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Crack di Borsa

Teresa Noce by Teresa Noce
Aprile 4, 2023
in Resistenza n. 4/2023
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Il 10 marzo, l’agenzia governativa statunitense deputata a vigilare sul sistema bancario ha chiuso e commissariato la Silicon Valley Bank (Svb), banca delle start-up tecnologiche californiane e sedicesimo istituto di credito Usa, che alla fine dello scorso anno deteneva 209 miliardi di dollari in partecipazioni azionarie e 175,4 miliardi in depositi.

Questo a seguito della diffusione di notizie relative alla perdita di valore del suo patrimonio azionario dovuta al rialzo del costo del denaro deciso dalla Federal Reserve, la banca centrale Usa, che ha causato la forte svalutazione dei titoli detenuti dalla banca.

C’è stata una vera e propria corsa agli sportelli da parte dei clienti, tale da causare la perdita di 42 miliardi di dollari in depositi e lasciarla senza liquidità.

Fino a poche ore prima le principali agenzie di rating, che dovrebbero fornire agli investitori informazioni in merito alla solidità economica delle aziende quotate in borsa, valutavano i titoli di Svb con un voto di A3 ovvero affidabilità creditizia medio alta. Siamo di fronte all’ennesima conferma che a guidare l’operato di questi soggetti sono gli interessi dei grandi fondi speculativi e non certo la necessità di garantire la trasparenza dei mercati.

Tanto più che il crack era prevedibile e infatti l’amministratore delegato di Svb pochi giorni prima aveva venduto gran parte del suo pacchetto azionario incassando 3,7 milioni di dollari. Le azioni di Svb oggi hanno il valore della carta straccia.

Negli stessi giorni sono fallite per gli stessi motivi altre due banche americane specializzate nello scambio di criptovalute: Signature e Silvergate.

Questo ha innescato una spirale di sfiducia che ha coinvolto tutto il settore bancario, provocando il crollo delle quotazioni in borsa degli istituti di credito, alimentando la spinta dei correntisti a ritirare il denaro depositato e portando sull’orlo del fallimento una delle principali banche regionali degli Stati Uniti, la First Republic Bank.

Nonostante il governo, tramite la Federal Reserve, si sia affrettato a mettere a disposizione un’enorme quantità di denaro – 165 miliardi di dollari in una sola settimana, il record durante la crisi finanziaria del 2008 fu di 111 miliardi – a copertura delle perdite dei correntisti e nonostante le principali banche Usa siano intervenute con ulteriori, pesanti iniezioni di denaro il contagio si è comunque diffuso al settore bancario europeo.

Credit Suisse, una delle principali banche svizzere già in difficoltà a causa dei numerosi scandali che l’hanno investita nel corso degli ultimi due anni, è stata “salvata” dal fallimento immediato grazie all’intervento della Banca Nazionale Svizzera, che l’ha finanziata con 54 miliardi di franchi.

È poi stata comprata a prezzo stracciato dalla sua storica rivale, l’Ubs, con un ulteriore sostegno del governo e della Banca Centrale svizzeri. Questi hanno infatti deciso l’annullamento delle obbligazioni della banca per un valore di 16 miliardi di franchi e messo a disposizione ulteriori 100 miliardi di franchi a copertura di eventuali perdite.

L’obiettivo dichiarato dell’operazione è stato quello di ridurre i rischi di un fallimento che avrebbe mandato a carte quarantotto il sistema, ma si è solo guadagnato tempo in attesa che la bolla scoppi. Intanto i contraccolpi della sua crisi si sono già fatti sentire, provocando una perdita di valore di tutti i titoli bancari europei che ha mandato in rosso le principali borse del continente.

In questo contesto la Banca Centrale Europea ha deciso di gettare benzina sul fuoco alzando i tassi di interesse ovvero il “costo del denaro”, aggravando così la debolezza delle banche europee esposte al contagio dei crack di oltreoceano.

Questo proprio mentre le conseguenze delle sue politiche monetarie stanno provocando un aumento vertiginoso del costo dei mutui a tasso variabile, rendendo impossibile la vita a milioni di lavoratori e fornendo ai padroni una facile scusa per vendere le proprie aziende a fondi speculativi in cambio di una rendita finanziaria.

La questione, in fin dei conti, è più semplice di quanto appaia: la borghesia imperialista, di fronte alla crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale iniziata nella metà degli anni Settanta, non potendo più valorizzare tutto il suo capitale in attività produttive, ha trasformato la parte del mondo sulla quale esercita il proprio dominio in un grande casinò. Una bisca dove vige la legge del più forte e in cui la gara allo sfruttamento senza limiti delle masse popolari e dell’ambiente è la fiche da giocarsi alla roulette.

Se il terremoto finanziario di questi giorni non ha ancora provocato uno tsunami, lo farà il prossimo o quello successivo: un sistema economico nel quale la finanza speculativa sovrasta e domina l’economia produttiva, dove gli interessi della rendita schiacciano quelli del lavoro e della produzione, è strutturalmente instabile, inefficiente e condannato a passare da una crisi all’altra, in maniera sempre più grave.

Sono gli effetti della fase terminale della crisi generale del capitalismo, che causa la distruzione di enormi masse di capitale e forze produttive che potrebbero essere utilizzate per migliorare la vita di chi le ha prodotte, ovvero dei lavoratori.

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