“O ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo. (…) Ogni allontanamento dall’ideologia socialista rafforza l’ideologia borghese”
Lenin, Che fare?
Perché la mobilitazione delle masse popolari possa svilupparsi oltre il livello spontaneo e confluire verso obiettivi politici, verso il fine di prendere il governo del paese e il trionfo della rivoluzione socialista, è indispensabile il ruolo dei comunisti. Nel movimento comunista si esprime l’autonomia ideologica della classe operaia, che può darsi una politica autonoma e guidare la riscossa delle masse popolari solo quando è guidata da un partito comunista fedele alla concezione comunista del mondo. Il movimento comunista stesso subisce però l’influenza della borghesia, che alimenta due deviazioni.
Una è l’opportunismo: la concezione di quelli che sminuiscono l’importanza della lotta di classe, che cercano di trovare modi per conciliare gli interessi del proletariato con quelli della borghesia, che inducono le masse a rassegnarsi alla condizione di oppressione e sfruttamento cui sono sottoposte nel capitalismo.
L’altra è il dogmatismo, che si accompagna al settarismo: la concezione di chi, per paura dell’influenza borghese, si arrocca sui principi generali del marxismo, rifiutando ogni flessibilità tattica, ogni alleanza tra il proletariato e le altre classi oppresse, ogni possibile intervento nel campo nemico per dividerlo sfruttandone le contraddizioni. In sostanza, rifiutando di tradurre i principi generali in una concreta linea politica aderente al contesto.
Sembrano deviazioni per certi versi opposte, ma portano al medesimo risultato: l’inerzia dei comunisti, l’indebolimento del partito, la perdita della sua influenza e autorevolezza e quindi la paralisi e l’impotenza del movimento operaio e popolare e la sua sconfitta nelle battaglie decisive della lotta di classe.
Il movimento comunista deve perciò condurre una lotta specifica per contrastare questa influenza.
Quando essa prevale, la causa non è nella forza della borghesia, ma nei limiti della “sinistra”, cioè della parte del movimento comunista che più ha assimilato la concezione comunista del mondo. L’esito della lotta di classe in corso si decide quindi proprio dentro il movimento comunista: se la “sinistra” non elabora e attua una linea rivoluzionaria, la “destra” ha campo libero. Perché la linea di destra è più facile da concepire e affermare: risponde al senso comune, dice di continuare come si è sempre fatto. Affermare una linea rivoluzionaria è invece impresa ben più ardua: significa immaginare il nuovo, remare contro il senso comune, fare cose mai fatte.
A conferma di questa legge, la storia del movimento operaio italiano ci consegna due importanti esempi: la lotta contro l’ascesa del fascismo nel 1921-1922 e la battaglia per il potere all’indomani della Liberazione.
L’ascesa del fascismo
La nascita del Pci e quella del fascismo prendono entrambe impulso dagli esiti del Biennio Rosso (1919-1920), fase rivoluzionaria innescata dalla Rivoluzione d’Ottobre e dalla crisi postbellica.
In questa fase il movimento delle masse è ampio e combattivo, come mai prima. Spaventata, la classe dominante finanzia e sostiene la reazione fascista. Ma la spinta rivoluzionaria si esaurisce perché il Partito Socialista, dominato da correnti opportuniste, lascia il movimento privo di una direzione.
La componente rivoluzionaria del Psi decide quindi di rompere con gli opportunisti e fonda il Pci (gennaio 1921). Ma la reazione all’opportunismo spinge il partito verso la deviazione opposta: fin dal principio a dirigerlo è un gruppo dogmatico e settario, guidato da Amadeo Bordiga.
Il gruppo dirigente bordighista è soprattutto concentrato nel preservare la purezza ideologica del partito: non è ammessa nessuna collaborazione con altre forze politiche, nessun genere di compromesso, nessun obiettivo tattico intermedio. Ogni forma di organizzazione esterna al partito è considerata contraria agli scopi rivoluzionari.
Il Pci si limita a fare propaganda della dittatura del proletariato, a definire i crismi affinché la rivoluzione sia “pura” e ad aspettare sostanzialmente che questa scoppi: la logica che segue è quella del “tanto peggio, tanto meglio”.
Mentre infuria lo squadrismo, e contro le direttive del Comintern, la direzione del Pci boicotta il fronte unico con i socialisti, considerati addirittura come il nemico principale, rifiuta di sostenere gli Arditi del popolo condannandoli alla sconfitta e sabota lo sciopero “legalitario” dell’agosto 1922, prima azione di massa nazionale contro il fascismo, che fallisce. Con queste azioni isola i comunisti e spinge ancora di più i vertici di Psi e sindacati a cercare un accordo con il fascismo, anziché mobilitare le masse.
Tale linea si afferma perché la componente più rivoluzionaria, guidata da Gramsci, rinuncia a dare battaglia.
