L’esperienza della Comunità Territoriale Rebibbia – Ponte Mammolo – Casal dè Pazzi
Al Municipio IV di Roma, nella zona nord-est della capitale, è presente la Comunità Territoriale Rebibbia – Ponte Mammolo – Casal dè Pazzi, un coordinamento di una ventina di realtà sociali e politiche che lottano da anni per dare risposte concrete alle esigenze della comunità locale, agendo non solo da gruppo che denuncia e protesta, ma da organismo di governo alternativo del territorio. Sono lavoratori, studenti, masse popolari che si propongono di gestire la salute del territorio in cui vivono. È un esempio prezioso che va sostenuto, rafforzato e moltiplicato anche con urgenza, perché in mano alla classe dominante il corso delle cose è catastrofico.
Grazie a un’articolata mobilitazione, fatta di assemblee, cortei, presidi e occupazioni, a febbraio 2026 sono riusciti a far aprire la Casa di comunità a Villa Tiburtina, storica struttura in cui era presente un presidio sanitario pubblico di eccellenza rimasto chiuso per quattordici anni.
A seguire proponiamo alcuni estratti dell’intervento di Peppe Evangelista, esponente della Comunità, al Congresso nazionale di Medicina Democratica dello scorso aprile, integrato con i passaggi di una recente intervista in cui il compagno illustra i passi fatti successivamente.
“(…) Credo che la cosa interessante non sia tanto l’apertura di questo presidio sanitario, che è comunque una Casa di comunità, ma quello che ha fatto maturare il percorso di mobilitazione che ha portato alla sua apertura. Un percorso che, in qualche modo, prefigura anche come dovrebbe funzionare: con la partecipazione popolare, cioè delle realtà sociali del quartiere. Ve la faccio breve. Durante la fine della pandemia di Covid, in mezzo a tutto quel disastro – quando tutti pensavamo che le cose dovessero cambiare perché non si poteva andare avanti così… e invece è andata pure peggio – vedevamo spuntare, in mezzo a quel disastro sanitario, ambulatori privati: un grande edificio del Gemelli, completamente privato, a 500 metri d’aria da un quartiere come San Basilio, dove la gente non ha una lira, sostanzialmente. In questa situazione, ci siamo accorti che avevamo, lì, una struttura anche abbastanza nuova, ma chiusa da dieci anni: c’era stato un poliambulatorio della Asl, c’era anche un reparto di fisiopatologia respiratoria del Policlinico, quindi della Sapienza. Ed è lì che è iniziata la campagna per la sua riapertura. Non c’era ancora il Pnrr, non c’era niente… Ma la gente se la ricordava, e quindi è stata una campagna davvero capillare: assemblee, raccolte firme, volantinaggi ai mercati. Se ne parlava perfino durante l’omelia del prete, in parrocchia. E alla fine, trovando quasi sempre un muro – sia da parte della Asl che del Municipio – siamo riusciti a farla inserire nell’elenco delle Case di comunità da aprire.
Contemporaneamente, abbiamo aperto questo sportello sanitario, che ormai è attivo da più di cinque anni. Oltre alla questione delle liste d’attesa (…) lo sportello è diventato, più che altro, uno strumento per raccogliere i bisogni sociosanitari, metterli insieme, e poi farne una vertenza, riportandoli alla Asl e al Municipio, che peraltro non parlano tra loro… e questo è un altro problema. È diventato un punto di riferimento: siamo partiti con questionari, indagini, e alla fine abbiamo fatto più di seicento ricorsi.
Contemporaneamente, abbiamo avviato un lavoro con i dipartimenti della Asl: abbiamo voluto, per esempio, che durante l’apertura dello sportello fossero presenti direttamente gli operatori della Asl, a metterci la faccia sulle richieste delle persone. E così abbiamo fatto le giornate della salute dentro i complessi di case popolari, con cinque dipartimenti: medicina dello sport, dipendenze, nutrizionista, consultori, e così via.
Abbiamo avviato corsi di formazione sull’attività fisica per diabetici e cardiopatici. Abbiamo cercato di raccogliere tutte queste storie. Alla fine, per noi, sono stati anni duri, ma anche entusiasmanti, sotto certi aspetti.
