Pubblichiamo alcuni stralci dell’articolo “Perché i giovani cinesi stanno riscoprendo Mao” pubblicato sulla storica rivista della sinistra statunitense Monthly Review e tradotto in italiano sul sito antropocene.org. L’articolo è a cura di Yinhao Zhang, dottore di ricerca presso il Dipartimento di Studi Asiatici dell’Università di Adelaide e gestore di un popolare account sui social media dedicato alla teoria marxista e alla storia rivoluzionaria cinese.
Al netto di quelle che possono essere le opinioni dell’autore sull’attuale dirigenza della Repubblica Popolare Cinese, l’articolo mostra l’effervescenza e la vitalità del dibattito in corso nella società cinese. I giovani formati nelle università della Repubblica Popolare Cinese sembrano ricercare negli scritti di Mao una guida per interpretare le contraddizioni poste dalla via cinese al socialismo, per orientarsi, con una analisi di classe, sullo sviluppo della lotta tra due linee e sulla via da intraprendere per proseguire nella costruzione del socialismo nel contesto dato dalla Terza guerra mondiale in corso.
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“Uno spettro si aggira per la Cina: Mao Zedong. Non si tratta dell’immagine fossilizzata del fondatore della nazione che si ritrova nelle storie ufficiali del partito, bensì di un’idea viva e pulsante riscoperta dai giovani del paese. Le prove di questa rinascita sono al tempo stesso inaspettate e inequivocabili, e il contesto più significativo è costituito dalle università d’élite cinesi, dove si forma la leadership politica, accademica e imprenditoriale del paese.
Per cogliere il significato di questo cambiamento, occorre innanzitutto comprendere il clima intellettuale che esso ha sostituito. Per decenni – dopo l’avvio delle riforme di mercato nel 1978, e nonostante il fatto che una persistente visione positiva di Mao e della Rivoluzione Culturale fosse ancora diffusa tra molti operai e contadini – l’atteggiamento prevalente tra la classe colta cinese nei confronti di Mao era di profondo scetticismo. (…)
A partire dal 2016, quello che un tempo era un cambiamento graduale ha subito una forte accelerazione. I dati sui prestiti delle biblioteche offrono un indicatore chiaro e intuitivo. All’Università di Tsinghua, l’istituzione più prestigiosa della Cina, le Opere scelte di Mao Zedong sono passate dal non figurare nemmeno tra i primi cinquanta prestiti della biblioteca nel 2016, al primo posto nel 2019, posizione che hanno mantenuto ogni anno fino al 2024. Non si tratta di un caso isolato. Un sondaggio del 2020 condotto da MyCOS ha rilevato questa tendenza nelle prime dieci posizioni delle liste dei prestiti di tredici delle ottanta università esaminate, la maggior parte delle quali sono istituzioni di prim’ordine. Secondo la mia verifica dei dati più recenti disponibili, nel 2024 le Opere scelte erano in cima alla lista annuale dei prestiti bibliotecari in tutte e quattro le principali università cinesi: Tsinghua, Pechino, Fudan e Shanghai Jiao Tong.
Un caso che merita una menzione speciale è quello dell’Università Beihang di Pechino, uno dei migliori istituti di scienze e ingegneria della Cina. Nel 2020, l’account ufficiale dell’università su Douyin (la versione cinese di TikTok) ha pubblicato la sua classifica annuale dei prestiti della biblioteca, suscitando centinaia di commenti e condivisioni. La classifica ha rivelato che il libro preso maggiormente in prestito era l’edizione standard delle Opere scelte di Mao Zedong, e il secondo era il suo Volume V. Questo dettaglio è fondamentale. La versione ufficiale delle Opere scelte, pubblicata dopo il 1978, comprende solo i volumi da I a IV, che raccolgono gli scritti di Mao precedenti al 1949. Un quinto volume, redatto durante la Rivoluzione Culturale e pubblicato nel 1977, copre il periodo 1949-1957. Tuttavia, per il suo contenuto radicale e la critica diretta a Deng Xiaoping, è stato di fatto soppresso dopo il 1978, rendendolo, di fatto, un libro vietato. Il testo è una rarità e la maggior parte delle biblioteche universitarie non lo possiede. Il fatto che gli studenti si interessino attivamente a questo volume suggerisce quindi che stiano approfondendo consapevolmente il periodo più radicale del pensiero di Mao. (…)
Perché Mao, e perché adesso? La risposta non sta in un improvviso cambiamento nei gusti culturali, ma in un cambiamento fondamentale nella realtà materiale della Cina. Per oltre tre decenni, il paese è stato trainato da un contratto sociale basato su una semplice promessa: la rapida crescita economica avrebbe portato benefici a tutti. Finché la torta economica continuava a crescere, problemi profondamente radicati come la disuguaglianza e lo sfruttamento potevano essere ignorati. Ma quell’epoca è finita. La “febbre di Mao” è una conseguenza diretta del venir meno di questa promessa.
