Il 26 marzo si è svolta a New York la seconda udienza del processo farsa contro il presidente del Venezuela Maduro e sua moglie Cilia Flores, dopo il loro sequestro avvenuto a inizio gennaio.
Riguardo all’udienza, essa non ha sostanzialmente spostato la posizione degli imputati, detenuti illegalmente e sottoposti a un regime carcerario disumano, nonostante le accuse principali (“narcoterrorismo”) siano cadute già nel corso della prima udienza.
Il dibattimento ha riguardato soprattutto il leso diritto alla difesa, dato che agli imputati per ora viene impedito di pagare gli avvocati con i fondi del governo venezuelano, sottoposto a sanzioni.
Quello che è emerso conferma che a New York si sta combattendo parte della battaglia in difesa della rivoluzione bolivariana che si svolge in Venezuela.
È una resistenza condotta alle regole imposte da un nemico che si avvale di una posizione di forza, di una soverchiante superiorità militare e della violazione di ogni remora, sia di tipo “morale” che scritta, nel diritto internazionale.
In tribunale, Maduro, presidente legittimo di uno Stato sovrano, resiste come resistono i rivoluzionari prigionieri: mettendo sul banco degli imputati i suoi accusatori.
Fuori dal tribunale, migliaia di sostenitori manifestano e vengono provocati dalla polizia e dai sedicenti “esuli democratici”.
In Venezuela, la presidentessa Delcy Rodriguez resiste all’assedio a cui è sottoposto il suo governo e prova a impedire la disgregazione del percorso della rivoluzione bolivariana. Un percorso che ha ancora molti obiettivi da raggiungere, ma che è vivo e vegeto. E se il paese, contrariamente ai piani di Trump e della sua amministrazione di sciacalli, è ancora “in ordine”, se non è stato trasformato in una “macelleria messicana”, se le strade di Caracas non sono ancora simili a quelle di Aleppo, Tripoli o Kiev è solo perché le masse popolari venezuelane sono parte attiva, protagoniste, di questa resistenza.
C’è, in Italia, una corrente “di sinistra” che dà per morta la rivoluzione venezuelana, che descrive il governo venezuelano come “un covo di traditori”, cospiratori, corrotti. Del resto, dicono, “il petrolio venezuelano è ormai in mano agli Usa, senza che il governo abbia fatto nulla per impedirlo o provi a mettersi di traverso”.
Ma la rivoluzione bolivariana in Venezuela non si riduce affatto al petrolio!
La nazionalizzazione del petrolio è stata una sua manifestazione, una conseguenza.
Gli imperialisti Usa non hanno aggredito il Venezuela per il petrolio!
Gli imperialisti Usa hanno aggredito il Venezuela e hanno in animo di cancellare la rivoluzione bolivariana perché è per loro intollerabile che in quello che considerano il loro giardino di casa viva e si sviluppi un focolaio di rivoluzione socialista. Un focolaio di protagonismo popolare e di emancipazione.
Provano in ogni modo a far tornare il Venezuela al livello di degrado in cui sono costrette a vivere le masse popolari nei sobborghi delle metropoli Usa, come Miami o Los Angeles, affinché trionfi la certezza che il capitalismo è l’unico mondo possibile. E i poveri, i proletari, i popoli oppressi devono imparare a farselo andar bene.
Da qui, dall’Italia, dalle postazioni dei computer e dalle redazioni dei giornali, affermare che la rivoluzione bolivariana è stata tradita, è fallita, apparentemente non costa nulla e, anzi, conferisce un’aura da “duri e puri” spendibile al mercato delle opinioni.
Ma il Venezuela bolivariano resiste. Il suo presidente resiste. Il suo governo resiste. La classe operaia e le masse popolari resistono. Si sono ostinatamente messi in testa di non alzare bandiera bianca. Hanno messo in conto di poter perdere delle battaglie, ma non intendono perdere la guerra.
E questo, in definitiva, è un contributo che danno anche a noi, anche a chi in Italia disquisisce sul fatto che la rivoluzione bolivariana è fallita ed è stata tradita. La rivoluzione socialista è una guerra. È fatta di avanzate e ritirate. A volte è necessario incassare e fare un passo indietro. Ritirarsi in ordine oggi, è condizione per combattere con più forza domani, mentre la disfatta in una singola battaglia a volte compromette l’esito della guerra.
Non abbiamo la sfera di cristallo e non possiamo dire come andranno le cose.
Per come stanno andando, per come le analizziamo alla luce della nostra ottica di guerra, questo non è il momento del disfattismo, è il momento di schierarsi e affermare viva il Venezuela bolivariano, viva il suo presidente, viva il suo governo e viva le masse popolari che resistono.
È solo e soltanto questo che conta e che dà a noi, che stiamo in Italia, la forza e la responsabilità di organizzare il sostegno internazionalista a questa resistenza. Anche così, anche da questo, impariamo a combattere la nostra guerra di liberazione.