Una volta ottenuto l’inserimento tra le Case di comunità, abbiamo lanciato un appello a tutte le associazioni del territorio, istituzionali e non: dal piccolo museo del quartiere al centro anziani, ai centri sociali, all’associazione dei sordomuti, alle associazioni sportive.
Abbiamo detto: il progetto che abbiamo in testa è costituire un’assemblea territoriale, che si confronti con l’apertura di questa Casa di comunità. E su questo abbiamo preparato un progetto, quello del “Microdistretto territoriale”.
(…) Oggi Villa Tiburtina è aperta: ci sono dieci specialità – dermatologia, odontoiatria, pneumologia, ginecologia. Ma se il medico ti manda a fare una visita pneumologica, l’appuntamento te lo danno l’anno dopo e magari a Civitavecchia. Che razza di prossimità è? Però qualcosa c’è, perché nessuno credeva che saremmo davvero riusciti ad aprirla ed è stata un’iniezione di fiducia: una cosa ottenuta senza partiti dietro, senza istituzioni politiche, senza niente, in un edificio che prima veniva usato solo per spacciare e poi era stato chiuso. Questo l’abbiamo ottenuto.
Oggi, ogni mattina, la gente va a fare i prelievi lì dentro e non più dal privato, e senza prendere nemmeno appuntamento. E funziona. Abbiamo una guardia medica, una guardia pediatrica il venerdì, sabato e domenica, quando gli studi medici sono chiusi, e funziona. Ma per il resto, è tutto ancora da fare, perché l’obiettivo è la presa in carico finale di tutto quel territorio e poi occorre definire alcune cose: che rapporto ha il medico di famiglia del territorio con il cardiologo della Casa di comunità?
Esiste un registro dei cardiopatici, dei diabetici?
C’è qualcuno che chiede se un paziente sta seguendo la terapia dopo un infarto o quanto movimento fisico fa? Queste cose, semplicemente, non ci sono ancora.
(…) Abbiamo un limite, che è quello di essere una questione locale, territoriale: non abbiamo la forza, nei rapporti con Municipio, distretto Asl, di ottenere granché. Non ci regala niente nessuno: abbiamo dovuto occupare due volte sia a Villa Tiburtina che alla Asl, non sono state battaglie semplici. Ma è chiaro che non c’è proporzione tra quello che bisognerebbe fare e quello che sta succedendo nella sanità, dove è rimasta la cornice, ma il quadro dentro sta sbiadendo. E comunque, finché resta il concetto che la salute è un diritto e l’accesso ai servizi pubblici un diritto, ci sarà sempre da fare.”
Dopo il Congresso di Medicina Democratica, il 26 maggio si è svolta la prima riunione del tavolo permanente di confronto che la Comunità territoriale ha fatto istituire coinvolgendo Asl e Municipio. L’obiettivo è l’applicazione del Decreto Ministeriale 77/2022 che stabilisce gli standard nazionali per lo sviluppo dell’assistenza sanitaria territoriale e secondo il quale la Casa di comunità non deve essere un semplice poliambulatorio che eroga prestazioni, ma deve avere un approccio multidisciplinare, garantire assistenza di prossimità, prevenzione e una migliore presa in carico dei pazienti cronici. Il che significa non solo istituire un registro delle persone con patologie croniche del quartiere, ma contattarle e seguirle. Deve essere istituito un team di specialisti che siano in contatto con i medici di famiglia per avviare percorsi che sulla carta esistono già, i famosi Pdta (Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali), ma che nel concreto non vengono applicati.
Oltre a cercare di far applicare questi percorsi sanitari, la proposta del Microdistretto territoriale è un piano molto più complesso e articolato che comprende anche la campagna “Riapriamo i negozietti”, un progetto per rigenerare gli spazi abbandonati di via Palombini 15, dove è stata fatta una prima importante iniziativa il 13 giugno a cui hanno partecipato centinaia di persone del quartiere e non solo.
Il prossimo appuntamento è a settembre, quando si svolgerà una grossa assemblea pubblica dentro Villa Tiburtina alla presenza della direzione della Asl a cui verrà ufficialmente presentato il progetto completo.





