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Perché tutto ricade sempre sugli stessi?

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Dicembre 29, 2019
in Resistenza n. 1/2020
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Cari compagni,

Condivido una riflessione su una questione che, oltre a interessarmi direttamente, sento nominare spesso da tante persone attive nei comitati, da lavoratori attivi nel sindacato e anche da nostri compagni. In tanti si pongono la stessa domanda: perché nonostante la situazione catastrofica ci ritroviamo a fare le cose sempre e solo noi? Perché è difficile mobilitare le masse popolari, anche quelli che vivono direttamente i problemi o che pure si dimostrano sensibili e si dicono disponibili a mobilitarsi per affrontarli?

Penso che sia utile dare una risposta, perché alla lunga la domanda genera disfattismo e rassegnazione.

Premetto che anche io mi sono più volte posto la domanda e proprio ragionando sulla mia esperienza provo ad affrontare l’argomento.

La questione mi si è posta soprattutto da quando ho promosso con altri ragazzi del mio quartiere (quindi non “compagni” con una coscienza già formata) la costruzione di un organismo popolare per trovare soluzioni positive allo stato di abbandono e alla mancanza di spazi aggregativi, culturali e politici. Io ero appena entrato nel P.CARC, ero pieno di entusiasmo, ma avevo poca esperienza.

Mi ricordo di numerose riunioni dell’organismo in cui parlavo solo io, iniziative portate avanti solo da me, o al massimo in due, la frustrazione perché in genere nessuno manteneva fede agli impegni che in riunione ci si prendeva e le cose stabilite non venivano fatte, ricordo soprattutto il senso di apatia che sembrava imperare. Tutto questo alimentava la mia sfiducia, mi portava a pensare che senza di me in quell’organismo non si potesse fare nulla e mi sentivo “tutto il peso sulle spalle”. Con il Partito ho fatto il bilancio di quella esperienza e ho ricavato alcuni insegnamenti.

Prima di tutto, la cosa più importante, ho capito che il problema ero io! Perché quello che pensavo e facevo partiva da quello che avevo in testa io, da quello che ritenevo giusto io, da quello che mi aspettavo che fosse fatto, da quello che credevo fosse talmente chiaro che la mobilitazione degli altri fosse cosa scontata solo perché esprimevano la mia stessa esigenza di organizzarsi e mobilitarsi nel quartiere e si dicevano d’accordo con quello che avevamo concordato di fare. Ero io che promuovevo iniziative su iniziative e attività e sempre più articolate, aspettandomi che gli altri facessero la loro parte senza pormi seriamente il problema di come mobilitarli e se fossero iniziative e attività nelle “loro corde” e nelle loro possibilità. Avevano esperienza? Sapevano fare quello che dicevano di voler fare o dovevano imparare? Comprendevano e condividevano davvero la necessità di fare una certa cosa anziché un’altra e di farla in un certo modo anziché in un altro? La verità è che tutti dovevamo imparare…

Quando ho capito questo ho cambiato approccio. Appena ho lasciato più spazio, ho visto che non era vero che senza di me non si faceva nulla: io ho fatto un passo “di lato” e le attività sono continuate. Anche con iniziative diverse da quelle che avevo in testa io, ma che erano nelle corde e nelle possibilità di chi se ne assumeva la responsabilità, era ciò che metteva in movimento anche altri.

Da questa “scoperta” dovevo quindi ripartire, mettendo al centro non quello che avevo in testa io e che “bisognava fare”, ma ponendo al centro gli altri, ciò che loro pensavano e facevano, elaborando per ognuno un progetto per valorizzarli, alimentandone l’autonomia e la capacità di iniziativa.

Concretamente, nell’organismo si è andato formando un clima più positivo e propositivo basato sul confronto fra diverse posizioni e opinioni dove ognuno riesce a dire la propria perché comprende appieno questioni non più calate “dall’alto”. Un confronto che permette a chi è più avanti su certe cose di insegnare a chi è più indietro e consente una maggiore assunzione di responsabilità e divisione dei compiti.

E’ un’esperienza magari limitata e “particolare”, ma la ritengo utile a chi si trova scoraggiato e sente “tutto il peso sulle proprie spalle” come è successo a me.

Non basta organizzare lotte e iniziative, è necessario imparare a lavorare sugli uomini e sulle donne, agire con scienza e porsi come curatori e formatori degli altri. E’ questa la responsabilità che è necessario assumersi.

Nel Partito questa scuola è più rapida, ricca e profonda e in definitiva è proprio grazie alla scuola di comunismo che il Partito promuove che ho potuto rettificare l’idea che mi stavo via via facendo: le masse sono apatiche e non si mobilitano.

Concludo con un’ultima riflessione, più generale: la combattività delle masse è proporzionale alla forza del movimento comunista perché è nel Partito che gli elementi più generosi e combattivi, che già animano le mille organizzazioni operaie e popolari del nostro paese, possono trovare gli strumenti per fare meglio quello che già fanno e organizzare e mobilitare più efficacemente le masse popolari.

B.M.

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