Se c’è chi la organizza, la mobilitazione si sviluppa

Trattare dello svolgimento del XIX Congresso della Cgil è un buon modo per parlare della situazione politica nel nostro paese e delle condizioni della lotta di classe in corso.
Non perché oggi sia possibile trovare dentro la Cgil il fulcro di questa lotta, ma perché più di altri “grandi eventi” politici questo permette di vedere all’opera i promotori – sia i protagonisti che i gregari – del nuovo patto di unità nazionale che si va delineando.

Omissioni di comodo

Il 17 marzo Giorgia Meloni ha parlato dal palco in un clima “surreale” (spieghiamo più avanti il virgolettato).
Tralasciamo i passaggi in cui, rivendicando tutte le misure che pur timidamente la Cgil le contesta, ha risolutamente affermato che non c’è alcun margine di manovra per cambiare la politica del suo governo.
Le cose davvero importanti del suo discorso sono state i valori e i principi che ha richiamato e gli argomenti elusi, cioè le cose che non ha detto.
Riguardo ai valori e principi, le cose importanti sono state due: il richiamo all’unità nazionale e alla meritocrazia.
Giorgia Meloni ha chiamato la Cgil a collaborare per consentire al paese di superare “questo momento difficile”.
Se fosse possibile fare un viaggio nel tempo, sentiremmo le stesse parole – unità nazionale e bene comune superiore – pronunciate dai portavoce della classe dominante ogni volta che si preparavano a fare delle masse popolari carne da macello e da cannone.
Sono i valori che la classe dominante ha usato per portare sul fronte della Prima guerra mondiale milioni di proletari ad ammazzare e farsi ammazzare; sono i valori dietro cui si è nascosto Mussolini prima per schiacciare con lo squadrismo il movimento operaio e poi per trascinare il paese nella Seconda guerra mondiale; sono il paravento con cui la borghesia imperialista pretendeva “sacrifici per fare fronte alla crisi e sostenere la ripresa economica”; il pretesto con cui il regime Dc (con la collaborazione del Pci di Berlinguer e della Cgil di Lama) ha chiamato a “combattere il terrorismo” negli anni Settanta e Ottanta (passaggio non a caso richiamato dalla stessa Meloni: “uniamoci contro la violenza politica degli anarchici e dei brigatisti”!) e, ancora, la chiave usata “per portarci in Europa”.
Più recentemente unità nazionale e bene comune superiore sono stati “il cavallo di Troia” con cui la classe dominante ha portato a fondo attacchi contro i diritti dei lavoratori (come l’imposizione del Green Pass sui posti di lavoro) e contro i diritti costituzionali (divieti di manifestazione e di circolazione, ecc.) oltre che lo strumento usato per speculazioni di ogni tipo.
Veniamo alla meritocrazia. Argomento trattato, ovviamente, insieme alla spiegazione dell’abolizione del Reddito di Cittadinanza: il governo non può permettere che “chi è abile al lavoro campi grazie a un vitalizio”! Ne va, secondo Giorgia Meloni, della dignità di chi il vitalizio lo percepisce… e che si ritrova, magari dopo tre anni, a essere più povero di prima, se questo viene abolito.
Anche in questo caso, qualcosa di già visto. Premiare “chi se lo merita” (a giudizio dei padroni) è un vecchio adagio che accompagna costantemente la guerra fra poveri. Chi non sa tirarsi fuori da solo dalla miseria e dalla precarietà – ma nel discorso si omette sempre che è possibile farlo SOLO a spese di altri proletari – allora è uno che non merita altro che miseria e precarietà. Crepi pure, quindi.
Nel quadro di questi valori e principi di riferimento, le cose non dette da Giorgia Meloni sono tuttavia quelle più importanti. In particolare tre.

La guerra. L’Italia è un paese in guerra, a tutti gli effetti. Il 14 marzo, sui cieli del Mar Nero, un caccia russo ha abbattuto un drone Usa. Secondo le fonti Usa, quel drone “è partito dalla Romania” esattamente come “il gasdotto Nord Stream è stato sabotato da un gruppo terrorista pro Ucraina”. Sono menzogne!
In verità, quel drone è partito da Sigonella, in Sicilia, alla pari di tutti i droni che pattugliano il confine della Federazione Russa e rispondono ai radar Muos di Niscemi.
Questo è solo l’ultimo episodio, in ordine di tempo, che dimostra come il governo Meloni presta il nostro paese alle manovre Usa contro la Federazione Russa. Oltre all’invio di armi, di denaro al governo ucraino, ecc. Altro che “governo sovranista”!

I salari e le pensioni da fame. “Merito”, “meritocrazia”, “lavoro”, “dignità”… tutte chiacchiere! Giorgia Meloni si è ben guardata anche solo dal nominare l’emergenza economica in cui vivono milioni di lavoratori con le loro famiglie e milioni di pensionati. Come se fosse naturale e nobile andare a spaccarsi la schiena per due spicci, come se fosse questo a rendere più o meno meritevole una persona. Altro che “destra sociale”!
Vertenze e difesa dei posti di lavoro e aumenti salariali. Gkn, Whirlpool, Alitalia, settore bancario… un silenzio assordante sulla difesa dei posti di lavoro e dell’apparato produttivo – altro che “Ministero delle Imprese e del Made in Italy”!

