La batosta più severa della tornata elettorale di settembre l’ha presa il M5S. Essa è l’ultima di una serie e può essere fatale oppure istruttiva. Nelle 6 regioni a statuto ordinario in cui si è votato, il M5S è passato complessivamente dal 35,6% alle politiche del 2018 (dati della Camera) al 19,5% delle europee del 2019, fino al 7,2% del 20 e 21 settembre (dati dell’Istituto Cattaneo). In queste ultime elezioni, il M5S ha perso sia dove si è presentato da solo, sia dove si è presentato con una propria lista a sostegno di un candidato comune con il PD (come in Liguria).
Il Movimento è arrivato a questa ultima tornata elettorale avendo già perso vari deputati e senatori (chi è entrato nel Gruppo Misto e chi è passato con la Lega), ma soprattutto avendo perso la spinta delle migliaia di persone che animavano i Meet-up nei territori. L’ultima batosta non è quindi un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di un processo relativamente breve iniziato con l’insediamento del primo governo Conte nel 2018.
Alla base della sconfitta elettorale c’è la tendenza a cercare accordi con le Larghe Intese anziché mobilitare le masse popolari (a partire dai milioni di elettori del 2018 che speravano in un cambiamento radicale) per sostenere l’attuazione delle misure promesse in campagna elettorale e per esserne loro stessi attuatori, dal basso, attraverso la rete dei Meet-up.
Come abbiamo ampiamente trattato in passato su queste pagine, il M5S non si è dato i mezzi per la sua politica e si è lasciato progressivamente, ma inesorabilmente, risucchiare nel teatrino della politica borghese, sottomettendosi al sistema delle Larghe Intese e alla legalità vigente nella Repubblica Pontificia (impunità per i ricchi e i prelati e repressione per i poveri e gli oppositori).
Nonostante ciò, il M5S può avere ancora un ruolo positivo. Questo perché la sua natura è estremamente diversa da tutti i partiti borghesi. Se i partiti borghesi sono principalmente espressione di comitati di affari e gruppi di potere, il M5S rimane un aggregato strettamente legato alle masse popolari, tanto legato che quando se ne distacca, perde tutta la sua forza come dimostra bene il risultato elettorale e l’inattivismo dei Meet-up.
I risultati elettorali di settembre sono dunque il frutto del progressivo distacco del M5S dalle masse popolari. Emblematico in questo senso non è solo il fatto che le liste dei candidati erano sostanzialmente diverse, per composizione, da quelle delle elezioni precedenti (professionisti e dirigenti della Pubblica Amministrazione e aziendali hanno preso il posto di piccoli commercianti, lavoratori, operai), ma anche che i contenuti e la condotta della campagna elettorale sono stati ben distanti dalla forma e dai contenuti dello “Tsunami tour” del 2013.
Certo, i tempi e le condizioni sono differenti. Ma proprio tempi e condizioni differenti impongono scelte di campo più nette e mobilitazione senza riserve a sostegno della classe operaia e dei lavoratori. Lungi dall’essere esplicativo di un fenomeno più complesso, è però certamente indicativa in questo senso la risposta che Irene Galletti, candidata del M5S alla presidenza della Toscana (e già consigliera regionale) ha dato agli operai in lotta della Sanac di Massa: “non mi è in alcun modo consentito, visto il ruolo istituzionale che ricopro e quello a cui mi candido, sottoscrivere l’impegno di sostenere tutte le azioni di lotta che gli operai della Sanac metteranno in campo per difendere il proprio posto di lavoro, al di là che siano forme di lotta legali o che vadano in contrasto con gli attuali ordinamenti legislativi”.
Ecco il bandolo della matassa! Scegli il ruolo istituzionale e le istituzioni della Repubblica Pontificia o gli interessi degli operai? Se scegli le prime, non bastano mille impegni e mille promesse per dimostrare che sei diverso dagli altri!
La batosta può essere fatale o può essere istruttiva, dicevamo.
Il discorso non riguarda la stabilità interna del M5S, ma il suo ruolo nel contesto della breccia che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico della classe dominante (vedi Editoriale).
Il M5S giocherà per tentare di richiuderla? Se lo farà, questo segnerà la sua definitiva capitolazione e di conseguenza o la sua completa assimilazione alle Larghe Intese o la sua definitiva scomparsa dalla scena politica.
Se invece il M5S opererà per allargare la breccia, coerentemente con il ruolo che si è ritagliato e per cui ha raccolto milioni di volti, la batosta elettorale sarà ricca di insegnamenti: i casi “Galletti-operai Sanac” sono centinaia in tutto il paese e sembrano passati anni luce da quando Di Maio andava tra gli operai in lotta della Bekaert di Figline Valdarno che poi ha abbandonato alla chiusura.

Il M5S può risalire la china. Che ciò avvenga non è solo interesse del M5S e della cerchia dei suoi attivisti. Che ciò avvenga non dipende dagli Stati Generali e da discussioni interne capaci di determinare nuovi equilibri, ma dal fatto che il M5S inizi a sostenere incondizionatamente l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari.
Concretamente questo vuol dire riavviare in grande la rete dei Meet-up affinché tornino ad avere un ruolo centrale, vuol dire ritornare nelle strade e nelle piazze, sostenere senza riserve le iniziative della classe operaia e delle masse popolari, sottrarsi al teatrino della politica borghese, attuare, dalle postazioni di governo che ricopre, le promesse per cui nel 2018 ha raccolto più di 11 milioni di voti.

Dal 22 settembre sono aumentati i malumori interni: dichiarazioni e interviste (il capofila è Di Battista) che lasciano presagire una “resa dei conti”. È indubbio che una resa dei conti ci debba essere, ma deve essere costruttiva: che la sinistra del M5S si metta all’opera e lasci ai chiacchieroni le discussioni senza risvolti pratici sul “ritorno alle origini”.
I comunisti devono spingere affinché il M5S risalga la china. Chi rimane alla finestra sperando nel naufragio del M5S per accaparrarsi i voti dei delusi è un irresponsabile: antepone il suo orticello alla battaglia contro le Larghe Intese. Sbaglia nemico, peraltro con risultati risibili (il M5S è crollato, ma chi si è posto in concorrenza diretta, a sinistra, non è cresciuto. E neanche la Lega è cresciuta!).
Della ripresa del M5S, in verità, i comunisti devono essere i promotori. Occorre contrastare e superare la concorrenza a fini elettorali e costruire il fronte contro le Larghe Intese composto da tutte quelle forze politiche e sindacali accomunate dalla volontà di difendere e affermare gli interessi delle masse popolari.
La parte del M5S che vorrà risalire la china è chiamata fin da ora a mettersi all’opera e a partecipare al fronte delle forze anti Larghe Intese, mettendo al centro della propria azione politica gli interessi dei lavoratori, delle masse popolari e dell’ambiente.

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