza settarismi di sorta ma mettendo, finalmente, al centro gli interessi operai.
Per vincere, in ogni campo, bisogna farne un problema di ordine pubblico, una questione cioè politica di governo della città, cosa che significa anche combattere con forza posizioni arretrate che depotenziano la lotta stessa. Sono i lavoratori che devono decidere quali sono le forme di lotta più utili e opportune al fine di vincere, senza farsi legare le mani dalle ritrosie legalitarie dei vertici sindacali e dalle leggi dei padroni (e anche per questo è fondamentare costruire un fronte ampio e unito per far valere la propria forza, non lasciare soli i lavoratori e realizzare la solidarietà di classe) né tanto meno sottostare a fantomatiche, ridicole e gravi richieste della DIGOS tipo quella di non scioperare in più punti vendita contemporaneamente “perché non abbiamo le forze per coprirli tutti”. Sarà un problema loro trovare gli agenti, non certo dei lavoratori!
Da quando in qua si sciopera o meno in base alle disponibilità delle Forze dell’Ordine? Non è che il diritto di sciopero e di manifestazione può sottostare alle disponibilità della Questura, sennò altro che diritto! “Stranamente”, quando devono reprimere le masse popolari gli agenti sufficienti li trovano sempre, quando invece si tratta di dover intervenire per una violenza di genere il mantra è “non abbiamo pattuglie” e ora, dicono di non poter garantire la copertura quando i lavoratori si mobilitano.
È evidente che si tratta di una scusa, una trappola bella e buona atta a limitare l’azione dal basso: i lavoratori devono fare ciò che serve loro, perché è tutto legittimo senza aspettare l’approvazione e/o la concessione da nessuno, men che meno delle Forze dell’Ordine. In questo, prendere spunto dalla creatività degli operai, iscritti al SI Cobas, che stanno lottando nel piacentino contro la chiusura di Leroy Merlin: entrano nei negozi della catena e riempiono, svuotando gli scaffali, carrelli pieni di merci lasciandoli nelle corsie così da bloccarne l’attività. Che 10, 100, 1000 iniziative vengano lanciate: alimentiamo l’ingovernabilità dal basso!

“Questione di ordine pubblico” non vuol dire solo o sempre iniziative di lotta che violano divieti e restrizioni (come ad esempio blocchi stradali e ai cancelli, picchetti, irruzioni in sedi istituzionali, ecc.), ma anche
– nel campo delle masse popolari, iniziative che rafforzano l’organizzazione, estendono la mobilitazione, allargano il coordinamento, elevano la coscienza, ampliano gli obiettivi e il raggio d’azione;
– nel campo della borghesia imperialista, iniziative che “mettono dieci contro uno”, sfruttano le contraddizioni interne al nemico, obbligano le autorità borghesi a intervenire per trovare una soluzione, seppur temporanea, al problema.

La sbicchierata rossa che terremo domenica 17.12 dalle 19:00 presso la sede del PRC (via Sante Vincenzi, 7) è un’occasione per ragionare insieme di questo e di altro, oltre che per raccogliere fondi in solidarietà a Lino Parra. Vi aspettiamo!

Il Partito Democratico è in difficoltà crescente, non bisogna tendergli la mano… bisogna bastonarlo mentre affoga!

Costruiamo un ampio fronte di forze politiche e popolari per cacciare i partiti delle Larghe Intese: usiamo le elezioni per imporre un’Amministrazione comunale che faccia gli interessi delle masse popolari!

Il mondo dei padroni è fiamme: avanziamo nella riscossa!

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