Se vogliamo trarre un insegnamento dalla dura esperienza delle settimane di chiusura, esso è che le principali artefici della salute pubblica sono state le masse popolari organizzate e non le autorità costituite che spesso, invece, si sono rivelate essere parte del problema. Pertanto oggi l’unica strada positiva da percorrere per fare fronte all’emergenza che continua, quella sanitaria, e che si aggrava, quella economica e sociale, è favorire in ogni modo l’organizzazione e la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari”.
Così scrivevamo qualche settimana fa nel nostro Appello ai Circoli e alle associazioni: teniamo aperti in sicurezza gli spazi ai lavoratori e alle masse popolari e, a fronte delle ultime misure governative e del tasso crescente di crisi che la seconda fase della pandemia comporta, ciò rappresenta la base per rilanciare ovunque e subito la riscossa popolare.

Infatti, come nella prima fase della pandemia, oggi le masse popolari non possono contare sulle Istituzioni della classe dominante per far fronte alle loro necessità, nemmeno ai bisogni più immediati: da qui la centralità della formazione, dello sviluppo e della riattivazione delle Brigate di Solidarietà in ogni angolo delle nostre città.
Le Brigate di Solidarietà (o Brigate di mutuo soccorso) sono diventate veri e propri punti di riferimento alternativi alle Autorità vigenti nei territori sia per chi vuole attivarsi per far fronte all’emergenza che per chi ne è stato più colpito, embrioni e snodi cioè di quello che può e deve diventare un nuovo sistema di governo e gestione popolare dei territori e del paese.
Le Brigate quindi non devono concepirsi e agire come delle “toppe” alle deficienze delle Istituzioni prorogandone vita e funzioni e senza che queste vengano messe in discussione, devono invece incarnare il nuovo da costruire: o le Brigate saranno parte integrante della costruzione della gestione popolare del territorio togliendola al sistema della borghesia o saranno da questo assorbite, finiranno per istituzionalizzarsi o per esaurirsi per mancanza di prospettiva.

Stante la situazione, salutiamo con favore la ripresa dell’attività delle Brigate di Solidarietà “Immunità Solidale” e “Immunità Digitale” promosse nella prima fase della pandemia dalle realtà Città Migrante, Casa Bettola e LabAq16.

Per questo aderiamo e rilanciamo l’appello “IMMUNITÀ SOLIDALE CHIAMA LA CITTÀ!” e facciamo nostro quanto in esso contenuto: “Vogliamo pertanto estendere una chiamata a tutte le persone che in questo momento desiderano attivarsi in forme di sostegno e cooperazione, per non lasciare indietro nessuno e nessuna. Un appello che rivolgiamo in primo luogo ai tanti e tante giovani ora nuovamente allontanati da scuole e università, dai luoghi di formazione, condivisione e scambio reciproco, in cui si esprime il ruolo sociale dello studente. Con immunità solidale intendiamo rompere l’isolamento, e attraverso la solidarietà mantenere vive le possibilità di incontro, relazione e mobilitazione”.

Proprio a bilancio dell’esperienza fin qui condotta in questo campo a livello nazionale, invitiamo le due reggiane a sviluppare relazioni dentro e fuori Regione per promuovere lo scambio di esperienze e costruire un fronte comune perché continuare e allargare la distribuzione dei pacchi spesa e allargare la rete dei sottoscrittori è sicuramente il primo fronte, necessario e importante, su cui lavorare ma iniziando fin da subito a non attestarsi alle sole consegne o raccolte alimentari.

