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La colonia di Israele sta collassando

Teresa Noce by Teresa Noce
Maggio 2, 2026
in Resistenza n. 5/2026
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Con l’inizio della “soluzione finale” contro il popolo palestinese a partire dal 7 ottobre del 2023, i sionisti hanno innescato anche l’inesorabile declino dello Stato d’Israele. Il moltiplicarsi dei fronti di guerra, le sconfitte inflitte ai sionisti dall’Asse della Resistenza, il crescente isolamento internazionale e il boicottaggio globale ne hanno aggravato la crisi. La sconfitta subita nella criminale aggressione contro la Repubblica Islamica dell’Iran e contro il Libano rappresenta ora un altro durissimo colpo per la colonia sionista d’Israele, che ha subito in queste settimane pesanti bombardamenti, con ingenti danni, decine di morti e migliaia di feriti.

I soli quaranta giorni di guerra contro l’Iran sono costati 13 miliardi di euro, cui si sommano altri 10 richiesti dal Ministero della difesa per le prossime spese militari e gli oltre 97 miliardi per il genocidio a Gaza.

Il budget militare ha raggiunto dal 2024 l’8,8% del Pil: la spesa pro capite più alta al mondo.

Il bilancio statale 2025 è il più elevato della storia israeliana – 203 miliardi di dollari, in aumento del 21% sul 2024 – e il debito pubblico totale è arrivato a 336 miliardi di dollari, un aumento del 10% in sei mesi, mentre il governo taglia sanità, istruzione, servizi sociali e aumenta le tasse.

Le condizioni di vita di molti coloni sono peggiorate a causa del sempre più elevato costo della vita, della carenza di alloggi, del sotto investimento cronico nei trasporti, nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione e nel benessere sociale, a causa dell’aumento dell’Iva al 18% e dell’eliminazione di varie esenzioni fiscali.

La mobilitazione permanente dei riservisti sta inoltre paralizzando l’economia: carenza cronica di forza lavoro, chiusura di decine di migliaia di piccole aziende, crisi dei settori edile e agricolo per l’esclusione forzata dei lavoratori palestinesi che costituivano la quasi totalità della mano d’opera.

L’agricoltura, inoltre, come altri settori legati alle esportazioni, è in forte sofferenza a causa del boicottaggio delle merci israeliane che si è sviluppato a livello internazionale.

Il settore tecnologico, punta dell’economia israeliana, è a sua volta in crisi: il 48% delle aziende segnala una carenza di personale, con oltre un quarto della forza lavoro assente per la guerra; l’87% delle imprese accumula ritardi nei prodotti e il 71% delle start-up fatica a raccogliere capitali. Una società su tre valuta la delocalizzazione.

L’economia d’Israele è, a oggi, trainata quasi esclusivamente dal comparto militare e dalla spesa pubblica per l’esercito, che si tiene in piedi ormai solo grazie agli aiuti Usa: 21,7 miliardi i dollari stanziati dal Congresso negli ultimi due anni solo come aiuti militari, senza contare tutte le forme di sostegno diretto e indiretto e l’integrazione industriale e finanziaria tra i due paesi.

La crisi è anche sociale: circa il 20% dei cittadini mostra sintomi da stress post-traumatico, mentre i suicidi tra i soldati e le richieste di congedo per problemi psicologici sono quasi raddoppiati. Crescono gli appelli sui media per far fronte a insonnia, perdita di memoria e abuso di alcol.

Sulla scorta di tutti questi problemi, inizia a incrinarsi seriamente il fronte interno. Ad aprile 2026, migliaia di manifestanti sono scesi in piazza in diverse città israeliane per denunciare quella che definiscono una “guerra eterna”, accusando il governo di usare il conflitto per mantenersi al potere.

Si intensificano poi le tensioni con gli ebrei ortodossi che si oppongono alla coscrizione obbligatoria e allo Stato sionista. A gennaio è morto nel corso di una manifestazione un ragazzo ortodosso di quattordici anni, investito da un autobus in fuga dai disordini. Ad aprile, nel giorno che celebra la fondazione della colonia sionista d’Israele, una imponente manifestazione ha attraversato Gerusalemme, bruciando bandiere israeliane, sventolando quelle palestinesi e lanciando parole d’ordine come: “Basta forzare gli ebrei nell’esercito sionista; l’esercito israeliano è proibito dalla legge ebraica; Israele non è lo Stato ebraico, è lo Stato sionista; gli ebrei non sono sionisti; piangiamo i 78 anni di esistenza dello Stato di Israele”.

