Nei giorni scorsi in tutto il paese sono stati organizzati scioperi, iniziative e manifestazioni contro la guerra, in solidarietà al popolo palestinese e di appoggio alla Flotilla.
Per la giornata della Nakba – venerdì 15 maggio – il Si Cobas ha indetto uno sciopero nazionale contro l’economia di guerra e si sono svolte diverse iniziative, conferenze, proiezioni, presidi. Il 16 maggio le bandiere della Palestina hanno colorato le manifestazioni di Roma e Milano a cui hanno partecipato congiuntamente sindacati e forze politiche. A Palermo ad esempio la spinta all’unità è arrivata dalle stesse organizzazioni promotrici. L’associazione Al-Quds ha infatti fatto appello alle altre realtà solidali a mobilitarsi insieme. In altre piazze la spinta a convergere è arrivata dalla spinta della base. Dal corteo di Milano Saif Abukeshek ha lanciato un appello a tutte le lavoratrici e ai lavoratori a partecipare allo sciopero generale del 18 maggio proclamato dall’Usb dopo l’abbordaggio della Flotilla di fine aprile, e a cui hanno aderito altre sigle come la FI-SI e l’Usi.
Durante la giornata di sciopero, lunedì 18 maggio, mentre i presidi e i cortei stavano cominciando in oltre 20 piazze, Israele ha nuovamente abbordato la Flotilla in rotta verso Gaza, questa volta al largo di Cipro. Nell’arco della serata la Global Sumud Flotilla ha chiamato alla mobilitazione l’equipaggio di terra, che ha risposto con manifestazioni e presidi in 25 città. Martedì 19 il resto dell’equipaggio della Flotilla è stato abbordato e rapito e la situazione è in evoluzione.
Queste mobilitazioni, come quelle delle scorse settimane, non sono state ampie e radicali come quelle che lo scorso autunno hanno fatto vacillare il governo Meloni, ma sono state in grado di esprimere una forza sufficiente per l’organizzazione di una nuova Flotilla e per il suo sostegno. Una forza che è riuscita a imporre il rilascio di Thiago e Sayf, rapiti dalla marina sionista nella notte tra il 29 e il 30 aprile e detenuti illegalmente in Israele.
E se ci sono state è perché il movimento solidarietà con la Resistenza palestinese e contro la guerra che si è sviluppato nel nostro paese ha spinto affinché organismi sindacali, politici e popolari le promuovessero.
Oggi la situazione è sicuramente diversa da quella di settembre e ottobre scorsi. Si è fatta strada in maniera sempre più coscientemente la necessità di farla finita con il governo Meloni e con tutti i guerrafondai. Necessità che si è espressa anche nel voto al referendum sulla giustizia e continua ad esprimersi nelle mobilitazioni. È questa ribellione che ribolle ad aver fatto vacillare il governo Meloni, ma non ha lasciato indenne nemmeno il campo largo che punta tutto sulle prossime elezioni.
La situazione è sicuramente diversa perché il movimento dell’autunno è più organizzato sia nei posti di lavoro che fuori. Sono nate organizzazioni di lavoratori contro l’economia di guerra, come quelli della Leonardo, e se ne sono rafforzate delle altre, come quelle dei portuali o degli insegnanti. Ogni giorno dentro le fabbriche, nella logistica, nei porti, nei trasporti, nelle scuole, i lavoratori continuano a mette in pratica iniziative contro la guerra opponendosi alla produzione bellica e al sostegno ai sionisti, contrastando la militarizzazione della scuola e lo smantellamento della sanità e dei servizi essenziali. Ogni giorno c’è chi applica l’articolo 11 della Costituzione ripudiando la guerra a partire dal proprio posto di lotta e ruolo sociale.
Oggi lo sbocco necessario per questo movimento è cacciare il governo Meloni e sostituirlo con un governo partigiano della pace e della Palestina libera. Questa è la linea che può farlo avanzare e che è in grado di chiamare ad organizzarsi e mobilitarsi.
Manca ancora chi se ne fa promotore. Chi si mette alla testa dello sbocco politico necessario di queste mobilitazioni. E un ruolo cruciale ce l’hanno proprio i lavoratori che ne sentono l’esigenza, che ne vedono la necessità. Sono loro che devono imboccare questa strada e mettersene alla testa. Lo hanno fatto sottoscrivendo in migliaia l’appello per uno sciopero generale d’emergenza in solidarietà con la Flotilla che l’Usb ha raccolto proclamando lo sciopero generale del 18 maggio scorso. Possono farlo ancora chiamando alla convergenza i sindacati di base e la Cgil per lo sciopero del prossimo 29 maggio.
Se c’è una cosa che le giornate del 22 settembre e del 3-4 ottobre hanno mostrato è proprio la forza dei lavoratori. Sono stati loro, a partire dal Calp di Genova, a dettare una linea netta e risoluta in quella fase e sono loro che nei fatti hanno costruito l’unità di quelle giornate aderendo al di là di chi aveva promosso lo sciopero e estendendo la mobilitazione ai propri colleghi.
È un percorso quotidiano che deve avvalersi delle date, degli scioperi, delle manifestazioni per fare dei passi ulteriori. E la prossima tappa è proprio lo sciopero del 29 maggio.
Prepararlo, valorizzarlo e usarlo in questo senso vuol dire raccogliere quelle che sono state le giornate del 15-16, del 18 maggio e guardare avanti. Per i lavoratori che sono già alla testa di organismi di lavoratori, per le Rsa e le Rsu farlo vuol dire promuovere assemblee aperte a tutti i lavoratori nel posto di lavoro per confrontarsi sul bilancio delle giornate appena trascorse, su quali passi sono necessari per avanzare, su quali operazioni mettere in campo. Vuol dire promuovere la discussione anche tra diverse categorie di lavoratori, quelli diretti insieme a quelli degli appalti, e con altri organismi che fuori dai posti di lavoro si battono per fermare la guerra, come la Global Sumud Flotilla, BDS o il Coordinamento nazionale No Nato.
L’unica strada per portare il nostro paese fuori dalla Terza guerra mondiale è quella di mettere in campo una mobilitazione collettiva, capillare, coordinata e continuativa che rende ingestibile il paese fino a costringere il governo Meloni ad andare a casa. Fino a imporre un governo che attua la Costituzione. Un governo che ha la forza di attuare le misure più urgenti per il paese e che si costruisce a partire dai posti di lavoro, con i blocchi e nella convergenza delle pratiche quotidiane. Agendo e ragionando insieme su questa strada.
I lavoratori possono farlo, hanno la forza per farlo. Si tratta di sfruttare ogni occasione per farlo e mettersi alla testa di questo processo, di questa spinta. Il 29 maggio, la giornata del 2 giugno, sono occasioni per fare passi avanti. Passi concreti e collettivi verso questo obiettivo.






