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Uscire dal pantano: il punto sulla situazione politica

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Ottobre 2, 2020
in Resistenza n. 10/2020
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Chi aspettava le elezioni regionali e il referendum per dare la spallata al governo Conte 2 è rimasto a bocca asciutta, ma il governo è uscito tutt’altro che rafforzato dalle urne. Anche chi si aspettava che i risultati elettorali avrebbero ridimensionato in modo significativo il polo Berlusconi è rimasto deluso. La tornata elettorale di settembre sembra un pareggio fra maggioranza e opposizione, ma i dati dimostrano che è un pareggio scomodo, un equilibrio estremamente precario e dietro le apparenze la crisi politica si è aggravata per tutti gli attori principali della politica borghese.
Nel campo delle forze di governo, spiccano:

– la legnata presa da Renzi e Italia Viva che non hanno alcuna rilevanza elettorale (in Campania raccoglie il 7% solo in ragione della particolare influenza diretta che le organizzazioni criminali hanno nel teatrino della politica borghese);

– la frantumazione del PD di Zingaretti, uscito malmesso in Campania e in Puglia (dove De Luca ed Emiliano hanno vinto grazie alla rete di potere clientelare e personalistico che hanno costruito nel tempo e a una moltitudine di liste civetta), in Toscana (dove Giani ha vinto solo in ragione del “voto anti Lega” e il PD ha tenuto botta solo a Firenze) e nelle Marche (dove ha perso una regione governata da decenni dall’ala democristiana e dalla forte tradizione “rossa”);

– la legnata presa dal M5S e, più precisamente, da quella parte del M5S che si è lasciata portare a picco dall’abbraccio mortale con il PD. I risultati del M5S sono la più concreta dimostrazione del fatto che nelle condizioni attuali la vita di un partito non dipende dall’attaccamento alla bandiera del suo elettorato, ma da quanto e come mantiene fede alle promesse che ha fatto e alle aspettative che ha suscitato nelle masse popolari.

Pertanto, quale che sia il punto di vista da cui si voglia partire, per i partiti di governo si apre una fase di sommovimenti, spaccature e disgregazione. Il discorso riguarda anche il M5S, anche se il contenuto del sommovimento è diverso: si acuirà e diventerà sempre più aperta la lotta interna tra i promotori della definitiva sottomissione alle Larghe Intese (PD) e i promotori del recupero di un ruolo positivo nei confronti delle masse popolari.
Per il PD e i partiti affini la crisi non è solo una questione di leader e di linea, in ballo c’è il loro stesso ruolo nel sistema politico del paese. Sono deboli, fragili, immersi fino al collo nella situazione di dover (e voler) obbedire a questo o quel gruppo di potere (organizzazioni padronali, finanzieri e banchieri, criminalità organizzata), ma non godono più (o godono sempre meno) del consenso e della fiducia delle masse popolari.

Nel campo del polo Berlusconi la situazione non è più semplice. La Lega e Salvini escono con le ossa rotte: non solo non hanno vinto in Toscana, ma nelle Marche sono stati persino messi in ombra da Fratelli d’Italia (l’unico partito a crescere in termini di voti in tutte le regioni) e la vittoria di Zaia in Veneto ha rinfocolato le contraddizioni tutte interne alla Lega rispetto al ruolo e alle capacità di Salvini (la lista di Zaia ha preso il triplo dei voti della Lega). I risultati elettorali aggravano sommovimenti che erano già in atto e la guerra intestina per prendere la testa dell’aggregato. In tutto questo, Berlusconi è tutt’altro che disposto a mettersi da parte: ha interessi personali da difendere e legami diretti con le organizzazioni criminali da far valere soprattutto nella spartizione dei fondi europei se e quando arriveranno; si guarda bene dal chiudere la porta al PD e al governo Conte 2 e inizia persino a “ragionare” con l’ala governista del M5S (ne è dimostrazione l’incontro “segreto” fra Di Maio e Gianni Letta del luglio scorso).

Ognuno degli esponenti e portavoce dei partiti delle Larghe Intese è in balia della marea, immerso fino al collo nel pantano di un sistema politico che non funziona più, squassato fin nelle fondamenta dalla crisi generale del capitalismo e dagli effetti che essa genera. Le vittorie di De Luca ed Emiliano, come quella di Zaia, non sono le vittorie dei loro partiti di appartenenza, ma sono loro vittorie personali che non rafforzano i partiti, ma li indeboliscono. Esse sono la dimostrazione che la politica borghese è diventata, in modo più aperto che in passato, concorrenza fra comitati di affari e gruppi di affiliazione, strumento di contesa di ambiti di affari, posizioni e territori. La tanto decantata “democrazia borghese” è lo strumento attraverso cui fare degli elettori semplice massa di manovra.

Queste sono le condizioni in cui operiamo per la costituzione di un governo di emergenza delle masse popolari organizzate e in cui chiamiamo i partiti progressisti, di sinistra e comunisti, i sindacati di base e la sinistra dei sindacati di regime a mettersi all’opera a loro volta. Uscire dal pantano è possibile.

L’unico motivo per cui la classe dominante riesce, con fatica, a mantenere il governo del paese risiede nell’arretratezza, nelle incertezze, nelle timidezze, nello scetticismo e nella sfiducia nelle masse popolari di quanti oggi si dichiarano parte integrante del movimento anticapitalista e comunista, ma non lavorano con una giusta concezione (concezione, linea, metodo) per instaurare il socialismo.

Esempi di scollamento dalla realtà
Ad agosto, Salvini aveva festeggiato con largo anticipo l’elezione di Primiano Di Mauro a sindaco di Lesina, in Puglia. Le elezioni si sarebbero svolte il 20 e il 21 settembre, ma Di Mauro era l’unico candidato e Salvini esultava: “Abbiamo già il primo sindaco leghista in Puglia”. Alle elezioni, però, ha votato solo il 49% degli aventi diritto, il quorum non è stato raggiunto e Primiano Di Mauro non è stato eletto.

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