Il 2015 ha segnato una svolta decisiva. Per la prima volta dal 1990, il tasso di crescita annuale del Pil cinese è sceso al di sotto della soglia critica del 7%, segnando la fine dell’era della crescita ad alta velocità. Questo rallentamento economico non fu solo un dato statistico; fu il momento in cui la musica si fermò. Le tensioni sociali che erano state occultate da una crescita inarrestabile hanno cominciato ad affiorare con sorprendente chiarezza. (…)
I giovani stanno iniziando a decostruire il verdetto ufficiale [su Mao e la Rivoluzione Culturale, ndr]. Pur non avallando la violenza o il caos di quell’epoca, ne stanno riscoprendo lo scopo dichiarato: sfidare il potere consolidato, combattere la burocrazia e prevenire proprio quel tipo di consolidamento di classe che vedono attorno a loro. Stanno iniziando a vedere la Rivoluzione Culturale attraverso la lente delle sue intenzioni come una lotta necessaria contro la nuova classe dirigente da cui Mao aveva messo in guardia. Per loro, la Rivoluzione Culturale diventa un episodio del passato che riecheggia nelle lotte di oggi.
Qui sta un interessante paradosso. La stessa generazione di giovani cinesi che sta vivendo più acutamente i fallimenti del sistema di mercato, che è più critica nei confronti della nuova élite, è anche ampiamente considerata la generazione più patriottica e filo-Partito dall’inizio dell’era delle riforme. Viene spesso etichettata in modo derisorio come “Little Pinks” (xiao fenhong) dalle élite liberali filo-occidentali cinesi per il suo nazionalismo irrazionale. Ma questa etichetta non coglie la complessità. Sono profondamente consapevoli dei difetti interni del loro paese, eppure, in un’epoca di instabilità globale e declino occidentale, vedono anche il sistema cinese come resiliente e, per molti aspetti, superiore. Hanno assistito in prima persona alla capacità dello Stato di sollevare dalla povertà centinaia di milioni di persone, intraprendere imponenti progetti di risanamento ambientale e conseguire straordinari progressi tecnologici. Questo ci porta al secondo motore, altrettanto potente, che alimenta la “febbre di Mao”: un mix esplosivo di nazionalismo e anti-imperialismo.
Per i giovani di oggi, non c’è contraddizione nell’attribuire le proprie difficoltà personali all’élite dell’era del mercato e allo stesso tempo nel riconoscere alla tradizione socialista la forza della nazione. Essi vedono una connessione diretta. Attribuiscono i recenti successi tecnologici della Cina nel settore aerospaziale, delle ferrovie ad alta velocità e delle telecomunicazioni, ai principi fondamentali stabiliti da Mao: autosufficienza e innovazione indipendente. Tracciano un netto contrasto con gli anni Ottanta e Novanta, quando la strategia dominante era sintetizzata dalla frase “zao buru mai, mai buru zu” (vale a dire che quando si tratta di tecnologie all’avanguardia e prodotti sofisticati, lo sviluppo interno è spesso meno efficace dell’importazione, e l’importazione è meno vantaggiosa del leasing), il che portò a un impoverimento della ricerca e dello sviluppo nazionale e a una pericolosa dipendenza dall’Occidente. Le difficoltà di settori come quello dei semiconduttori e dell’aviazione commerciale, che hanno sofferto di questa dipendenza e sono stati successivamente colpiti dalle sanzioni statunitensi, sono viste come esempi da cui trarre insegnamento. Nella narrazione popolare che ha preso piede tra i giovani, ogni successo recente è visto come una conferma dell’insistenza di Mao sull’autonomia, e ogni battuta d’arresto come una deviazione da quella strada.
Questa convinzione trasforma Mao da combattente di classe all’interno della nazione, a eroe nazionale che difese la sovranità della Cina. Le vicende della guerra di Corea, dove una nazione appena nata e impoverita ha combattuto gli Stati Uniti fino allo stallo e lo sviluppo della bomba atomica nonostante il ritiro del supporto sovietico, non sono più storie lontane. Sono diventate miti fondamentali per una generazione che si vede intrappolata in una nuova “guerra prolungata” con gli Stati Uniti. Più che un sentimento astratto, si tratta di una forza reattiva in tempo reale. (…)
In un’epoca caratterizzata da questa crescente competizione strategica, la sfida lanciata da Mao risuona con il desiderio di dignità nazionale e giustizia globale di una nuova generazione. I due motori della “febbre di Mao” – la critica interna alle disuguaglianze di classe e la resistenza esterna all’imperialismo – non sono separati. Sono due facce della stessa medaglia. Per molti giovani cinesi, la nuova élite interna è vista non solo come una classe sfruttatrice, ma come una classe compradora, ideologicamente e talvolta economicamente allineata agli interessi occidentali. Pertanto, la lotta per la giustizia sociale in patria e la lotta per la sovranità nazionale all’estero sono viste come un’unica e stessa battaglia. Mao, sia come leader rivoluzionario che sfidò le disuguaglianze interne sia come leader nazionale che ha tenuto testa alle potenze straniere, rappresenta il simbolo perfetto e unificante di questa doppia lotta. (…)”
Fonte: Monthly Review vol. 77, n. 11 (01.04.2026)





