Il punto sulla crisi politica italiana

Dal 2018 la crisi politica del nostro paese è entrata in una fase nuova e si è aggravata: le Larghe Intese non riescono più a contenere con gli strumenti, i metodi e i canali tradizionali il malcontento, l’insofferenza delle ampie masse per il programma comune della classe dominante e per i partiti che lo hanno attuato da 40 anni a questa parte.

La ribellione delle masse popolari, stanti le caratteristiche e la storia del nostro paese, non si esprime principalmente attraverso grandi manifestazioni di piazza e scioperi poiché anche i sindacati di regime sono complici a tutti gli effetti del corso delle cose e benché siano investiti dal malcontento e dall’insofferenza continuano a impegnarsi per evitare manifestazioni e scioperi (come dimostra bene la gestione sottobanco del rinnovo del Contratto dei metalmeccanici). La ribellione si esprime sul piano elettorale: milioni di persone hanno smesso di votare per i partiti-pilastro delle Larghe Intese (PD e Berlusconi) e hanno iniziato a votare in massa per coloro che – almeno a parole – promettono battaglia e rottura del sistema politico delle Larghe Intese, oppure si astengono dal voto. Il fatto che battaglia e rottura del sistema politico si siano rivelate promesse non mantenute da parte del M5S e siano tutt’ora chiacchiere da arruffapopolo da parte di Salvini e della Lega spiega il perché nessun partito borghese vuole andare a nuove elezioni.

Salvini e la Lega hanno il terrore di nuove elezioni perché dovrebbero in qualche modo dare seguito ai proclami di battaglia e di rottura politica su cui poggia il loro successo nei sondaggi e per cui hanno vinto le elezioni regionali e le elezioni europee del 2019 (e proprio quei successi dimostrano che si tratta solo di chiacchieroni); M5S, PD, Renzi e Berlusconi rischiano di perdere persino le posizioni che avevano conquistato in Parlamento con le elezioni del 2018. Nessuno vuole nuove elezioni politiche, ma una combinazione di emergenze spinge una parte della classe dominante alla formazione di un governo più  stabile, più organicamente legato (al di là delle chiacchiere) alla UE, più capace e disponibile a imporre le misure di lacrime e sangue che la crisi economica generale richiede (“ce lo chiede l’Europa”) e attivo protagonista dello spolpamento dell’apparato produttivo del paese in favore delle grandi multinazionali straniere, dei fondi di investimento e dei capitalisti nostrani.

La crisi delle banche (bancarotta della Popolare di Bari, 8000 licenziamenti di Unicredit, Monte dei Paschi di Siena), di Alitalia, della ex-ILVA, delle aziende del gruppo ex-Fiat si combinano con la questione del tanto proclamato ritiro delle concessioni per Autostrade e le ristrutturazioni nella Grande Distribuzione Organizzata (altre decine di migliaia di posti di lavoro a rischio). Nel 2020 devono essere rinnovate le nomine governative di enti e organismi essenziali per il funzionamento della macchina statale, per la gestione del potere economico, tecnologico e finanziario dello Stato e sulle quali infuria lo scontro fra comitati di affari: Cassa Depositi e Prestiti, Monte dei Paschi di Siena, Poste, Leonardo, ENEL e molte altre. La tornata di elezioni regionali e amministrative che inizia nel 2020 (inaugurata a gennaio con le elezioni in Emilia Romagna) complica ulteriormente il quadro.

 

Approvata la Legge di Bilancio 2020 e il rafforzamento del MES, il governo Conte 2 ha svolto bene il suo compito al servizio del sistema di potere finanziario e dell’UE. Una parte dei poteri forti punta quindi a consolidarlo e dargli più respiro (è la via di cui sono promotori Il PD e ItaliaViva di Renzi), ma proprio per questo il M5S si sta disgregando. Quindi il governo Conte 2 resta in piedi per la paura delle elezioni, poiché per il momento la classe dominante non riesce a governarle e comunque non può abolirle senza creare uno sconvolgimento senza precedenti. Resterà in piedi fin quando non sarà trovata una soluzione di ricambio. Va in questa direzione la proposta che a metà dicembre Salvini ha avanzato “a tutti, da LeU a FI”: un comitato di salvezza nazionale che affronti le emergenze del paese: “infrastrutture, burocrazia, politiche di crescita e tutela della salute”. E una nuova legge elettorale.

Giorgetti, che incarna il più stretto legame fra la Lega e i poteri forti, e vero ispiratore della proposta, rilancia subito indicando Mario Draghi come possibile capo di un governo con quelle caratteristiche. La proposta di Salvini, qualunque sia la forma con cui viene presentata, è una riedizione del governo delle Larghe Intese alla Monti, il “sogno” della classe dominante. Essa incarna l’esigenza oggettiva di uscire dalla melma in cui sprofonda il paese. La classe dominante vuole uscirne attraverso un governo di emergenza dei padroni, degli speculatori, dei banchieri che imponga un salto di qualità nell’attuazione del programma comune della borghesia, facendo carta straccia delle regole e delle norme dell’“ordine democratico”. E’ una soluzione possibile e realistica, ma di difficile attuazione sia perché infuria la guerra per bande fra comitati di affari e gruppi di potere, ognuno dei quali vuole scaricare gli effetti della crisi sugli altri, sia perché una simile “svolta” alimenterebbe la mobilitazione delle masse popolari contro la classe dominante e il suo sistema politico.

La classe operaia e le masse popolari possono uscirne, e hanno interesse a uscirne, attraverso l’imposizione del Governo di Blocco Popolare, come strada per avanzare nella soluzione della crisi: l’instaurazione del socialismo.

Questo è il contenuto della lotta politica dei prossimi mesi.

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