Il 17 giugno c’è stata la firma del memorandum d’intesa per un cessate il fuoco tra Usa e Repubblica Islamica dell’Iran. L’accordo ha segnato un passaggio decisivo, attestando la vittoria politica e militare di Teheran e una sconfitta epocale per il campo imperialista. Essenzialmente, l’accordo prevede: la fine immediata delle ostilità su tutti i teatri di conflitto (Libano incluso), la revoca dei reciproci blocchi nello Stretto di Hormuz, l’impegno degli Usa per il ritiro di tutte le sanzioni, lo sblocco dei beni congelati e l’istituzione di un fondo da 300 miliardi di dollari come forma di risarcimento. In cambio Teheran si impegna a non sviluppare un’arma nucleare, impegno che peraltro non aveva mai rifiutato e che era già parte dell’accordo stracciato da Trump nel 2018.
Insomma, una vera e propria debacle per Trump e Netanyahu, che pagano un caro prezzo e non ottengono niente se non il ritorno alle condizioni esistenti prima del conflitto.
Certamente gli imperialisti Usa e sionisti continueranno, in forme più o meno aperte, la loro aggressione: perché sottomettere i paesi che non si piegano al loro ordine internazionale è una necessità vitale, perché la guerra è la sola soluzione che possono concepire alla crisi generale del capitalismo. Ma ciò non significa che riprendere la guerra sarà per loro facile, non significa che la sconfitta non sia stata durissima e che non stia producendo un terremoto che aggrava la guerra interna tra i gruppi imperialisti Usa, sionisti ed europei: dagli scontri tra Trump e Netanyahu alle recriminazioni tra l’amministrazione Usa e i governi europei.
La vittoria del popolo iraniano è la vittoria di tutti quelli che si oppongono all’imperialismo, alla Terza guerra mondiale, al genocidio perpetrato a Gaza.
La Terza guerra mondiale si sta sviluppando come aggressione dei gruppi imperialisti Usa, Ue e sionisti contro il fronte di paesi, grossomodo inquadrato nei Brics e con alla testa la Repubblica Popolare Cinese, che non si piega al loro ordine internazionale. Questo fronte di paesi è eredità della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale (1917-1976) e comprende paesi socialisti, ex paesi socialisti, paesi nati dalla lotta decoloniale.
Tra questi ultimi rientra la Repubblica Islamica dell’Iran. Il paese ha potuto resistere in modo così efficace all’aggressione non per caso, ma grazie alla natura del regime vigente e al ruolo assunto a livello internazionale in quasi cinquant’anni di resistenza all’aggressione imperialista.
Per comprendere meglio queste caratteristiche, è utile ripercorrere brevemente la storia della lotta antimperialista nei paesi islamici. Lo facciamo citando stralci dell’articolo del (n)Pci “La rivoluzione democratica antimperialista dei paesi arabi e musulmani”, pubblicato su La Voce n. 16 nel marzo del 2004.
“In ognuno di questi paesi [i paesi a maggioranza musulmana] alla colonizzazione ha corrisposto lo sviluppo di movimenti di resistenza. Finché furono diretti dalle vecchie classi dominanti locali, essi mirarono alla restaurazione del passato e non ebbero successo. La Rivoluzione d’Ottobre (1917) e la prima ondata della rivoluzione proletaria determinarono un salto di qualità anche nella resistenza di questi paesi alla dominazione imperialista, come avvenne in Cina e in India. In ogni paese si formarono forti partiti comunisti, nell’ambito della Prima Internazionale Comunista. La resistenza all’oppressione e allo sfruttamento coloniale cambiò allora di natura. Divenne lotta delle masse popolari contro i rapporti sociali schiavisti e feudali, entrambi basati su rapporti di dipendenza personale, e contro l’imperialismo, a cui si appoggiavano le vecchie classi dominanti: appunto rivoluzione democratica borghese antimperialista. (…)
L’avvento negli anni Cinquanta dei revisionisti alla direzione della parte più avanzata del movimento comunista, l’Unione Sovietica, segnò in generale il trionfo della destra anche nei partiti dei paesi oppressi, nonostante la lotta lanciata dal Partito Comunista Cinese capeggiato da Mao Tze-tung. Il trionfo della destra nel movimento comunista sottopose in vari paesi arabi e musulmani alla prova dei fatti la capacità rivoluzionaria della borghesia nazionale (che ebbe i suoi esponenti politici in Mossadeq, Sukarno, Nehru, Nasser, Bourguiba, ecc.). Il risultato di questa verifica fu il fallimento della borghesia nazionale e il declino del movimento comunista. In tutti i paesi arabi e musulmani i partiti comunisti o vennero distrutti o si ridussero a poca cosa o addirittura si sciolsero. Quasi dappertutto il clero musulmano e gli altri notabili locali di vecchio stampo che gli imperialisti avevano mobilitato contro i comunisti e la borghesia nazionale riuscirono a prendere la direzione.”
