Un effetto collaterale del referendum del 20 e 21 settembre è stato il far riemergere la sottomissione della sinistra borghese al sistema politico della classe dominante.
Partiti, esponenti, intellettuali della sinistra borghese hanno condotto la campagna per il NO denunciando il pericolo per la democrazia e l’attentato alla Costituzione.
Solo a titolo di esempio: Giorgio Cremaschi, in un articolo del 22 settembre pubblicato su Contropiano (“La Costituzione non c’è più”) denuncia che con il taglio dei parlamentari “il Parlamento della Repubblica è stato adeguato al degrado della Repubblica”.
Questa manifestazione di incomprensione (e intossicazione per chi legge) del ruolo che le istituzioni borghesi esercitano nei confronti delle masse popolari offre lo spunto per alcune brevi riflessioni.
Non ci dilunghiamo sul fatto che la Costituzione nata dalla vittoria della Resistenza fosse il frutto dei rapporti di forza vigenti nel nostro paese alla fine della Seconda Guerra Mondiale che, grazie alla spinta del movimento comunista che aveva diretto la Resistenza e all’esistenza dell’URSS, vedevano la borghesia imperialista in difficoltà sulla classe operaia. Non ci soffermiamo neppure sul fatto che fin dal 1948 la Costituzione è stata violata ed elusa in tutte le sue parti progressiste. Diamo questi argomenti per conosciuti, dato che ne trattiamo ordinariamente.
Vogliamo invece prendere in esame alcuni punti essenziali per inquadrare il compito dei rivoluzionari e dei comunisti in questa fase.

  1. La democrazia borghese è un imbroglio. Precisamente è l’imbroglio attraverso cui la borghesia imperialista presenta il suo Stato come istituzione di tutto il popolo e super partes nella lotta di classe. Con la partecipazione ai riti elettorali, essa fa credere alle larghe masse di avere voce in capitolo riguardo al governo del paese, ma attraverso l’uso arbitrario delle leggi e della giustizia che solo sulla carta sono “uguali per tutti”, la borghesia reprime le masse popolari e le sottomette.
    Le masse popolari non hanno alcun interesse a difendere la democrazia borghese e le sue istituzioni, perché difendendole hanno tutto da perdere e niente da guadagnare.
  1. Man mano che si aggrava la crisi generale è la borghesia imperialista stessa che in maniera sempre più evidente e spregiudicata viola le sue stesse leggi e le parti progressiste della Costituzione. La spinta reazionaria ed eversiva non si fronteggia quindi con la difesa di questa democrazia (e della Costituzione) in cui la borghesia è la classe dominante, ma si fronteggia usando tutte le crepe che la crisi economica, politica e sociale apre nel sistema politico per ribaltare il sistema stesso e sostituire la democrazia borghese con la dittatura del proletariato.

  2. I comunisti hanno il compito di guidare il processo di sovvertimento del sistema dalla democrazia borghese per affermare la dittatura del proletariato.
    In modo molto parziale, il discorso attiene alla comprensione di quando è nell’interesse delle masse popolari e della rivoluzione socialista difendere la Costituzione borghese (far valere le sue parti progressiste educa le masse popolari all’organizzazione, alla comprensione delle contraddizioni da sfruttare e in definitiva alla lotta rivoluzionaria) e quando invece è nell’interesse delle masse popolari e della rivoluzione socialista accelerare la disgregazione del sistema di dominio della borghesia. In nessun caso l’opera dei comunisti e dei rivoluzionari passa dalla difesa incondizionata della Costituzione.
  1. Il processo rivoluzionario è per sua natura anticostituzionale. La rivoluzione socialista spazza via la proprietà privata dei mezzi di produzione, elimina il Concordato con il Vaticano, abolisce la libertà d’impresa, ad esempio, e crea le basi per una civiltà nuova e superiore incompatibile con la democrazia borghese, il socialismo.

Chi non è disposto a percorrere questa strada si pone naturalmente e automaticamente nel campo del riformismo senza riforme, cioè in quel settore della società e dello spazio politico occupato da chi si lamenta del cattivo presente, ma non ha prospettive per il futuro se non chiedere ai padroni di essere meno cattivi e ingordi, di sfruttare e saccheggiare meno territori e popoli, di non fare guerre, ecc.

Il fatto che la grande maggioranza dei partiti e delle organizzazioni della sinistra radicale, e persino quelli che si dichiarano comunisti, si siano sperticati nella battaglia per il NO al referendum del 20 e 21 settembre in nome della difesa della Costituzione e della democrazia borghese è esplicativo: concretamente essi o si collocano nel campo dei riformisti senza riforme oppure hanno una visione deforme di cosa significa essere e fare i comunisti.

Una riflessione conclusiva. Abbiamo ricevuto molti commenti negativi per l’indicazione di votare SI al referendum. Fra di essi, vari affermavano che “abbiamo fatto vincere Licio Gelli”, poiché la riduzione del numero dei parlamentari rientrava nel piano della P2.
Compagni, il piano della P2 è stato elaborato per le condizioni di un’Italia che non esiste più, in cui c’era un forte e dispiegato movimento operaio, popolare, rivoluzionario e comunista, in cui il PCI godeva di un enorme consenso elettorale e radicamento, in cui ancora sussistevano gli effetti del “boom economico” e in cui la seconda crisi generale del capitalismo era in embrione. Il piano di Gelli è stato superato dai fatti! La Prima Repubblica (il regime DC) non esiste più!
Anziché agitare i fantasmi del passato, è necessario comprendere le contraddizioni e le condizioni del presente e agire di conseguenza. Anziché formulare opinioni è necessario mettersi all’opera.

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