Mercoledì 20 novembre una squadra di compagni del Partito ha partecipato a Roma all’assemblea nazionale dei delegati metalmeccanici indetta dai sindacati confederali sul rinnovo del CCNL. Sono stati diffusi fra i partecipanti 400 volantini e 10 copie di Resistenza a cancellare i dubbi di trovare un contesto “blindato” e poca disponibilità al dialogo. Al contrario c’erano tanti operai e operaie disposti a confrontarsi sul rinnovo del contratto, ma ancor più disposti a ragionare e discutere sulla sorte delle aziende. Anche dagli interventi dal palco è emerso chiaramente che sì, il tema del CCNL è sentito dai lavoratori, però oggi ciò che catalizza la loro attenzione è lo smantellamento dell’apparato produttivo portato avanti da padroni italiani e stranieri. Le vertenze ILVA, Whirlpool, FCA/CNHi (che assieme a Ferrari sono un blocco di 87mila metalmeccanici fuori dal contratto nazionale per le conseguenze del Piano Marchionne), i 160 tavoli di crisi aperti al MISE, i 300mila posti persi negli ultimi dieci anni sono stati i veri convitati di pietra del dibattito.

Abbiamo quindi trovato una corrispondenza immediata con quanto abbiamo scritto nel volantino che abbiamo diffuso. Il centro della questione oggi è proprio quello di impedire con ogni mezzo la chiusura e la riduzione delle aziende, la difesa del sistema produttivo.

Le trattative tra Fim-Fiom-Uilm e Federmeccanica per il contratto riprenderanno il 15 gennaio, ma nel frattempo gli industriali hanno già rigettato le richieste dei sindacati senza che questi abbiano indetto neppure un’ora di sciopero in risposta. Gli industriali piangono miseria e lamentano senza alcun pudore che non possono concedere gli aumenti richiesti, che troppo alti e imprevisti sono stati i soldi sborsati per finanziare le misure di welfare aziendale e i buoni benzina che insieme ai sindacati di regime hanno stabilito come rinnovo contrattuale nel 2016, che la crisi li mette in difficoltà! Da parte loro i sindacati di regime stanno platealmente abdicando al loro ruolo di rappresentanza, svendendo gli ultimi scampoli di dignità operaia: sul Contratto balbettano e contro la svendita dell’apparato produttivo promuovono tavoli su tavoli, ma concretamente non hanno ancora mosso un dito, se non quando costretti dagli operai. In una fase caldissima e tesa come questa cercano di evitare di chiamare alla mobilitazione i lavoratori su temi ai quali non vogliono né possono dare risposta senza rompere gli schemi e le liturgie consolidate della concertazione.

Tocca alle RSU prendere in mano la situazione e dichiarare loro scioperi per il Contratto azienda per azienda, coordinarsi a livello provinciale per imporre alle Camere del Lavoro di mobilitarsi. La lotta per il Contratto deve comprendere la più ampia lotta per il futuro delle fabbriche, le parole d’ordine devono essere chiare e decise. Lo smantellamento dell’apparato produttivo, oltre a essere un problema per le fabbriche coinvolte e per quelle del loro indotto, oltre ad essere una questione politica strettamente legata alla sovranità nazionale e al futuro dell’apparato produttivo del Paese, ha effetti diretti anche sulla forza contrattuale degli operai, sulle condizioni anche di chi lavora ancora nelle fabbriche considerate “sicure”. Nessuno si salva da solo e la minaccia delle chiusure, dei licenziamenti, della cassa integrazione, rendono più debole la lotta per ottenere un contratto dignitoso e giusto. Il centro della lotta è questo, la strada è quella di organizzarsi in ogni azienda e coordinarsi con gli operai di altre aziende per costruire una rete di organizzazioni operaie che detti i tempi della mobilitazione, che si affacci ai territori mobilitando altri settori popolari, che mobiliti tutto il mobilitabile in una battaglia che è nell’interesse degli operai e di tutti.

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