È in tale contesto che nasce la Rivoluzione Islamica, con il clero reazionario che prende il potere nel 1979 “cavalcando” una rivoluzione democratica antimperialista.
“Quanto al clero reazionario, esso per prendere e mantenere la direzione delle masse popolari ha però dovuto cavalcare la rivoluzione democratica antimperialista. Ovviamente lo ha fatto a suo modo, mediando tra il suo vecchio ruolo sociale reazionario e la rivoluzione democratica. Questa è continuata con forza, tanto più che gli imperialisti hanno aumentato sempre più le loro pretese ed esazioni, l’oppressione e lo sfruttamento, spinti dalla nuova crisi generale iniziata negli anni Settanta e liberati dalla pressione del movimento comunista.”
L’impronta antimperialista che ha caratterizzato la nascita della Repubblica Islamica dell’Iran, i quasi cinquant’anni di lotta contro l’aggressione dei gruppi imperialisti Usa, Ue e sionisti, la necessità di resistere in questa situazione di assedio facendo appello alla mobilitazione popolare e inserendosi in un più ampio fronte antimperialista — tutto ciò ha imposto alla sua classe dirigente di assumere oggettivamente un ruolo sempre più rivoluzionario. L’ha spinta, anche a livello internazionale, ad allearsi con paesi socialisti o in marcia verso il socialismo, come la Repubblica Democratica di Corea, il Venezuela, Cuba, e a prendere la Repubblica Popolare Cinese come principale riferimento strategico.
Questo ruolo e natura antimperialisti si sono ben visti dopo il 7 ottobre 2023: la Repubblica Islamica dell’Iran è stato il solo paese a maggioranza islamica a contrastare attivamente il genocidio, non solo a parole, ma sostenendo e alimentando l’asse della Resistenza in tutta la regione, fino a subire l’aggressione diretta da parte degli imperialisti Usa e sionisti con il conflitto scatenato da Trump a febbraio.
In questo conflitto il ruolo della Repubblica Islamica dell’Iran si è sviluppato ulteriormente.
A livello internazionale il paese si è largamente avvalso del sostegno del fronte antimperialista, il quale ne è uscito enormemente rafforzato.
A livello interno il governo ha ampiamente mobilitato le masse popolari. Si sono viste manifestazioni con milioni di persone nonostante i continui bombardamenti, ministri del governo camminare tra le masse che li sostenevano, cittadini tornare dall’estero per sostenere il loro paese sotto attacco. In ogni ambito di mobilitazione popolare è emerso con forza il ruolo delle donne, in prima linea nella difesa del paese. E anche forze da tempo all’opposizione – come il Partito Iraniano del Tūdeh, i cui membri furono sterminati dal governo iraniano nel 1988 e che è attualmente fuori legge – hanno promosso l’unità nella difesa della sovranità nazionale.
La natura del paese si è manifestata anche attraverso la sua propaganda, che non ha mai parlato di “guerra santa” o “scontro di civiltà”, ma ha paragonato la propria resistenza a quella del Vietnam, dei nativi americani, degli afroamericani, dei palestinesi: una retorica chiaramente antimperialista, non religiosa; uno scontro tra oppressi e oppressori, non tra civiltà.
Alimentare la mobilitazione popolare, sviluppare la sovranità economica e tecnologica del paese, internazionalizzare la resistenza: era l’unica via per la classe dirigente iraniana per non sottomettersi all’imperialismo e non perdere il consenso delle masse. Ogni passo indietro avrebbe significato il collasso del regime.
Questo processo ha però un limite strutturale. La natura antimperialista del paese si innesta su una struttura politica ed economica che ne delimita oggettivamente le possibilità di sviluppo.
Il sistema politico della Repubblica Islamica dell’Iran intreccia la democrazia borghese con istituzioni più arcaiche che ne sostanziano la natura teocratica. Non esiste una direzione politica delle masse popolari fondata sulla loro emancipazione di classe.
L’economia del paese presenta un forte settore pubblico, ma funziona sostanzialmente secondo le logiche del capitalismo. Non esiste una pianificazione socialista dell’economia e il paese è inserito a pieno titolo nel mercato mondiale capitalista, per quanto sanzionato e aggredito.
Finché il paese resterà nell’ambito di un’economia capitalista, per quanto possa combatterla, rimarrà oggettivamente legato al sistema che ha alla sua testa i gruppi imperialisti Usa, Ue e sionisti. E fintantoché questi esisteranno, continueranno a cercare di sottomettere i paesi che non si piegano al loro ordine internazionale.
Insomma, la resistenza antimperialista diretta da forze non comuniste non può svilupparsi oltre un certo livello. È quindi inevitabile che lo sviluppo della Terza guerra mondiale e la necessità per i paesi che non si sottomettono all’imperialismo di non limitarsi a resistere, ma di passare al contrattacco, spingeranno con forza crescente la rinascita del movimento comunista in tutto il mondo e la confluenza della resistenza antimperialista nella rivoluzione proletaria.





