Il 12 aprile si è svolta al Cassero a Bologna l’assemblea “Costruiamo insieme un fronte unitario per la Palestina” organizzato in Emilia Romagna da Global Sumud Flottilla, Global Movement to Gaza, Thousand Madleens to Gaza, Giovani Palestinesi d’Italia e Associazione dei Palestinesi in Italia.
L’assemblea, partecipata da decine di organizzazioni, associazioni, comitati e singoli compagni e compagne da tutta la regione, voleva sostenere la costruzione della rete che sarà Equipaggio di terra in vista delle nuove missioni della Flottiglia in partenza per Gaza. Ma voleva anche essere (ed è stata) l’assemblea regionale che da tempo serviva al movimento per la Palestina e contro la partecipazione del nostro paese alla guerra imperialista: un confronto per una pratica comune e sulle prospettive.
La regione, come il resto del paese, è un pullulare di campagne, iniziative, mobilitazioni. Pensiamo alla lotta contro la riconversione militare e per un lavoro utile alla collettività e dignitoso, alla petizione Basta complicità, alla campagna No Teva, agli appalti etici e le altre campagne di boicottaggio, alla mobilitazione contro il traffico di armi nel porto di Ravenna e altrove, contro la presenza di infrastrutture militari della NATO, contro l’uso a fini militari dei Tecnopoli, contro le complicità nelle accademie, contro Tekapp, contro le fiere della morte. Una lista che non siamo in grado di riportare in modo esaustivo. Le molte battaglie altro non sono che aspetti particolari dell’unica lotta contro la partecipazione del nostro paese a una guerra che è mondiale ed è mossa dagli imperialisti USA, sionisti, UE e dai loro vassalli contro il resto del mondo. E la guerra non passa solo dall’uso delle basi, delle infrastrutture militari e dalla logistica di guerra ma permea appunto l’intero apparato istituzionale, produttivo e di ricerca del nostro paese e si traduce all’interno con più di tre morti al giorno sul lavoro (a proposito di violenza politica) e una rappresaglia repressiva che sta prendendo i contorni di una guerra civile strisciante. È l’unico modo che la classe dominante ha di far fronte alla crisi generale del suo sistema. La questione, cioè, è una ed è collettiva.
Conoscere e far conoscere, sostenere, rilanciare, far convergere le iniziative che tutte insieme costituiscono l’Embargo popolare alla guerra, è il primo e fondamentale compito che dobbiamo assolvere in questa primavera di riscossa. Essere Equipaggio di terra e (e per) costruire l’Embargo popolare. Embargo che, in effetti, esiste già e che per dispiegarsi ha bisogno che la parte più sana nel movimento e in ogni organizzazione pratichi l’obiettivo con sempre maggiore coscienza e determinazione [Nota: la parte più sana, meno opportunista o forse bisognerebbe dire meno masochista, è quella che non ha intenzione di sottomettersi alla Schlein e Co., che non ha intenzione di puntare tutto sulle elezioni del 2027 per mandare una pattuglia nelle assemblee elettive, la parte che vuole scardinare la logica degli orticelli e che bada al contenuto, alla presenza e agli interessi dei lavoratori e delle masse popolari sopra ogni cosa].
Far sedimentare organizzazione dalle mobilitazioni in corso e prossime venture (è noto il fitto calendario di maggio che ci aspetta) significa anche mettersi nell’ottica di imparare gli uni dagli altri. Quindi i vari coordinamenti e le organizzazioni del movimento che non si stanno occupando di fare inchiesta, possono imparare ed essere sostenuti da coloro che già lo fanno (vedi i diversi dossier in corso di pubblicazione in questi mesi). Coloro che, una volta identificati i bersagli, vogliono organizzare 10, 100, 1000 piccole e grandi mobilitazioni, possono imparare ed essere sostenuti da coloro che hanno più esperienza. Tutti possiamo e dobbiamo fare passi avanti nell’indicare quali sono misure di cui il territorio ha bisogno, ad esempio cosa serve produrre al posto delle armi della filiera della NATO, come ci ha insegnato a fare il Collettivo di Fabbrica GKN mobilitando tecnici, giuristi e chiunque aveva la volontà di mettersi al servizio per l’elaborazione di un progetto di fabbrica socialmente integrata.
