Il 3 ottobre 2004 è stato fondato nella clandestinità il (nuovo)PCI, partito “fratello” del P.CARC e avanguardia della rinascita del movimento comunista nel nostro paese. Per celebrarne la ricorrenza, riprendiamo stralci di un’intervista che il Comitato di Aiuto ai Prigionieri del (nuovo)PCI (CAP) di Parigi ha fatto nel 2006 a Giuseppe Maj e che noi abbiamo ripubblicato nel luglio scorso.

Il tema principale dell’intervista è la resistenza che la carovana del (nuovo)PCI ha opposto alla decennale persecuzione attraverso cui le autorità giudiziarie puntavano a impedire la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato nel nostro paese. In questo senso, il testo è estremamente utile a riaffermare una tesi fondamentale: la resistenza alla repressione è – e deve essere – un campo della lotta politica rivoluzionaria.

L’esito di questa lotta, a lungo termine, non dipende principalmente dalle manovre di chi reprime, ma dalla linea (capacità di analisi, iniziativa e mobilitazione) di chi è represso.

È quindi un testo di estrema utilità alla luce del ricorso sempre più frequente alla repressione che da selettiva (contro le avanguardie di lotta e i comunisti) diviene sempre più aperta e dispiegata e colpisce tutte le masse popolari che si mobilitano per resistere agli effetti più gravi della crisi generale. In questo cambiamento sta anche ciò che rende oggi “più comprensibile” la scelta della clandestinità compiuta dal (n)PCI.

Nell’intervista sono presenti aspetti di concezione del mondo che riteniamo utili ad alimentare il dibattito interno al movimento comunista del nostro paese riguardo alla natura e compiti dei comunisti e dei rivoluzionari in questa fase.

