Pubblichiamo l’intervista anonima a un lavoratore di filiale di una banca della Toscana, un settore non propriamente noto per la conflittualità da cui emerge bene la situazione degradata delle condizioni di lavoro; è un altro dei tanti “fuochi sotto la cenere” che ardono nelle aziende del paese e che intendiamo contribuire a sviluppare per alimentare la lotta di classe, prima di tutto a sostegno della tutela della salute e la sicurezza dei lavoratori che come si legge è seriamente a rischio: uno dei principali effetti della crisi capitalista.

La testimonianza di Filippo (nome di fantasia), che a tratti assume aspetti drammatici per quanto riporta e che proprio per questo abbiamo lasciato praticamente intatta, è rivolta agli oltre 5mila possibili esuberi annunciati da MPS, ai mille e passa lasciati a casa da S. Paolo, a tanti lavoratori e lavoratrici di un settore “particolare” che invitiamo a unirsi alle centinaia di migliaia di altri che non si arrendono alla situazione catastrofica in cui versano le aziende e il paese, che cercano una direzione e un orientamento per farvi fronte, che vogliono un lavoro utile e dignitoso con cui dare il proprio contributo al buon funzionamento della società tutta.

Buona lettura!!

Ciao Filippo, partiamo dalla situazione del COVID nel tuo posto di lavoro: ci sono stati, che tu sappia, dei contagiati? Con quali conseguenze?

Nel mio posto di lavoro ci sono stati moltissimi contagiati, alcuni ricoverati in condizioni gravi e purtroppo abbiamo registrato anche qualche decesso a causa del Covid. Il momento più critico è stato il picco della seconda ondata, nell’ultimo trimestre del 2020, in cui almeno in Toscana (non ho notizie dalle altre regioni) i contagi sono stati in numero molto importante e preoccupante, con numerose filiali costrette addirittura a chiudere per alcuni giorni con tutti i dipendenti contagiati.

In azienda erano stati istituiti i comitati paritetici di controllo, nel senso che erano attivi e non solo di comodo o facciata? Perché secondo te, visti i risultati, non hanno funzionato?

In azienda è stato istituito un comitato di controllo ma i risultati, descritti anche poco fa, testimoniano che si è trattato effettivamente più di un’operazione di facciata che di un intervento atto a prevenire gli effetti dell’emergenza sanitaria sui dipendenti. Il datore di lavoro ha inviato a tutte le filiali semplicemente kit di gel disinfettanti e nella prima ondata dotazioni di guanti, pensando che questo potesse risolvere problematiche ben più impegnative. Noi dipendenti siamo stati costretti a fabbricarci nelle nostre case pannelli di plexiglass artigianali da mettere in cassa e sui tavoli dei nostri uffici, a protezione reciproca di dipendenti e clienti.

Altre misure sono state gli accessi regolamentati alle filiali e su appuntamento, a parziale protezione dal rischio di contagio dai clienti, ma niente è stato fatto per evitare i contagi tra dipendenti e i risultati purtroppo sono evidenti.

Quali sono state le principali reazioni dei colleghi a questo andazzo, se ce ne sono state? Si sono rivolti ai sindacati, ai giornali, si sono rivolti ai dirigenti dell’azienda…

Le reazioni dei dipendenti sono state timide e isolate, sicuramente non organizzate e coordinate. Il clima aziendale di intimidazione e di repressione di qualsiasi voce fuori dal coro, ha fatto in modo che i dipendenti si siano rivolti solo ai sindacati.

Con quali risultati?

I risultati sono stati scarsi, hanno avuto un effetto di “valvola di sfogo” perché i colleghi hanno avuto occasione di parlarne con qualcuno ma gli interventi sulle direzioni non hanno sortito effetti particolari sulla situazione di lavoro.

Andando oltre la “questione COVID”, il tuo settore di lavoro è sottoposto (e non da oggi) ad un processo di ristrutturazione che in pratica significa taglio di filiali e personale, mentre incassi e profitti di Borsa continuano a lievitare per proprietari e azionisti: cosa ne pensi? Quali limiti dovrebbero essere opposti a questi processi?

Il processo è in atto da moltissimi anni ormai, ha preso una strada ormai incontrovertibile e ha addirittura subito una drastica accelerazione. I tagli a personale e filiali ha raggiunto numeri impressionanti e la direzione in cui andiamo, di sempre maggiori fusioni e aggregazioni, non può che peggiorare la situazione. E’ stato raggiunto un accordo tra Abi (l’associazione nazionale delle banche, ndr) e le sigle sindacali dove dice che per ogni 2 esuberi debba essere assunto un nuovo giovane, misura assolutamente insufficiente. Se è pur vero che i processi di innovazione tecnologica e digitalizzazione stanno diminuendo il lavoro di cassa, al tempo stesso cresce la domanda di figure professionali specializzate nel settore dell’informatica, della sicurezza digitale, della consulenza al cliente. Il lavoro in banca, che nell’immaginario collettivo è un lavoro comodo, tranquillo, poco impegnativo, pieno di privilegi, è in realtà diventato tutt’altro. I livelli di stress, tensione, pressioni commerciali e la mole di lavoro a cui i dipendenti sono sottoposti a causa degli organici ridotti all’osso e della spasmodica ricerca di raggiungere budget sempre più improbabili, per andare a gonfiare i portafogli dei manager (grazie ai corposi premi di produzione previsti al raggiungimento di tali budget, previsti ovviamente solo per le figure apicali e non per i lavoratori impegnati sul campo a realizzare quei risultati) sono ormai a livelli che destano seria preoccupazione. Si calcola che circa un terzo dei dipendenti del settore bancario faccia uso di psicofarmaci, soffra di insonnia, stress lavoro correlato e abbia problemi psicofisici connessi alla situazione lavorativa fin qui descritta.

In conclusione, come pensi si debba intervenire sui vincoli di fedeltà aziendali che costringono te e tanti altri a dare interviste in modo anonimo per non essere perseguiti? Quali forme di organizzazione e lotta dovrebbero attuare i lavoratori del tuo settore?

Le norme per tutelare il lavoratore che vuole denunciare situazioni di “disagio” lavorativo in parte già ci sono, basti pensare alla Costituzione che tutela (o almeno dovrebbe tutelare) il diritto di opinione e di libera espressione, anche volte a legittime critiche. Purtroppo, vediamo nei fatti che queste norme scritte non sono poi assolutamente rispettate nei fatti e il timore di venire sanzionati sia per i vincoli di fedeltà aziendale, che per vendette e repressioni messe in atto dai superiori, non consentono alcuna forma di critica neanche costruttiva.

A mio avviso i vincoli di fedeltà aziendale hanno ragione di esistere solo nei casi in cui vada tutelato il segreto professionale o industriale (penso a brevetti di particolare importanza strategica e cose del genere) ma tali vincoli non possono e non devono valere come forma di censura. Inoltre, il diritto stesso tutela anche la parte datoriale, in quanto se un dipendente sconfinasse con le proprie critiche in calunnie, sarebbe comunque perseguibile tramite querela per diffamazione o calunnia appunto. Non ha perciò senso il valore rafforzativo e censore della norma del vincolo di fedeltà applicato contro il diritto di espressione e di opinione dei lavoratori, che anzi, in quanto principali attori del processo produttivo, sono i migliori conoscitori delle problematiche che affrontano quotidianamente: il loro coinvolgimento nelle decisioni e nella gestione aziendale non potrebbe che apportare un contributo fattivo e costruttivo al miglioramento non solo delle loro condizioni ma, di conseguenza, anche delle aziende stesse.

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