L’11 e 12 marzo si è svolta a Modena la due giorni promossa dal Comitato Verità e Giustizia per le vittime della strage del carcere S. Anna, nato per iniziativa del Consiglio Popolare di Modena (sorto dalla mobilitazione in solidarietà con la vertenza Italpizza). Nel Sant’Anna l’8 marzo 2020 nove prigionieri sono morti nel corso della repressione di una delle rivolte carcerarie scoppiate, in varie parti d’Italia, per l’aggravamento delle condizioni detentive a seguito delle misure anti-Covid.

Una strage che le istituzioni e il potere locale dominato dal Pd hanno fatto di tutto per nascondere e ignorare.

Il tribunale ha disposto l’archiviazione del caso attribuendo le morti a un “suicidio di massa” tramite overdose di metadone. Ciò ha spinto decine di persone a riunirsi, mobilitarsi e organizzarsi contro la violenza poliziesca, fisica e psicologica, utilizzata in maniera ricorrente all’interno del nostro sistema carcerario.

La due giorni si è svolta in un contesto di terrorismo mediatico e militarizzazione del territorio promosso dalla Questura e dall’Amministrazione locale, arrivata a chiedere al Prefetto di vietare il corteo, chiudere strade e suggerire agli esercenti di tenere chiuse le proprie attività.

Lo zelo degli apparati repressivi si è spinto fino a installare un dispositivo di tracciamento nel camper che una compagna del Comitato aveva preso in prestito dal padre. Gli operatori incaricati dell’operazione sono stati visti scendere da una macchina e armeggiare vicino al paraurti anteriore del camper da alcuni abitanti del quartiere, che hanno segnalato la cosa ai proprietari del veicolo permettendo così il ritrovamento del dispositivo. Insomma il “controllo di vicinato” ha permesso di scoprire un’azione illegale compiuta dagli esponenti degli apparati repressivi dello Stato.

Nella giornata di sabato si sono svolti un presidio in Piazza Matteotti dove è stata installata una struttura che riproduce una cella del 41 bis, e poi, presso lo spazio sociale Libera, una conferenza nella quale è stata presentata la piattaforma della campagna nazionale “Morire di Pena”. Alla conferenza hanno preso parte, tra gli altri, l’avvocato di Alfredo Cospito, Flavio Rossi Albertini, e l’attore e scrittore Alessandro Bergonzoni.

Oltre che della lotta di Cospito per abolire il 41 bis, si è discusso della necessità di combattere l’abuso della legislazione emergenziale in materia di sicurezza e il tentativo di estenderne l’utilizzo e renderlo ordinario.

Nella giornata di domenica, in una città blindata da numerosi reparti antisommossa – degne di nota le camionette che presidiavano la Camera del Lavoro che esponeva alle finestre le bandiere della pace – e infestata da squadre della Digos in borghese si è svolto un corteo al quale hanno partecipato più di 500 persone, in gran parte militanti e lavoratori dei sindacati di base.

Nel corso del corteo e nella breve sosta nel piazzale del carcere si sono alternati momenti musicali e interventi politici sul tema della lotta anticarceraria, contro il 41 bis, il carcere ostativo e in solidarietà con Alfredo Cospito.

Tra gli interventi, molto significativo quello di Nicoletta Dosio (No Tav), giunta dalla Val di Susa insieme al comitato “Mamme per la libertà di dissenso” di Torino, che ha sottolineato la natura criminale del sistema repressivo e carcerario di cui ha fatto esperienza in prima persona, denunciandone le condizioni inaccettabili.

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