Il risultato di tutta questa situazione è il progressivo fallimento del progetto coloniale sionista, che si fonda sul continuo aumento del numero di coloni emigrati da Europa e Stati Uniti per sostenere l’occupazione. Per la prima volta il saldo migratorio di Israele è negativo: circa 37.000 persone in meno solo nel 2025, 150.000 espatriati negli ultimi due anni, 200.000 da quando si è insediato Netanyahu. La crescita demografica è calata sotto l’1%, mentre storicamente era sempre stata ben al di sopra dell’1,5%. Il surplus di nascite è inoltre dovuto principalmente alla componente araba della popolazione, fatto che mette potenzialmente in discussione il regime di suprematismo etnico e religioso su cui si fonda la colonia sionista.

I numeri dell’emigrazione sono alti, ma nascondono un dato ancora peggiore. Emigrare è infatti un privilegio di cui possono usufruire quasi esclusivamente i cittadini israeliani di origine europea, con doppio passaporto o con alti livelli di istruzione e reddito. Tra gli emigranti è alta la quota di imprenditori, medici, ingegneri, accademici: per la prima volta nella storia del paese il numero di accademici che emigrano ha superato quello di chi arriva, mentre il 16% dei dottorandi israeliani vive ormai all’estero.

A questo riguardo, l’economista israeliano Dan Ben-David ha affermato: “Israele si regge su un’élite di circa 300.000 persone. Quindi, se un numero significativo di loro se ne va, [Israele] smette di essere un’economia sviluppata e diventa un’economia in via di sviluppo… cosa che non può davvero permettersi. Semplicemente non ha il lusso di perdere il proprio potere economico o il proprio tenore di vita. Per esistere, uno Stato coloniale fa affidamento sull’occupazione di terre, e questo costa denaro”.

La continuazione del progetto coloniale sionista e la guerra perenne su cui si fonda stanno diventando sempre più insostenibili. Le manovre dei gruppi imperialisti Usa, sionisti ed europei per mantenere il loro dominio sul mondo, per quanto siano criminali e supportate da abbondanza di risorse e mezzi, gli si rivoltano sistematicamente contro. Grazie alla resistenza delle masse popolari dei paesi imperialisti e dei popoli e paesi che resistono all’imperialismo, con alla testa la Repubblica Popolare Cinese, la Terza guerra mondiale promossa da Washington, Tel Aviv e Bruxelles si sta trasformando nella tomba dell’imperialismo.

Per verificare i dati e le notizie riportate, confronta i seguenti articoli:

Israel’s population growth hits historic low: A new demographic era begins, pubblicato su The Week, 2 gennaio 2026.

“Is Israel’s current path setting it on course for collapse?”, pubblicato su Al Jazeera, 30 gennaio 2026.

“En Israel, miles de manifestantes denuncian una guerra eterna”, pubblicato su RFI, 12 aprile 2026.

“Les États-Unis ont déboursé 21,7 milliards d’aide militaire à Israël depuis la guerre à Gaza”, pubblicato su L’Orient-Le Jour, 8 ottobre 2025.

“Crisi tech in Israele: mancano i lavoratori per il conflitto con l’Iran”, pubblicato su Agenzia Ice-Italian Trade & Investment Agency, 6 aprile 2026.

“Costi delle guerre sempre più insostenibili anche in Israele”, pubblicato su Terrasanta.net, aprile 2026.

“Come Israele finanzia la guerra: debito, tagli e aiuti Usa: Potrà durare?”, pubblicato su SienaPost, 5 aprile 2026.

“Gerusalemme, la protesta degli ebrei ultra-ortodossi contro Israele: bruciate bandiere e slogan contro l’esercito sionista”, pubblicato su L’Espresso, 23 aprile 2026.

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Tags: Internazionale
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