La linea di Gramsci – riconosciuta dallo stesso Lenin al II Congresso del Comintern come l’unica giusta – è opposta a quella dogmatica e settaria di Bordiga. Già prima dell’offensiva fascista, Gramsci scrive:
“La direzione, mantenendosi sempre a contatto con le sezioni, deve diventare il centro motore dell’azione proletaria in tutte le sue esplicazioni. Le sezioni devono promuovere in tutte le fabbriche, nei sindacati, nelle cooperative, nelle caserme la costituzione di gruppi comunisti che diffondano incessantemente in seno alle masse le concezioni e la tattica del Partito, che organizzino la creazione dei Consigli di fabbrica per l’esercizio del controllo sulla produzione industriale e agricola, che svolgano la propaganda necessaria per conquistare in modo organico i sindacati, le Camere del lavoro e la Confederazione generale del lavoro, per diventare gli elementi di fiducia che la massa delegherà per la formazione dei Soviet politici e per l’esercizio della dittatura proletaria” (“Per un rinnovamento del Partito Socialista”, L’Ordine Nuovo, 8 maggio 1920).
Tuttavia, in quel periodo Gramsci pensa di essere isolato e teme che una rottura con Bordiga possa distruggere il neonato Pci (solo nel 1924 prenderà la direzione del Partito). Così lascia campo libero alla linea dogmatica e settaria, la quale può dispiegarsi nonostante i gravi danni che da subito produce.
Il risultato è l’isolamento dell’avanguardia comunista dal resto delle masse. L’esito è la dura sconfitta dell’intero movimento operaio – i suoi capi bastonati, arrestati, uccisi, le sue sedi devastate e incendiate, le sue organizzazioni ridotte al minimo o sciolte – e l’affermarsi del fascismo, che sale al potere con la marcia su Roma nell’ottobre del 1922.
Dopo la Liberazione
La riscossa contro il fascismo giunge con la Resistenza, che rappresenta il punto più alto raggiunto dalla classe operaia italiana nella sua lotta per il potere.
Dopo la Liberazione, esistono nel paese due poteri contrapposti.
Da un lato, gli imperialisti angloamericani, il Vaticano e le organizzazioni criminali, a cui si aggrappa la borghesia per sopravvivere dopo la caduta del fascismo. Dall’altro, la classe operaia, inquadrata nelle brigate partigiane, nei Cln di fabbrica e di quartiere, nelle organizzazioni di massa, con il movimento comunista come perno dirigente.
Si tratta per i comunisti, forti della vittoria della Resistenza, di alimentare lo sviluppo del potere popolare, agendo affinché questo prenda in mano la ricostruzione del paese e la conduca alle sue condizioni. Costringendo il potere borghese a subire l’iniziativa popolare o a contrapporvisi frontalmente, scatenando una nuova guerra civile in cui sarebbe isolato. Ma questa linea non viene percorsa.
Il Pci infatti è ora guidato da Togliatti, che è approdato, negli anni precedenti, a una concezione opportunista. Egli non crede possibile la rivoluzione socialista in Italia, non ha fiducia nella capacità rivoluzionaria delle masse. Non concepisce quindi il Pci come Stato Maggiore della classe operaia nella lotta per il potere, bensì come “ala sinistra della borghesia antifascista”, esattamente ciò da cui le Tesi di Lione del 1926 (elaborate da Gramsci per il III Congresso del Pci) avevano messo in guardia. Secondo la sua visione, la “democrazia progressiva” non è una tappa verso il socialismo: è il punto d’arrivo. Riduce quindi la lotta al terreno parlamentare e sindacale, cercando un compromesso con la borghesia e giocando la partita nel campo e secondo le regole della classe dominante.
La sinistra del Pci (che ha in Pietro Secchia il suo rappresentante più noto) si limita alla critica, a invocare genericamente lotte più dure, ma non osa elaborare e praticare una linea alternativa, capace di fare avanzare la rivoluzione, e lascia così campo libero alla linea opportunista di Togliatti.
Come abbiamo spiegato nell’articolo “Riprendiamo il cammino della Resistenza”, pubblicato nello scorso numero del nostro giornale, gli imperialisti Usa e il Vaticano hanno così buon gioco nel logorare il movimento popolare: estromettono il Pci e il Fronte Popolare dal governo, cacciano i comunisti e i partigiani da ogni posizione di potere e istituzionale e riabilitano i peggiori criminali fascisti, con la complicità di Togliatti che, da Ministro della Giustizia, il 22 giugno 1946 firma l’amnistia. L’esito di questo processo è l’instaurazione della Repubblica Pontificia, dove i comunisti andranno a costituire quell’opposizione “nei limiti del sistema” funzionale a garantirle piena legittimità, divenendo di fatto sempre più complici della classe dominante. Per questa via Togliatti e i suoi diverranno tra i capofila del revisionismo moderno.
Oggi come allora
Siamo in una fase decisiva nella lotta di classe. Si decide se l’Italia continuerà a essere complice degli imperialisti Usa e sionisti nella promozione della Terza guerra mondiale, se i lavoratori italiani saranno costretti a pagare il prezzo di questa impresa verso cui ci conduce la classe dominante oppure se le masse popolari sapranno imporre un proprio governo di emergenza che si oppone con tutti i mezzi ai gruppi imperialisti che promuovono la guerra e attua tutte le misure necessarie per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori.
è questa la strada più breve e “meno dolorosa” (vedi l’Editoriale) per avanzare nella rivoluzione socialista.
In definitiva, l’esito di questa battaglia si decide ancora una volta nella lotta per la rinascita del movimento comunista, che è lotta per fare fronte all’influenza della borghesia, superare opportunismo, dogmatismo e settarismo, elaborare e affermare la linea rivoluzionaria.