Oltre ai silenzi di Giorgia Meloni, a completare il quadro della situazione concorrono altri fattori.
– La crisi climatica. Il paese è già in emergenza idrica, ma il governo ciancia del ponte sullo Stretto di Messina. E la Regione Veneto procede con l’ostensione di reliquie sacre per invocare la pioggia. Giusto come esempio di quando è meglio l’immobilismo che lascia il dubbio anziché prendere l’iniziativa che conferma la propria inadeguatezza.
– Il crack delle banche. L’economia nei paesi imperialisti è talmente solida che la prima e principale misura contro l’inflazione, cioè l’aumento del costo del denaro, provoca il fallimento delle banche. Prima negli Usa e poi in Svizzera… E giù miliardi! A proposito dei soldi che mancano per i servizi, la sanità, la scuola e gli stipendi.
– Le stragi di immigrati nel Mediterraneo. Risvolto drammatico del fenomeno, altrettanto drammatico, di decine di migliaia di persone spinte a lasciare il loro paese per ingrossare le file della carne da macello e da cannone al servizio della borghesia imperialista nei paesi imperialisti.
– Carovita. Qualcuno parla più del carovita? Due stipendi non bastano più per comprare una casa, ormai sono sufficienti giusto per affittarla: uno stipendio se ne va in affitto e l’altro nelle spese. E le famiglie che non hanno due stipendi?

Clima surreale

Giorgia Meloni ha parlato in un “clima surreale”, abbiamo scritto. Fiacche contestazioni quando ha preso il microfono, per il resto un silenzio assordante, nessun applauso alla fine, ma neppure particolari manifestazioni di sdegno. Solo silenzio.
È l’esatta fotografia del teatrino della politica borghese di questo paese. Descrive più di mille parole cosa intendiamo quando parliamo di governi delle Larghe Intese che agiscono con il sostegno, o almeno l’opportunistico silenzio, dell’opposizione. Dove c’è e quando si manifesta l’opposizione si limita alle chiacchiere. In pochi casi sono chiacchiere su temi importanti, più spesso sono utili solo a deviare l’attenzione dalla lotta di classe. Il tutto infarcito da vuoti appelli alla democrazia e al dialogo, salamelecchi e retorica di terz’ordine.
È la prova provata che la resistenza, la mobilitazione e la lotta non cadono dal cielo.
Non basta che le condizioni di vita e di lavoro siano sempre più infami per far scoppiare la rivolta e, tanto meno, la rivoluzione.
Per alimentare la resistenza organizzata, la mobilitazione e la lotta bisogna che qualcuno le promuova. E lo faccia proprio a partire da quei temi rispetto ai quali sia la classe dominante, tanto nella sua versione di destra che “di sinistra”, sia i vertici dei sindacati di regime rispondono con un assordante silenzio.

Clima rovente

Non ci interessa affatto accanirci contro il Congresso della Cgil come se il punto più basso raggiunto da questo contraddittorio, ma anche glorioso sindacato equivalesse al punto più basso raggiunto dai suoi iscritti. Anzi, crediamo sia sbagliato farlo: serve solo ad alimentare disfattismo e disgregazione.
Di fronte agli attacchi che provengono da una parte del sindacalismo di base e del movimento comunista del nostro paese a chi “ancora si ostina a rimanere nella Cgil”, un operaio comune non può che reagire con un misto di scetticismo e sconsolata rassegnazione: “ma davvero pensate di poter fare voi, che siete quattro gatti, quello che non fa la Cgil con milioni di iscritti?!”. Effettivamente il piano della discussione non verte sui numeri, ma su altro.
Nel nostro paese ci sono le condizioni per – e c’è la necessità di – una mobilitazione ampia, generale e radicale. Una mobilitazione che i vertici della Cgil non hanno alcuna volontà di innescare e alimentare. In primo luogo perché dovrebbero emanciparsi dalla sottomissione alla classe dominante e in secondo luogo perché, anche se trovassero il modo e il coraggio di farlo, la paura di non riuscire a governarla per intero li paralizza.
Aspettare che si muovano, denigrarli perché non si muovono, accusarli di collaborazionismo, può regalare qualche magra soddisfazione, ma non cambia di una virgola la situazione.
La possibilità di cambiare le cose non passa dal convincere i vertici della Cgil, esattamente come non passa dal convincere i governi delle Larghe Intese a fermare l’attuazione del programma comune della classe dominante (l’agenda Draghi).
Passare dal clima surreale in cui tutto è permesso a padroni e politicanti al clima incandescente in cui sono le masse popolari ad andare alla riscossa dipende dagli organismi operai e popolari. Che siano dentro la Cgil o fuori, dentro i sindacati di base o fuori, che siano composti da gente iscritta al sindacato o meno, che siano o meno composti da gente che ha dato fiducia al M5S o al Pd o al Prc… tutto questo non ha alcuna importanza.

Quello che importa è che l’azione, quanto più possibile ragionata e coordinata, degli organismi operai e popolari, l’azione collettiva che moltiplica i risultati di ciò che ognuno fa singolarmente, alimenti quel processo che colma i silenzi e le omissioni dei politicanti delle Larghe Intese e dei sindacalisti di regime e ne vanifichi le menzogne.
L’azione degli organismi operai e popolari è l’alternativa alla surreale situazione di obbedienza e sottomissione che la classe dominante vuole imporre nelle aziende, nelle scuole e nelle piazze.

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