In Italia come in tutti gli altri paesi imperialisti le Autorità da vari anni a questa parte restringono continuamente, di fatto ancora prima che per legge, le libertà e i diritti democratici che le masse popolari avevano conquistato durante la prima ondata della rivoluzione proletaria. La borghesia elimina, rosicchia o stravolge le conquiste di civiltà e di benessere che le masse popolari avevano strappato alla borghesia. Di conseguenza e in parallelo le sue Autorità reprimono quelli che resistono e ancora più quelli che sono, o esse credono possano diventare centri che promuovono, mobilitano, organizzano e dirigono la resistenza delle masse popolari alla liquidazione delle conquiste. La persecuzione della “carovana” del (n)PCI rientra pienamente in questo contesto. Siamo perseguitati come lo sono molti lavoratori avanzati, sindacalisti onesti e combattivi, giovani ribelli, donne non rassegnate, immigrati combattivi, ecc.
Certamente però c’è un accanimento particolare contro la “carovana” del (n)PCI quale non c’è stato contro nessuna altra organizzazione o area politica negli ultimi trent’anni, neanche contro quelle che si dicono anch’esse comuniste. Questo è a causa della concezione e della linea che fin dall’inizio degli anni ’80 ha caratterizzato la “carovana” del (n)PCI. Detto in breve, si tratta della nostra concezione e della nostra linea di assoluta indipendenza organizzativa dalla borghesia e di non accettazione delle condizioni ideologiche e politiche che essa di fase in fase pone come discriminanti per accettare che una organizzazione partecipi alla “vita politica” del suo regime. (…)
Legalmente in Italia come in quasi tutti i paesi imperialisti la Costituzione e le leggi consentono l’attività politica, come consentono l’attività sindacale e come riconoscono altri diritti. Anzi le leggi affermano e tutelano il diritto di svolgere attività politica, come diritto di ogni cittadino, salvo restrizioni ben circoscritte. In questo la Costituzione e le leggi risentono ancora dei risultati delle lotte condotte nel passato, in particolare della Resistenza vittoriosa contro il nazifascismo. Di fatto, in nome della difesa dell’ordine pubblico o della “sicurezza nazionale” o della prevenzione dei reati, la borghesia, tramite organi del suo Stato e agenzie private, tiene sotto controllo (scheda, spia, registra, ecc.) chiunque svolge attività politica, sindacale e altre attività che comportano la possibilità di mobilitare le masse. In particolare di ogni organizzazione comunista la borghesia vuole che le sue agenzie conoscano composizione e struttura, fonti di finanziamento, relazioni interne ed esterne. (…)
Quello che ho detto è solo l’aspetto organizzativo, mentre vi è anche un aspetto politico e ideologico. Di fase in fase la borghesia pone determinati limiti all’attività politica, come all’attività sindacale. Ad esempio quando è nata la carovana, a cavallo tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, chi stava al gioco doveva partecipare alla lotta contro le Brigate Rosse e le altre Organizzazioni Comuniste Combattenti, doveva contribuire a criminalizzarle e isolarle e doveva fornire informazioni. Noi al contrario abbiamo addirittura assicurato (con Il Bollettino del Coordinamento Nazionale dei Comitati contro la Repressione) ai detenuti delle BR e delle altre OCC l’esercizio del diritto alla parola che la legge riconosceva, ma che di fatto veniva loro tolto: erano anche loro perseguitati politici, quali che fossero i reati di diritto comune a ragione o a torto addebitati ad alcuni di loro. Altro esempio: la concertazione e la compatibilità sono diventate negli anni ’90 obblighi a cui doveva sottostare ogni movimento rivendicativo dei lavoratori.
Noi abbiamo al contrario sostenuto ogni lotta rivendicativa e fatto quanto le nostre forze consentivano, con determinazione e onestà, perché arrivasse alla vittoria. Insomma, fin dall’inizio siamo stati una variabile incontrollabile, una “cellula impazzita” che la borghesia non controllava e tanto meno guidava, un organismo che non rispettava le regole del gioco che la borghesia dettava. Così facendo quest’organismo infastidiva e condizionava tutti quelli che volevano apparire anche loro “amici dei lavoratori”. È il principio di essere un potere alternativo a quello della borghesia, seppure per il momento molto meno potente del suo, molto molto piccolo. (…).
Nella misura delle nostra comprensione delle cose dicevamo ai lavoratori la verità, non cedevamo silenziosamente a nessuna minaccia, non venivamo a patti con la borghesia, in ogni caso e circostanza indicavamo ai lavoratori quello che nella misura delle loro forze potevano fare per vincere, smascheravamo senza pietà e compiacenza i trucchi dei finti “amici del popolo”, usavamo la lettera e lo spirito della legge per smascherare la classe dominante che molto spesso aggira, ignora, viola le leggi che disturbano i suoi interessi, ecc. Benché le nostre forze fossero ridotte, essendo un gruppo organizzato, compivamo tutto ciò a un livello che nessun individuo singolo delle masse popolari può raggiungere. Insomma eravamo incompatibili con l’ordine pubblico (cioè con la soggezione e la rassegnazione delle masse agli interessi della borghesia) e intollerabili da parte di chi lo doveva tutelare. Costituivamo nel nostro piccolo un nuovo potere, opposto a quello della borghesia. Più questo potere si fosse ingrandito, più avrebbe creato problemi alla borghesia. È il principio che è alla base della concezione della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata: creare nel paese un potere opposto a quello della borghesia e compiere quanto necessario, le mille operazioni necessarie per aggregare e mobilitare in misura crescente attorno ad esso le masse contro la borghesia. Un processo che per forza di cose avviene gradualmente ma che man mano che si sviluppa, rafforza il nuovo potere e indebolisce quello della borghesia. (…)
La clandestinità, che adottammo più tardi, era solo la traduzione organizzativa di quel principio, un’applicazione dello stesso principio a un livello superiore. Alcuni operai ci dicevano: “Quello che dite è giusto, ma se vogliono, con una retata vi cancellano dalla faccia della terra e tutto ritorna come prima”. E avevano ragione. Abbiamo tirato le conseguenze pratiche della loro osservazione. Ora la borghesia non riesce più a far tornare le cose come prima, qualunque cosa faccia. La clandestinità del Partito è diventata un punto di forza per tutto il movimento delle masse popolari, di cui questo si avvarrà sempre di più. Ma non è la causa della persecuzione e dell’accanimento della borghesia contro la “carovana” del (n)PCI.
(…) Solo il (n)PCI è clandestino. Le altre organizzazioni della “carovana” si ispirano nella loro attività in misura più o meno ampia alla concezione e alla linea del (n)PCI. Alcune sono solo influenzate da quello che il (n)PCI dice o fa. Immaginate una classe dirigente che mantiene il suo potere sulla massa della popolazione facendo paura ad alcuni, ricattando altri, imbrogliando e menando per il naso altri, mettendo gli uni contro gli altri. Se si forma un’organizzazione che non sta al gioco ed è capace di non starci, o il vecchio potere la soffoca o prima o poi non riuscirà più a stare in piedi alla vecchia maniera. Tutti quelli che più o meno consapevolmente, con maggiore o minore determinazione cercano di resistere al vecchio potere, sono influenzati e catalizzati da questa organizzazione. Questa organizzazione è come il retroterra e l’avanguardia di ognuno di loro. Arriva dove loro non arrivano, dice quello che loro ancora neanche pensano, vede quello che loro ancora neanche sanno che esiste. Perché la clandestinità non è solo autonomia e libertà organizzativa: la borghesia non conosce chi intimidire, chi ricattare, chi arrestare, non riesce più a “spazzarci via basta che lo decida”. La clandestinità è anche autonomia e libertà di pensare, di ricerca, di discutere, di elaborare, di propagandare verità che fanno male alla borghesia.
(…) Bisogna fare quanto possiamo per far capire che è necessaria e in cosa consiste, per creare un clima favorevole che incoraggia il reclutamento, per creare solidarietà attorno ai clandestini, per porre premesse favorevoli alla loro difesa nel caso dovessero cadere nelle mani del nemico. Ma anche per creare una comprensione giusta e una gestione giusta della clandestinità, come per ogni altro punto della nostra linea politica. Il Partito non è una setta segreta. Siamo clandestini perché la classe operaia ha bisogno di un partito clandestino per condurre in porto vittoriosamente la sua lotta. Non è un problema nostro, ma un problema della classe operaia e delle masse popolari. Noi siamo solo l’incarnazione della soluzione che esse danno ai loro problemi. Chi pensa a una clandestinità praticata nascondendo la cosa alle masse, pensa a una cosa diversa da quella di cui parliamo noi, ad un “servizio segreto” la cui esistenza sarebbe nota alla controrivoluzione preventiva e ignota alle masse o nota solo come la borghesia gliela vuole presentare. (…)

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