Che fare?
La Brigata volontaria per l’emergenza “Giovani in Solidarietà” di Colle Val d’Elsa (SI) ha recentemente rilasciato alla nostra Agenzia Stampa un’intervista nella quale fornisce spunti, esempi e linee di sviluppo facilmente replicabili per andare oltre il solo piano assistenziale:

Per quanto riguarda l’organizzazione:
– Partire dal presupposto che chiunque è “valorizzabile”, fare tesoro del contributo di tutti, grande o piccolo che esso sia.
– Suddividere i ruoli all’interno della brigata in modo che non tutti siano costretti a fare tutto.
– Apartiticità e stare attenti ad evitare strumentalizzazioni.
– Ricercare un confronto e una collaborazione con le tante associazioni e realtà nate dal basso che operano sul nostro territorio e sono da sempre in prima linea per il sostegno dato ai cittadini.
– Diventare un punto di riferimento per i cittadini e per le famiglie che aiutiamo organizzando anche dei momenti di aggregazione e di socialità.

Per quanto riguarda le modalità di intervento, consigliamo di muoversi su due binari: sia “dal basso”, quindi non solo assistendo, ma anche coinvolgendo le famiglie che seguiamo nelle attività puntando ad emanciparle (un’attività che va in questo senso è quella dello sciopero al contrario), sia intervenendo sulle istituzioni (ad esempio, noi abbiamo organizzato un presidio davanti al consiglio comunale) per spingere le varie figure politiche a fare quello che serve alla cittadinanza oppure smascherare il fatto che non hanno intenzione di farlo.

Una pratica fondamentale è l’inchiesta: è importante monitorare bene sia le condizioni delle famiglie che aiutiamo che i quartieri in cui operiamo (attraverso, per esempio, l’utilizzo di questionari) per capire meglio quali sono le problematiche specifiche e come intervenirci.

Per quanto riguarda delle possibili linee di sviluppo per l’attività futura, pensiamo sia importante intervenire su:
– Sanità: organizzare distribuzioni gratuite di mascherine e gel igienizzante alla popolazione; dare sostegno ai lavoratori della sanità incentivandoli a denunciare cosa non va sul loro posto di lavoro e solidarizzare con quelli colpiti da repressione per gli obblighi di fedeltà aziendale.
– Diritto alla casa: organizzare un censimento delle case popolari al momento non utilizzabili perché fatiscenti e imporre la loro risistemazione (rivendicando la creazione di posti di lavoro per disoccupati che possano svolgere quest’attività); fare un censimento degli immobili sfitti impiegabili; lottare per la proroga del blocco degli sfratti.
– Lavoro: scioperi al contrario, a cui dare continuità tramite la creazione di comitati di disoccupati che individuino una lista di lavori che servono; sostegno agli operai di aziende che rischiano la chiusura e ai baristi e ristoratori che si stanno mobilitando.
– Diritto allo studio: adibire delle aule studio in circoli o case del popolo in caso di DaD, nessuno studente deve essere lasciato da solo.

Qui a Reggio E. abbiamo intere zone soggette alla speculazione edilizia e senza punti di ritrovo di sana aggregazione: partire da una mappatura, coinvolgendo i beneficiari, delle zone di provenienza delle chiamate di supporto (quindi disagio non solo economico, ma anche sociale e ambientale quali presenza di amianto, zone verdi da recuperare, appartamenti sfitti in mano alla Chiesa, ecc.) è il primo passo, come lo è lottare per mantenere aperti e in funzione circoli e sedi associative, polmoni vitali per le masse popolari e per la loro organizzazione.
Questa è la strada per costruire una nuova gestione, dal basso, dei quartieri e dei territori portando contemporaneamente le Brigate a sviluppare un coordinamento territoriale e nazionale, a sostenere altre mobilitazioni (ad esempio informandosi, nei supermercati dove si va a fare la spesa, delle condizioni di lavoro degli operai che vi lavorano) e a coordinarsi con il resto delle organizzazioni operaie e popolari!

Tutto può andare meglio di prima, e per farlo bisogna estendere la rete di comitati, di Brigate, di collettivi di fabbrica che già oggi e subito prendano le misure necessarie per un lavoro utile e dignitoso e per la tutela della salute, propria e degli altri, coordinandosi nei territori, tra città e tra settori.

Che sorga una Brigata in ogni quartiere, che nascano nuove Brigate di Solidarietà a Reggio Emilia e nel resto del Paese!

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