Ciclicamente, i media di regime si accaniscono su questo o quel fatto di cronaca nera e lo trattano per settimane (in alcuni casi anche mesi e anni) in modo morboso. Questo modo di “fare informazione” produce una serie di effetti: alimenta l’intossicazione e la diversione, poiché il sensazionalismo dirotta l’attenzione e l’opinione pubblica su aspetti particolari e secondari rispetto alla direzione in cui va la società e ai problemi collettivi; la morbosità dei media alimenta la morbosità del pubblico e crea un circolo vizioso in cui tutte le opinioni sono lecite; alimenta infine il disfattismo delle masse popolari, bombardate da notizie di omicidi efferati compiuti per futili motivi, di fronte ai quali è perfettamente normale perdere la fiducia che sia possibile cambiare la società.
Stabilito che l’uso dispiegato dei fatti di cronaca nera è principalmente uno strumento per inquinare le coscienze delle ampie masse popolari, è pur vero che questi fatti, inquadrati in un ragionamento più generale, aiutano a comprendere le dinamiche della società.
L’omicidio di Willy Monteiro Duarte, assassinato nella notte tra il 5 e 6 settembre a Colleferro (RM), è solo l’ultimo caso di speculazione mediatica. Che i suoi assassini fossero facilmente e immediatamente riconducibili a specifici stereotipi (palestrati, sbandati, con il mito del malavitoso affermato, razzisti) è cosa che è tornata utile a quanti non hanno avuto scrupoli per speculare a fini elettorali.

È scomodo affermarlo e, per certi versi, è disgustoso riconoscerlo, ma Willy è stato ucciso da una banda di delinquenti e oltraggiato da una pletora di benpensanti. I due tipi di criminali, gli assassini e gli sciacalli, sono entrambi colpevoli. Se la responsabilità dei primi si circoscrive a un omicidio, quella dei secondi è più ampia poiché le loro speculazioni non guardano in faccia né gli assassini né le vittime, hanno l’unico obiettivo di mestare nel torbido e usare le masse popolari come massa di manovra.

L’omicidio di Willy e il cortocircuito della giustizia borghese.
Le circostanze in cui è stato ucciso Willy le diamo per conosciute, come il profilo che i media hanno fatto dei suoi assassini. Ciò su cui è utile riflettere è che l’onda emotiva che ha scosso l’opinione pubblica è stata cavalcata ad arte dai promotori dell’antifascismo padronale, quelli che hanno invocato pene esemplari per gli assassini.
Essi, se da una parte hanno presentato gli autori del delitto come il frutto malato e perverso di “una certa cultura fascistoide” che esiste nelle periferie del nostro Paese, dall’altra hanno alimentato in un’ampia fetta della popolazione, giustamente indignata e addolorata, risposte ugualmente esecrabili: auguri di stupri in galera per gli assassini, linciaggio da parte degli altri detenuti, ergastolo, pena di morte, ecc. Le reazioni scomposte sono passate in primo piano, occultando il problema di fondo.
Chi giudicherà gli assassini di Willy? Quale tribunale? Lo stesso che ha chiuso gli occhi per l’omicidio di Federico Aldrovandi perché i suoi assassini erano poliziotti? Lo stesso che ha permesso depistaggi e coperture sull’omicidio di Stefano Cucchi solo perché chi lo ha ucciso vestiva la divisa dei Carabinieri? Le stesse autorità e istituzioni che imprigionano gli immigrati poveri, li deportano e li lasciano morire nei CIE? Qual è, oggi, l’istituzione che può stabilire a quale pena condannare gli assassini di Willy affinché siano rieducati, come Costituzione prevede?
La verità è che non c’è nessuna istituzione e nessuna autorità da cui aspettarsi “vera giustizia”, perché la pena comminata agli assassini di Willy sarà solo il trofeo che politicanti e portavoce istituzionali potranno esibire in pubblico, ma le loro mani grondano del sangue del proletariato. Non esiste “giustizia riparatrice” e non esiste “pena esemplare” che possa impedire omicidi come quello di Willy perché il problema, la causa principale, non è nella testa e nei pugni degli assassini, ma nella società malata che crea ogni minuto criminali antisociali.

Il capitalismo è un ordinamento criminogeno.
I media hanno insistito molto nell’indicare nelle ideologie e nello stile di vita degli assassini la causa dell’omicidio. È vero, Marco e Gabriele Bianchi, Mario Pincarelli e Francesco Belleggia sono il prototipo della schifezza, concentrata, dei tempi moderni. Incarnano alla perfezione i valori supremi del capitalismo: soldi, potere, ostentazione, sopraffazione, disprezzo per gli altri che diviene ancor più grande se gli altri sono poveri, “negri”, “normali”. Non è un caso se mafiosi e puttanieri, di cui ad esempio Berlusconi o Briatore sono portabandiera nel nostro Paese, sono i migliori esponenti della classe dominante.
In una società fondata sulla concorrenza, sulla lotta di tutti contro tutti esasperata dalla crisi economica, soldi e potere li conquista in definitiva il più forte e senza scrupoli, il più furbo e capace di fottere gli altri. È logica conseguenza che su questa base, nei quartieri e nei paesi, soprattutto tra i giovani, si faccia strada il mito del balordo, il culto della violenza, della sottomissione del più debole come via per avere successo nella società e per emergere.
È un aspetto della guerra tra poveri che si sviluppa in ogni ambito della società in crisi, del degrado morale, oltre che materiale, che questo sistema ormai marcio produce.

La lotta di classe è il motore della società e la cura alle malattie prodotte dal capitalismo.
L’omicidio di Willy è una delle manifestazioni più brutali della guerra tra poveri che il capitalismo produce e alimenta, del meccanismo in cui ogni membro delle masse popolari, a vari livelli, è immerso e in cui gli elementi più abbrutiti delle masse popolari si distinguono per esserne i più ligi interpreti.
La giusta indignazione e gli auspici che fatti del genere non succedano più sono destinati a cadere nel vuoto, se non si trasformano le condizioni materiali in cui la guerra fra poveri prospera.
Realisticamente, l’unico modo per contrastare la guerra fra poveri e il degrado materiale e morale che essa produce è prendere parte e alimentare la lotta di classe, la lotta dei poveri contro i capitalisti e conformare le relazioni sociali al contenuto della lotta di classe.
La solidarietà e il rispetto non sono “doni del cielo” o valori che ogni individuo matura da solo: essi sono direttamente legati allo sviluppo di una coscienza di classe.

Il carattere distruttivo del capitalismo e il ruolo nefasto della borghesia imperialista nella società non si manifestano solo nella distruzione dell’ambiente, nello sfruttamento della classe operaia, nella distruzione della coesione sociale, negli arbitri delle autorità e istituzioni borghesi contro le masse popolari, maanche nel fatto che una parte delle masse popolari è spinta e incoraggiata a sfogare le frustrazioni derivanti dalla sua condizione di classe sottomessa contro altri elementi e settori delle masse popolari in una tragica guerra fra poveri.
Mano a mano che il movimento comunista cosciente e organizzato si rafforza, l’influenza della borghesia sulle masse popolari diminuisce e la sempre più diffusa spinta alla ribellione che oggi si manifesta ancora troppo spesso in comportamenti antisociali, è incanalata nella rivoluzione socialista.
Per questo motivo, l’unico modo efficace per fare fronte alla barbarie a cui la borghesia condanna le masse popolari è alimentare la rinascita del movimento comunista.

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