Una considerazione a latere, che in verità laterale non è. La lotta alla repressione è parte integrante della lotta contro la guerra mondiale, non un evitabile incidente di percorso. Ed è un’opportunità e anche un banco di prova che il nemico ci offre. La Flottiglia ci ha fatto vedere quale arma sia la solidarietà. Quindi bando agli scrupoli di “vittimismo”: chiediamo e dispieghiamo la solidarietà di classe. Libertà immediata per i prigionieri politici come Raed Dawoud (qui un video del presidio davanti al carcere di Ferrara del 19 aprile)! Solidarietà per la docente del Mattei di Bologna colpita in questi giorni da una procedura disciplinare per l’organizzazione, a scuola, di un webinar con Francesca Albanese! Solidarietà per i compagni dei Municipi Sociali, cui sono state comminate delle multe da 30 mila euro per aver organizzato a marzo una contestazione alla presidente della BCE Christine Lagarde che era venuta a Bologna a dare lezioni di economia di guerra dal pulpito (guarda caso) della Johns Hopkins University.
Organizzare subito la lotta per l’archiviazione di tutte le centinaia di denunce arrivate nei mesi scorsi! Non lasciamo che la (loro) “giustizia” faccia il suo corso, perché un corso giusto alle cose dobbiamo e possiamo imporlo solo noi. La lotta si vince fuori prima che dentro il tribunale. La campagna pubblica per l’archiviazione deve partire subito ed è parte della più generale lotta politica per smascherare la natura terrorista, criminale (anche legalmente parlando) e anticostituzionale delle misure emanate da questo governo, che non fa altro che esasperare (perché esasperate sono le contraddizioni del sistema capitalista) cinquant’anni di politiche filo-padronali.
La guerra mondiale dilaga, i popoli oppressi passano all’attacco. L’imperialismo è una tigre di carta.
Un focus sull’aggressione alla Repubblica Islamica dell’Iran (in sei punti)
Il Governo Meloni annaspa e sta insieme con lo sputo solo perché i suoi padrini e padroni non hanno ancora trovato un’alternativa affidabile. Il PD fa il diavolo a quattro per rimandare il più possibile il giorno in cui, insieme ai loro compagni di (s)ventura che ora si mettono in fila per qualche prebenda, dovranno per conto degli imperialisti prendersi la responsabilità di fare la guerra esattamente come sta facendo ora il Governo Meloni.
Ma i lavoratori e le masse popolari non vogliono saperne di combattere e di collaborare con la guerra di lor signori, visto che la guerra di lor signori è anche una guerra contro noi tutti e tutte. Alzare il livello dello scontro significa allora imparare a incanalare questa resistenza che – le mobilitazioni di settembre e ottobre e il risultato del Referendum lo dimostrano – è di massa. Il modo di evitare il fisiologico riflusso nel breve termine di una mobilitazione imponente come quella dello scorso autunno è bloccare tutto finché non cade il governo.
E se il governo cade in questo modo – questo governo non reggerebbe l’urto di mobilitazioni continue e dirette a cacciarlo – bisogna far leva sulla posizione di forza per fare quello che il 19 marzo in un convegno alla Camera dei deputati, con decine di organizzazioni operaie e popolari, la parlamentare Stefania Ascari e altri autorevoli esponenti della società civile ci siamo detti che serve di fare: un governo che ha come suo programma la Costituzione del 1948 e fa leva sulla mobilitazione popolare per applicarla.
Il 25 aprile non è una ricorrenza. Per una nuova Liberazione nazionale dalla guerra e dai guerrafondai, riprendiamo il cammino interrotto.

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